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Stelle tutte per noi

Quattro amiche inseparabili, quattro figli che crescono insieme (ma poi si perdono di vista). E Ida, che ospita tutti nella sua accogliente casa piena di amore, di calore e di delizie

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Puntata 1

Ardere

1990-2005, Fossa, Abruzzo aquilano. Tempi d’estate

Uno

Da bambini erano inseparabili. Non sapevano ancora camminare ma nello spazio delimitato da grandi cuscini e tappeti arrotolati che nonna Ida aveva ideato per loro, nella sala da pranzo al piano terra, erano le spalle e le ginocchia e le teste e i sottili capelli di ognuno a fare da appoggio e leva e fune per i primi tentativi.

Finivano tutte, quelle prove di crescita, in grandi pianti, ruzzoloni, piedi in faccia, dita negli occhi. Finivano tutte in grandi risate, le risate di nonna, le risate dei loro genitori.

Quando Ida restava sola con loro, la mattina, li osservava a lungo.

I mesi di differenza tra i quattro bambini erano pochi, tutti erano nati nel 1990, tra gennaio e marzo.

La notizia di ogni lieto evento aveva scatenato una grande gioia, in paese. Quella prima estate fu diversa dalle altre, i piccoli avevano pochi mesi e passavano la maggior parte del tempo a dormire nelle rispettive carrozzine oppure attaccati ai seni delle loro madri.

Ida osservava le amiche di sua figlia ormai grandi, tutte mamme, osservava con affetto i neonati, ma la sua felicità non era completa. Mancava la quarta bambina e mancava la quarta mamma, nel gruppo raccolto nella sua grande sala, quella che aveva visto crescere insieme sua figlia Laura e le sue amiche Nadia, Pasqua e Gianna.

Sua figlia era andata a trovare dei parenti emigrati negli Stati Uniti, a Pittsburgh, e lì aveva incontrato un ragazzo, anche lui figlio di abruzzesi. Si erano innamorati e si erano sposati.

Dopo il primo anno passato tra Fossa e L’Aquila avevano deciso di trasferirsi a Burgettstown, vicino alla famiglia di Neal (Ida rideva sempre quando pensava a come gli italiani, dall’altra parte dell’oceano, tentassero di mantenere i loro nomi ma come questi finissero sempre storpiati o alterati: Neal era Antonello all’anagrafe, Nello in casa e Neal appena metteva la testa fuori dalla sua abitazione).

Ida era andata a trovare sua figlia quando aveva saputo che aspettava un bambino.

Era rimasta in Pennsylvania due mesi, un tempo sufficiente per capire che quella terra avrebbe cambiato sua figlia, l’avrebbe cambiata come aveva cambiato i suoi parenti: non in meglio o in peggio, sarebbe semplicemente, drammaticamente, diventata un’altra persona.

Nicole era nata alla fine di marzo, Ida l’aveva vista per la prima volta quando Marioilpostino (tutto attaccato, sì) le aveva recapitato una busta quasi tre settimane dopo.

Ida l’aveva aperta nella stanza che era stata la camera di Laura e aveva guardato le foto del corpicino minuscolo stretto tra le braccia di sua figlia.

Aveva pensato a suo marito, morto schiacciato dal trattore mentre lavorava la terra quando la loro unica figlia aveva sei anni. Aveva pensato a tutto quello che avevano sognato e che si era interrotto per sempre in un attimo, senza preavviso, senza un saluto, senza niente.

Poi, guardando il primo piano della bambina appena nata, il viso rosso e rugoso, aveva pensato che in quel momento la bambina aveva quasi tre settimane e un viso sicuramente più disteso.

Due giorni prima, durante la telefonata settimanale, sua figlia le aveva detto:

È bellissima

E Ida aveva immaginato Nicole, l’aveva immaginata identica a Laura. Quando, dopo altre tre settimane, Marioilpostino le aveva consegnato un’altra busta, Ida l’aveva aperta velocemente. Nicole era lì, stampata su carta lucida.

Pelle del viso distesa, colorito roseo, i pugnetti stretti intorno a dita maschili. Le dita di Neal. Ida fece fatica a sostituire la sua Nicole ideale con quella reale, identica al padre.

Quella prima estate della vita di Nicole Laura non tornò a Fossa, la bambina era troppo piccola per farle vivere lo stress di un volo così lungo. Ida accolse però come sempre nella sua grande casa Gianna, Pasqua e Nadia. Fu comunque una bella estate.

Due

Arrivarono nello stesso giorno e nello stesso momento, era l’estate del 1991, Pasqua e Nadia.

Ad attenderle, a casa di Ida, c’era Gianna, l’unica del gruppo a non essersi trasferita. Ida aveva già preparato l’angolo in penombra nella grande sala, aveva pulito il cotto antico del pavimento, aveva lavato cuscini e tappeti.

I bambini adesso stavano seduti e gattonavano e volevano alzarsi, lì sarebbero stati al sicuro e lei non li avrebbe mai persi di vista. Pasqua arrivava da Milano, lì era nato Giacomo e lì lavorava, in ospedale, come infermiera.

Sarebbe rimasta a Fossa una settimana e poi sarebbe tornata al Nord, per riprendere i turni.

Il bambino lo avrebbe lasciato fino a settembre con i nonni e anche con lei, Ida, che da seconda madre di tutte adesso era anche la seconda nonna dei figli delle amiche di Laura.

Anche Nadia, che viveva e lavorava nella fabbrica del marito, a Trieste, sarebbe rimasta nel suo paese natale una settimana.

La piccola Fulvia, anche lei divisa tra più squadre di nonni, sarebbe tornata a prenderla a inizio settembre.

Ida si unì agli abbracci delle amiche che stringevano le figlie e i nipotini, felici all’idea di averli per tutta l’estate.

Poi prese in braccio Zaccaria, il bambino di Gianna.

Gianna una madre non ce l’aveva più e Ida era felice di aiutarla con il piccolo. Fece strada verso la sala da pranzo, il tavolo coperto da una tovaglia di lino bianco con piccoli fiori turchesi ricamati da sua madre e pieno di prelibatezze preparate da lei: ferratelle morbide e croccanti (dolci tipici abruzzesi, ndr), pesche inzuppate nell’alchermes e riempite di crema di cioccolato, fette di pane casareccio farcite con fette di prosciutto e di formaggio fresco.

Vide il sorriso sui volti delle sue ragazze non appena entrarono in quella stanza che le aveva viste crescere.

Gianna, Pasqua e Nadia appoggiarono Giacomo, Zaccaria e Fulvia nel box che aveva preparato e poi, sedute intorno al tavolo, cominciarono a mangiare e a raccontarsi aneddoti della loro esperienza ancora tanto nuova di madri.

Mentre versava l’acqua fresca nei bicchieri sentì il rumore di una macchina che si fermava davanti casa. Guardò l’orologio di sfuggita. Alzò lo sguardo, Gianna disse:

Andate voi, correte, resto io con i bambini

Laura e Nicole. Erano arrivate, finalmente. Sarebbero rimaste un mese soltanto, Laura non poteva lasciare Nicole e tornare negli Stati Uniti per poi volare di nuovo in Italia a riprenderla.

Ida, però, mentre si precipitava a riabbracciare la figlia che non vedeva da due anni e a conoscere Nicole, a questo non voleva pensare.

Un mese.

Ne avrebbe gustato ogni secondo, lo avrebbe fatto durare un’eternità.

Tre

Quell’estate era stata perfetta. I bambini avevano fatto progressi ora dopo ora, la settimana in cui tutte erano state in paese aveva rinsaldato il legame tra le quattro vecchie amiche e Ida si era goduta la sua casa piena di pianti, risate, chiacchiere sussurrate mentre i frugoletti dormivano.

Zaccaria era stato il primo a mettersi in piedi da solo e lo aveva fatto utilizzando la testa di Giacomo come appoggio. A farlo cadere era stata Fulvia, che si era aggrappata alla sua maglietta tirandolo verso di sé. Era finito, Zaccaria, addosso a Nicole.

Quella confusione allegra si era ripetuta nei successivi otto anni. Nella seconda metà di giugno Gianna, Ida e Zaccaria si preparavano per l’arrivo di Pasqua e Giacomo, Nadia e Fulvia, Laura e Nicole.

Otto anni, otto estati per imparare a camminare davvero e poi correre, arrampicarsi, stare ore sdraiati nel letto di Ida a leggere giornaletti, raccontarsi storie, mangiare i biscotti appena sfornati e poi imparare a farli guidati da Ida, organizzare scampagnate vicino al fiume Aterno, piangere quando Nicole doveva partire prima di tutti lasciandoli come monchi per il tempo che restava. Zaccaria era l’unico che non arrivava e non partiva, lui era nato a L’Aquila e non aveva mai lasciato Fossa, era il capogruppo, era il padrone del bosco e del vulcano, era quello che restava in piedi al centro della piazza a salutare l’ultimo che partiva, dritto, la mano alzata, un sorriso grande sul viso abbronzato dal sole di montagna.

Gianna e Ida, quando la macchina svoltava e spariva alla vista, gli scompigliavano i capelli e dicevano frasi tipo:

Dài, la prossima estate arriva presto

Lui accennava un sì e poi scappava, correndo.

Chissà a fare cosa, si domandavano Gianna e Ida. Zaccaria correva a rotta di collo, correva fino a sentirsi il cuore nella gola e poi nelle orecchie, un assolo assordante di tamburi etnici, primordiali. Correva e sputava via l’anima, quella che durante gli interminabili giorni d’estate diventava quattro volte più grande.

Odiava restare, odiava passare ogni giorno davanti ai posti in cui lui e i suoi amici si erano rifugiati inventando un mondo che apparteneva solo a loro. Lui restava a mani vuote, restava in quel paese che con la fine dell’estate si impigriva e ingrigiva. Pensava a Giacomo, a Milano, al Duomo. Pensava a Fulvia, a Trieste, al confine.

Pensava a Nicole, a una città che non sapeva pronunciare, distante galassie. Piangeva, Zaccaria. Piangeva da solo, senza dire niente a nessuno.

Quando i bambini crebbero un po’ di più accaddero cose che li tennero lontani dal paese. Nuove nascite, divorzi, lutti, traslochi: per quattro anni a Fossa, a vivere l’estate, nessuno si unì a Ida, Gianna e Zaccaria.

Le notizie arrivavano, i grandi si tenevano in contatto e si aggiornavano sui vari cambiamenti, quelli tristi e quelli felici.

I bambini, che si erano sempre scritti durante i mesi di lontananza per raccontarsi le novità e scambiarsi auguri di feste e compleanni, smisero di farlo, gradualmente, ognuno preso dalla fine dell’infanzia e dall’inizio di un tempo nuovo.

Quattro

Laura e Nicole erano arrivate prestissimo, quella domenica mattina di inizio luglio. Erano andate a prenderle all’aeroporto di Roma, partendo all’alba da Fossa, Ida e Marioilpostino.

Laura era tornata due volte, in Italia, ma Nicole era rimasta a Burgettstown con il padre. Laura e Neal avevano divorziato e la figlia di Ida si era trasferita a Philadelphia con il nuovo compagno e le due figlie di lui.

Nicole era andata con lei, ma ogni venerdì pomeriggio prendeva un volo che in un’ora la portava dal padre. Ida era rimasta inorridita dalla facilità e velocità di quella separazione, dalla nonchalance con la quale sua figlia glielo aveva comunicato aggiungendo che aveva incontrato un altro uomo e che voleva costruire una nuova famiglia con lui.

Era stata Dorinda, la titolare dell’alimentari del paese, a ricordarle che in America le cose, comprese le questioni di cuore, funzionavano in modo diverso. Ida avrebbe voluto controbattere e dire che Laura era italiana, che lei stessa, pur essendo rimasta vedova da giovane, era rimasta fedele al buon nome del marito e all’onore della famiglia.

Dorinda, che in America era andata due volte a far visita agli eredi dei suoi parenti partiti da Napoli nel 1913, scuoteva la testa e guardava Ida, chiedendosi per la milionesima volta cosa l’avesse trattenuta dal trasferirsi anche lei negli Stati Uniti per stare vicino alla figlia e alla nipote.

Pasqua e Nadia sarebbero arrivate a inizio agosto, ma quella domenica a Fossa, il primo intorno all’ora di pranzo e la seconda poco dopo, arrivarono (anche se era il 2005, L’Aquila restava poco connessa con il resto del Paese e quindi i loro viaggi da Milano e Trieste non erano stati comodissimi tra cambi di treno e autobus senza aria condizionata) Giacomo e Fulvia.

Fu Ida a organizzare una cena nella sua grande sala da pranzo per riunirli.

Nicole aiutò la nonna a preparare la tavola e a cuocere le ferratelle con il vecchio attrezzo appartenuto ai bisnonni. Bastò un istante per ritrovare la manualità che aveva imparato quando era bambina.

«Fare le ferratelle è come andare in bicicletta, una volta che hai imparato non lo dimentichi più» le disse Ida osservandola.

Nicole era il ritratto di Neal, alta, muscoli da cheerleader, una massa di capelli neri e due perle di mare al posto degli occhi. Giacomo e Fulvia arrivarono insieme dopo essersi incontrati nella piazza del paese ed essersi salutati timidamente.

Nicole li accolse da vera americana tra ohmygod, gridolini, lacrime e abbracci.

I due ragazzi la lasciarono fare, ma Ida vide che erano a disagio: crescere, almeno in certe città, innalza barriere.

«Ok, venite, voglio sapere tutto, tutto di voi» Nicole allungò una mano per sfiorare una ciocca di capelli di Fulvia:

Sono meravigliosi!

Non erano così rossi quando eri piccola!».

A interrompere quel momento fu il suono del campanello.

È aperto!

disse Ida a voce alta mentre appoggiava il vassoio di lasagne fumanti al centro del tavolo. «Scusatemi ma ho finito adesso nei campi» entrò prima una folata di energia profumata di erba secca appena falciata e poi lui, Zaccaria. «Ce ne avete messo di tempo, bastardi».

Cinque

I cinque anni trascorsi senza incontrarsi avevano cambiato di poco Giacomo, era più alto, certo, e la sua vita a Milano era una vita comoda, fatta di abitudini e di routine che amava. Alla famiglia si era aggiunta una sorellina, Chiara.

Era stato promosso in terza liceo scientifico con la media dell’otto. A 13 anni aveva dato il suo primo bacio, l’ultima sera della gita scolastica in Bretagna.

A Fulvia si erano infiammati i capelli, adesso erano come quelli di sua nonna. Dopo averlo aspettato prima con speranza e poi con disperazione finalmente era arrivato il primo ciclo anche a lei, un mese dopo aver compiuto 15 anni. Adesso aspettava che le crescesse almeno un po’ il seno. Baci non ne aveva dati, tutti la scambiavano per una bambina.

Quell’estate sarebbe stata magnanima, con lei?

A Nicole quei cinque anni risuonavano nella testa delle urla della madre e di suo padre. Litigavano in slang e sua madre farciva e rafforzava il tutto con parolacce e bestemmie. Philadelphia era bella, ma a lei mancava la natura di Burgettstown, quel migliaio di abitanti che si conoscevano tutti, i cervi nel giardino e le lepri e i tramonti rosso fuoco. Aveva fatto sesso con un suo compagno della classe di matematica perché… boh, il perché non lo sapeva. Non le era piaciuto granché, ma lui era stato tenero.

A Zaccaria quel lustro aveva portato il naso e un braccio rotto, vere medaglia al valore per un rugbista come lui. All’istituto tecnico era stato bocciato, il primo anno.

Nessuno nella sua famiglia aveva capito quanto lui amasse leggere e scrivere, tutti lo credevano solo un ragazzo destinato a diventare un contadino e un pilastro della squadra di rugby. Cose che a Zaccaria piacevano ma aveva insistito e Gianna aveva ceduto: liceo classico e, a fine anno, promozione a pieni voti. Zaccaria aveva aspettato qualcuno, per quel primo bacio che tutti credevano avesse già dato.

Sei

Dopo quella prima serata i ragazzi ritrovarono l’armonia di sempre.

Il paese consentiva una libertà che nessuno di loro, eccetto Zaccaria, aveva. Si svegliavano, si lavavano il viso e correvano in piazza.

Nonni, genitori, fratelli e sorelle vari li rivedevano rientrare (distrutti dalla stanchezza ma felici) solo la sera, a ridosso della cena: il tempo di mangiare qualcosa, fare la doccia e poi correvano di nuovo fuori, dove ad attenderli c’erano i gelati del bar Il Ponte da gustare con lentezza stando seduti spalla contro spalla sulle panchine in piazza.

Zaccaria non doveva andare più in campagna, ai lavori pensavano suo padre e suo nonno: era stata Gianna a spiegargli quanto fosse importante per suo figlio ritrovare i suoi amici d’infanzia e passare con loro più tempo possibile.

Laura li portò quattro giorni al mare, un mare che fece ridere tanto Nicole, abituata alle onde dell’Oceano Atlantico: «Sembra un laghetto» disse spruzzando l’acqua addosso ai suoi amici con una pistola giocattolo che qualcuno aveva abbandonato a riva. «Quando faremo 18 anni come regalo dovete venire a casa mia, promettetemelo!».

Jeans tagliati alle ginocchia, scarpe da ginnastica e T-shirt: fu la loro divisa per l’intera stagione.

Tornarono le cadute clamorose da biciclette lanciate in discesa e le ginocchia sbucciate, tornarono le scorpacciate di more, le spighe di grano incastrate tra i capelli, i falò accesi di nascosto e le pannocchie arrostite.

Cominciavano a essere grandi, ma dentro conservavano riserve abbondanti d’infanzia pura, l’assenza di tabù che li faceva stare aggrovigliati l’uno all’altro a osservare la luna e almeno mezzo miliardo di stelle in quel cielo splendido e profondo.

Il legame che era stato, ed era ancora, così stretto tra le loro madri adesso era reso ancora più forte da loro quattro.

Come avevano potuto restare lontani per così tanto tempo senza sentirsi, come avevano fatto a dimenticare che erano stati l’uno l’appoggio sicuro dell’altro quando avevano imparato a stare in piedi e poi a camminare?

Fu la notte di San Lorenzo a mescolare e cambiare le carte in tavola.

A Nicole restavano solo tre giorni, poi lei e sua madre sarebbero ripartite per tornare a Philadelphia. I quattro ragazzi si erano spinti fino al castello di Ocre, a picco su Monte Circolo, una vista meravigliosa sulla splendida Fossa tutta illuminata dalle luci delle case abitate da chi ogni estate tornava. Le volevano afferrare, le stelle cadenti, divorarle, masticare e mandare giù i desideri espressi in silenzio, farli diventare carne viva.

Il primo a vederne una fu Zaccaria. Il suo desiderio lo conosceva da anni.

Sapeva esattamente come erano posizionati, loro quattro. Allungò la mano sinistra dietro di sé. Trovò immediatamente quella che cercava. Fece qualche passo indietro, nel buio del castello ridotto in macerie da secoli: fu solo un istante, un bagliore, ma un paio di labbra erano già a un millimetro dalle sue. Nicole sospirò e si strinse contro l’addome forte di Zaccaria. Apprezzò la timidezza del ragazzo, quasi una ritrosia.

Nei romanzi che aveva letto quando accadeva questo voleva dire che c’era interesse reale, che non era solo attrazione ma sentimento. Nicole spinse con più audacia la lingua nella bocca di Zaccaria, come per dire “non preoccuparti, lo voglio anch’io”.

Fulvia, che aveva visto un frammento di cometa precipitare e accendersi al contatto con l’atmosfera, si era spostata con un salto dalla sinistra di Zaccaria per guardarla meglio e gridarle forte nel silenzio del suo cuore:

Lui, stella, voglio lui

Si girò e si trovò davanti il viso di Giacomo.

«Attenta che il terreno diventa franoso, vieni più indietro» le mise le mani sui fianchi e la attirò verso di sé. Fulvia perse l’equilibrio e caddero a terra, scoppiando a ridere come avevano sempre riso, con la spontaneità di due compagni di gioco.

La ragazza puntò le mani contro le spalle del ragazzo per rialzarsi, ma le dita di Giacomo la trattennero. Le loro labbra si sfiorarono delicatamente e subito si allontanarono.

Fulvia sgranò gli occhi, Giacomo si alzò la maglietta per nascondersi. Fulvia si stupì di se stessa quando vide il suo braccio allungarsi e tirare giù il lembo di stoffa che copriva il volto di Giacomo. Si guardarono. Le loro mani si chiusero l’una intorno all’altra.

Accade, a volte, che le stelle conoscano meglio di noi i nostri sogni.

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