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Stelle tutte per noi

Quattro amiche inseparabili, quattro figli che crescono insieme (ma poi si perdono di vista). E Ida, che ospita tutti nella sua accogliente casa piena di amore, di calore e di delizie

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Puntata 1

Ardere

1990-2005, Fossa, Abruzzo aquilano. Tempi d’estate

Uno

Da bambini erano inseparabili. Non sapevano ancora camminare ma nello spazio delimitato da grandi cuscini e tappeti arrotolati che nonna Ida aveva ideato per loro, nella sala da pranzo al piano terra, erano le spalle e le ginocchia e le teste e i sottili capelli di ognuno a fare da appoggio e leva e fune per i primi tentativi.

Finivano tutte, quelle prove di crescita, in grandi pianti, ruzzoloni, piedi in faccia, dita negli occhi. Finivano tutte in grandi risate, le risate di nonna, le risate dei loro genitori.

Quando Ida restava sola con loro, la mattina, li osservava a lungo.

I mesi di differenza tra i quattro bambini erano pochi, tutti erano nati nel 1990, tra gennaio e marzo.

La notizia di ogni lieto evento aveva scatenato una grande gioia, in paese. Quella prima estate fu diversa dalle altre, i piccoli avevano pochi mesi e passavano la maggior parte del tempo a dormire nelle rispettive carrozzine oppure attaccati ai seni delle loro madri.

Ida osservava le amiche di sua figlia ormai grandi, tutte mamme, osservava con affetto i neonati, ma la sua felicità non era completa. Mancava la quarta bambina e mancava la quarta mamma, nel gruppo raccolto nella sua grande sala, quella che aveva visto crescere insieme sua figlia Laura e le sue amiche Nadia, Pasqua e Gianna.

Sua figlia era andata a trovare dei parenti emigrati negli Stati Uniti, a Pittsburgh, e lì aveva incontrato un ragazzo, anche lui figlio di abruzzesi. Si erano innamorati e si erano sposati.

Dopo il primo anno passato tra Fossa e L’Aquila avevano deciso di trasferirsi a Burgettstown, vicino alla famiglia di Neal (Ida rideva sempre quando pensava a come gli italiani, dall’altra parte dell’oceano, tentassero di mantenere i loro nomi ma come questi finissero sempre storpiati o alterati: Neal era Antonello all’anagrafe, Nello in casa e Neal appena metteva la testa fuori dalla sua abitazione).

Ida era andata a trovare sua figlia quando aveva saputo che aspettava un bambino.

Era rimasta in Pennsylvania due mesi, un tempo sufficiente per capire che quella terra avrebbe cambiato sua figlia, l’avrebbe cambiata come aveva cambiato i suoi parenti: non in meglio o in peggio, sarebbe semplicemente, drammaticamente, diventata un’altra persona.

Nicole era nata alla fine di marzo, Ida l’aveva vista per la prima volta quando Marioilpostino (tutto attaccato, sì) le aveva recapitato una busta quasi tre settimane dopo.

Ida l’aveva aperta nella stanza che era stata la camera di Laura e aveva guardato le foto del corpicino minuscolo stretto tra le braccia di sua figlia.

Aveva pensato a suo marito, morto schiacciato dal trattore mentre lavorava la terra quando la loro unica figlia aveva sei anni. Aveva pensato a tutto quello che avevano sognato e che si era interrotto per sempre in un attimo, senza preavviso, senza un saluto, senza niente.

Poi, guardando il primo piano della bambina appena nata, il viso rosso e rugoso, aveva pensato che in quel momento la bambina aveva quasi tre settimane e un viso sicuramente più disteso.

Due giorni prima, durante la telefonata settimanale, sua figlia le aveva detto:

È bellissima

E Ida aveva immaginato Nicole, l’aveva immaginata identica a Laura. Quando, dopo altre tre settimane, Marioilpostino le aveva consegnato un’altra busta, Ida l’aveva aperta velocemente. Nicole era lì, stampata su carta lucida.

Pelle del viso distesa, colorito roseo, i pugnetti stretti intorno a dita maschili. Le dita di Neal. Ida fece fatica a sostituire la sua Nicole ideale con quella reale, identica al padre.

Quella prima estate della vita di Nicole Laura non tornò a Fossa, la bambina era troppo piccola per farle vivere lo stress di un volo così lungo. Ida accolse però come sempre nella sua grande casa Gianna, Pasqua e Nadia. Fu comunque una bella estate.

Due

Arrivarono nello stesso giorno e nello stesso momento, era l’estate del 1991, Pasqua e Nadia.

Ad attenderle, a casa di Ida, c’era Gianna, l’unica del gruppo a non essersi trasferita. Ida aveva già preparato l’angolo in penombra nella grande sala, aveva pulito il cotto antico del pavimento, aveva lavato cuscini e tappeti.

I bambini adesso stavano seduti e gattonavano e volevano alzarsi, lì sarebbero stati al sicuro e lei non li avrebbe mai persi di vista. Pasqua arrivava da Milano, lì era nato Giacomo e lì lavorava, in ospedale, come infermiera.

Sarebbe rimasta a Fossa una settimana e poi sarebbe tornata al Nord, per riprendere i turni.

Il bambino lo avrebbe lasciato fino a settembre con i nonni e anche con lei, Ida, che da seconda madre di tutte adesso era anche la seconda nonna dei figli delle amiche di Laura.

Anche Nadia, che viveva e lavorava nella fabbrica del marito, a Trieste, sarebbe rimasta nel suo paese natale una settimana.

La piccola Fulvia, anche lei divisa tra più squadre di nonni, sarebbe tornata a prenderla a inizio settembre.

Ida si unì agli abbracci delle amiche che stringevano le figlie e i nipotini, felici all’idea di averli per tutta l’estate.

Poi prese in braccio Zaccaria, il bambino di Gianna.

Gianna una madre non ce l’aveva più e Ida era felice di aiutarla con il piccolo. Fece strada verso la sala da pranzo, il tavolo coperto da una tovaglia di lino bianco con piccoli fiori turchesi ricamati da sua madre e pieno di prelibatezze preparate da lei: ferratelle morbide e croccanti (dolci tipici abruzzesi, ndr), pesche inzuppate nell’alchermes e riempite di crema di cioccolato, fette di pane casareccio farcite con fette di prosciutto e di formaggio fresco.

Vide il sorriso sui volti delle sue ragazze non appena entrarono in quella stanza che le aveva viste crescere.

Gianna, Pasqua e Nadia appoggiarono Giacomo, Zaccaria e Fulvia nel box che aveva preparato e poi, sedute intorno al tavolo, cominciarono a mangiare e a raccontarsi aneddoti della loro esperienza ancora tanto nuova di madri.

Mentre versava l’acqua fresca nei bicchieri sentì il rumore di una macchina che si fermava davanti casa. Guardò l’orologio di sfuggita. Alzò lo sguardo, Gianna disse:

Andate voi, correte, resto io con i bambini

Laura e Nicole. Erano arrivate, finalmente. Sarebbero rimaste un mese soltanto, Laura non poteva lasciare Nicole e tornare negli Stati Uniti per poi volare di nuovo in Italia a riprenderla.

Ida, però, mentre si precipitava a riabbracciare la figlia che non vedeva da due anni e a conoscere Nicole, a questo non voleva pensare.

Un mese.

Ne avrebbe gustato ogni secondo, lo avrebbe fatto durare un’eternità.

Tre

Quell’estate era stata perfetta. I bambini avevano fatto progressi ora dopo ora, la settimana in cui tutte erano state in paese aveva rinsaldato il legame tra le quattro vecchie amiche e Ida si era goduta la sua casa piena di pianti, risate, chiacchiere sussurrate mentre i frugoletti dormivano.

Zaccaria era stato il primo a mettersi in piedi da solo e lo aveva fatto utilizzando la testa di Giacomo come appoggio. A farlo cadere era stata Fulvia, che si era aggrappata alla sua maglietta tirandolo verso di sé. Era finito, Zaccaria, addosso a Nicole.

Quella confusione allegra si era ripetuta nei successivi otto anni. Nella seconda metà di giugno Gianna, Ida e Zaccaria si preparavano per l’arrivo di Pasqua e Giacomo, Nadia e Fulvia, Laura e Nicole.

Otto anni, otto estati per imparare a camminare davvero e poi correre, arrampicarsi, stare ore sdraiati nel letto di Ida a leggere giornaletti, raccontarsi storie, mangiare i biscotti appena sfornati e poi imparare a farli guidati da Ida, organizzare scampagnate vicino al fiume Aterno, piangere quando Nicole doveva partire prima di tutti lasciandoli come monchi per il tempo che restava. Zaccaria era l’unico che non arrivava e non partiva, lui era nato a L’Aquila e non aveva mai lasciato Fossa, era il capogruppo, era il padrone del bosco e del vulcano, era quello che restava in piedi al centro della piazza a salutare l’ultimo che partiva, dritto, la mano alzata, un sorriso grande sul viso abbronzato dal sole di montagna.

Gianna e Ida, quando la macchina svoltava e spariva alla vista, gli scompigliavano i capelli e dicevano frasi tipo:

Dài, la prossima estate arriva presto

Lui accennava un sì e poi scappava, correndo.

Chissà a fare cosa, si domandavano Gianna e Ida. Zaccaria correva a rotta di collo, correva fino a sentirsi il cuore nella gola e poi nelle orecchie, un assolo assordante di tamburi etnici, primordiali. Correva e sputava via l’anima, quella che durante gli interminabili giorni d’estate diventava quattro volte più grande.

Odiava restare, odiava passare ogni giorno davanti ai posti in cui lui e i suoi amici si erano rifugiati inventando un mondo che apparteneva solo a loro. Lui restava a mani vuote, restava in quel paese che con la fine dell’estate si impigriva e ingrigiva. Pensava a Giacomo, a Milano, al Duomo. Pensava a Fulvia, a Trieste, al confine.

Pensava a Nicole, a una città che non sapeva pronunciare, distante galassie. Piangeva, Zaccaria. Piangeva da solo, senza dire niente a nessuno.

Quando i bambini crebbero un po’ di più accaddero cose che li tennero lontani dal paese. Nuove nascite, divorzi, lutti, traslochi: per quattro anni a Fossa, a vivere l’estate, nessuno si unì a Ida, Gianna e Zaccaria.

Le notizie arrivavano, i grandi si tenevano in contatto e si aggiornavano sui vari cambiamenti, quelli tristi e quelli felici.

I bambini, che si erano sempre scritti durante i mesi di lontananza per raccontarsi le novità e scambiarsi auguri di feste e compleanni, smisero di farlo, gradualmente, ognuno preso dalla fine dell’infanzia e dall’inizio di un tempo nuovo.

Quattro

Laura e Nicole erano arrivate prestissimo, quella domenica mattina di inizio luglio. Erano andate a prenderle all’aeroporto di Roma, partendo all’alba da Fossa, Ida e Marioilpostino.

Laura era tornata due volte, in Italia, ma Nicole era rimasta a Burgettstown con il padre. Laura e Neal avevano divorziato e la figlia di Ida si era trasferita a Philadelphia con il nuovo compagno e le due figlie di lui.

Nicole era andata con lei, ma ogni venerdì pomeriggio prendeva un volo che in un’ora la portava dal padre. Ida era rimasta inorridita dalla facilità e velocità di quella separazione, dalla nonchalance con la quale sua figlia glielo aveva comunicato aggiungendo che aveva incontrato un altro uomo e che voleva costruire una nuova famiglia con lui.

Era stata Dorinda, la titolare dell’alimentari del paese, a ricordarle che in America le cose, comprese le questioni di cuore, funzionavano in modo diverso. Ida avrebbe voluto controbattere e dire che Laura era italiana, che lei stessa, pur essendo rimasta vedova da giovane, era rimasta fedele al buon nome del marito e all’onore della famiglia.

Dorinda, che in America era andata due volte a far visita agli eredi dei suoi parenti partiti da Napoli nel 1913, scuoteva la testa e guardava Ida, chiedendosi per la milionesima volta cosa l’avesse trattenuta dal trasferirsi anche lei negli Stati Uniti per stare vicino alla figlia e alla nipote.

Pasqua e Nadia sarebbero arrivate a inizio agosto, ma quella domenica a Fossa, il primo intorno all’ora di pranzo e la seconda poco dopo, arrivarono (anche se era il 2005, L’Aquila restava poco connessa con il resto del Paese e quindi i loro viaggi da Milano e Trieste non erano stati comodissimi tra cambi di treno e autobus senza aria condizionata) Giacomo e Fulvia.

Fu Ida a organizzare una cena nella sua grande sala da pranzo per riunirli.

Nicole aiutò la nonna a preparare la tavola e a cuocere le ferratelle con il vecchio attrezzo appartenuto ai bisnonni. Bastò un istante per ritrovare la manualità che aveva imparato quando era bambina.

«Fare le ferratelle è come andare in bicicletta, una volta che hai imparato non lo dimentichi più» le disse Ida osservandola.

Nicole era il ritratto di Neal, alta, muscoli da cheerleader, una massa di capelli neri e due perle di mare al posto degli occhi. Giacomo e Fulvia arrivarono insieme dopo essersi incontrati nella piazza del paese ed essersi salutati timidamente.

Nicole li accolse da vera americana tra ohmygod, gridolini, lacrime e abbracci.

I due ragazzi la lasciarono fare, ma Ida vide che erano a disagio: crescere, almeno in certe città, innalza barriere.

«Ok, venite, voglio sapere tutto, tutto di voi» Nicole allungò una mano per sfiorare una ciocca di capelli di Fulvia:

Sono meravigliosi!

Non erano così rossi quando eri piccola!».

A interrompere quel momento fu il suono del campanello.

È aperto!

disse Ida a voce alta mentre appoggiava il vassoio di lasagne fumanti al centro del tavolo. «Scusatemi ma ho finito adesso nei campi» entrò prima una folata di energia profumata di erba secca appena falciata e poi lui, Zaccaria. «Ce ne avete messo di tempo, bastardi».

Cinque

I cinque anni trascorsi senza incontrarsi avevano cambiato di poco Giacomo, era più alto, certo, e la sua vita a Milano era una vita comoda, fatta di abitudini e di routine che amava. Alla famiglia si era aggiunta una sorellina, Chiara.

Era stato promosso in terza liceo scientifico con la media dell’otto. A 13 anni aveva dato il suo primo bacio, l’ultima sera della gita scolastica in Bretagna.

A Fulvia si erano infiammati i capelli, adesso erano come quelli di sua nonna. Dopo averlo aspettato prima con speranza e poi con disperazione finalmente era arrivato il primo ciclo anche a lei, un mese dopo aver compiuto 15 anni. Adesso aspettava che le crescesse almeno un po’ il seno. Baci non ne aveva dati, tutti la scambiavano per una bambina.

Quell’estate sarebbe stata magnanima, con lei?

A Nicole quei cinque anni risuonavano nella testa delle urla della madre e di suo padre. Litigavano in slang e sua madre farciva e rafforzava il tutto con parolacce e bestemmie. Philadelphia era bella, ma a lei mancava la natura di Burgettstown, quel migliaio di abitanti che si conoscevano tutti, i cervi nel giardino e le lepri e i tramonti rosso fuoco. Aveva fatto sesso con un suo compagno della classe di matematica perché… boh, il perché non lo sapeva. Non le era piaciuto granché, ma lui era stato tenero.

A Zaccaria quel lustro aveva portato il naso e un braccio rotto, vere medaglia al valore per un rugbista come lui. All’istituto tecnico era stato bocciato, il primo anno.

Nessuno nella sua famiglia aveva capito quanto lui amasse leggere e scrivere, tutti lo credevano solo un ragazzo destinato a diventare un contadino e un pilastro della squadra di rugby. Cose che a Zaccaria piacevano ma aveva insistito e Gianna aveva ceduto: liceo classico e, a fine anno, promozione a pieni voti. Zaccaria aveva aspettato qualcuno, per quel primo bacio che tutti credevano avesse già dato.

Sei

Dopo quella prima serata i ragazzi ritrovarono l’armonia di sempre.

Il paese consentiva una libertà che nessuno di loro, eccetto Zaccaria, aveva. Si svegliavano, si lavavano il viso e correvano in piazza.

Nonni, genitori, fratelli e sorelle vari li rivedevano rientrare (distrutti dalla stanchezza ma felici) solo la sera, a ridosso della cena: il tempo di mangiare qualcosa, fare la doccia e poi correvano di nuovo fuori, dove ad attenderli c’erano i gelati del bar Il Ponte da gustare con lentezza stando seduti spalla contro spalla sulle panchine in piazza.

Zaccaria non doveva andare più in campagna, ai lavori pensavano suo padre e suo nonno: era stata Gianna a spiegargli quanto fosse importante per suo figlio ritrovare i suoi amici d’infanzia e passare con loro più tempo possibile.

Laura li portò quattro giorni al mare, un mare che fece ridere tanto Nicole, abituata alle onde dell’Oceano Atlantico: «Sembra un laghetto» disse spruzzando l’acqua addosso ai suoi amici con una pistola giocattolo che qualcuno aveva abbandonato a riva. «Quando faremo 18 anni come regalo dovete venire a casa mia, promettetemelo!».

Jeans tagliati alle ginocchia, scarpe da ginnastica e T-shirt: fu la loro divisa per l’intera stagione.

Tornarono le cadute clamorose da biciclette lanciate in discesa e le ginocchia sbucciate, tornarono le scorpacciate di more, le spighe di grano incastrate tra i capelli, i falò accesi di nascosto e le pannocchie arrostite.

Cominciavano a essere grandi, ma dentro conservavano riserve abbondanti d’infanzia pura, l’assenza di tabù che li faceva stare aggrovigliati l’uno all’altro a osservare la luna e almeno mezzo miliardo di stelle in quel cielo splendido e profondo.

Il legame che era stato, ed era ancora, così stretto tra le loro madri adesso era reso ancora più forte da loro quattro.

Come avevano potuto restare lontani per così tanto tempo senza sentirsi, come avevano fatto a dimenticare che erano stati l’uno l’appoggio sicuro dell’altro quando avevano imparato a stare in piedi e poi a camminare?

Fu la notte di San Lorenzo a mescolare e cambiare le carte in tavola.

A Nicole restavano solo tre giorni, poi lei e sua madre sarebbero ripartite per tornare a Philadelphia. I quattro ragazzi si erano spinti fino al castello di Ocre, a picco su Monte Circolo, una vista meravigliosa sulla splendida Fossa tutta illuminata dalle luci delle case abitate da chi ogni estate tornava. Le volevano afferrare, le stelle cadenti, divorarle, masticare e mandare giù i desideri espressi in silenzio, farli diventare carne viva.

Il primo a vederne una fu Zaccaria. Il suo desiderio lo conosceva da anni.

Sapeva esattamente come erano posizionati, loro quattro. Allungò la mano sinistra dietro di sé. Trovò immediatamente quella che cercava. Fece qualche passo indietro, nel buio del castello ridotto in macerie da secoli: fu solo un istante, un bagliore, ma un paio di labbra erano già a un millimetro dalle sue. Nicole sospirò e si strinse contro l’addome forte di Zaccaria. Apprezzò la timidezza del ragazzo, quasi una ritrosia.

Nei romanzi che aveva letto quando accadeva questo voleva dire che c’era interesse reale, che non era solo attrazione ma sentimento. Nicole spinse con più audacia la lingua nella bocca di Zaccaria, come per dire “non preoccuparti, lo voglio anch’io”.

Fulvia, che aveva visto un frammento di cometa precipitare e accendersi al contatto con l’atmosfera, si era spostata con un salto dalla sinistra di Zaccaria per guardarla meglio e gridarle forte nel silenzio del suo cuore:

Lui, stella, voglio lui

Si girò e si trovò davanti il viso di Giacomo.

«Attenta che il terreno diventa franoso, vieni più indietro» le mise le mani sui fianchi e la attirò verso di sé. Fulvia perse l’equilibrio e caddero a terra, scoppiando a ridere come avevano sempre riso, con la spontaneità di due compagni di gioco.

La ragazza puntò le mani contro le spalle del ragazzo per rialzarsi, ma le dita di Giacomo la trattennero. Le loro labbra si sfiorarono delicatamente e subito si allontanarono.

Fulvia sgranò gli occhi, Giacomo si alzò la maglietta per nascondersi. Fulvia si stupì di se stessa quando vide il suo braccio allungarsi e tirare giù il lembo di stoffa che copriva il volto di Giacomo. Si guardarono. Le loro mani si chiusero l’una intorno all’altra.

Accade, a volte, che le stelle conoscano meglio di noi i nostri sogni.

Puntata 2

Bruciare

Uno

Da bambini erano stati inseparabili. Le loro madri erano cresciute insieme in un piccolo paese a pochi chilometri da L’Aquila, in Abruzzo.

Ogni estate le quattro amiche si ritrovavano lì, a Fossa, felici di condividere le storie del loro presente e ammorbidirle con i tanti ricordi. Pasqua e Nadia si erano trasferite al Nord, la prima a Milano e la seconda a Trieste. Laura addirittura negli Stati Uniti, vicino Pittsburgh.

L’unica a restare era stata Gianna. Con Ida, la madre di Laura e la seconda madre di tutte loro. Quando erano nati i loro figli, tutti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, sembrò la prosecuzione naturale della loro famiglia allargata. Nicole, Giacomo, Fulvia e Zaccaria erano come fratelli e sorelle, da bambini. Sempre insieme, prima guardati a vista da Ida nella sua grande sala da pranzo adibita a nido, poi protetti dalle montagne e dai boschi del paese, dalle sue stradine e dai suoi vicoli.

Qualche cambiamento nella vita delle quattro amiche aveva alterato fino a fermarlo il rituale dell’estate e i bambini si erano persi di vista.

Fu l’estate dei loro 15 anni a farli ritrovare, a cancellare in un istante l’imbarazzo di essersi lasciati bambini e ritrovarsi grandi. Da bambino paffuto Giacomo si era trasformato in un ragazzo dal portamento elegante, i capelli che aveva sempre portato rasati quasi a zero per combattere il caldo e i pidocchi avevano sfumature che ricordavano un campo di grano maturo e sfioravano, lisci, le spalle.

I capelli sottili di Nicole erano diventati una massa di onde nere, i suoi occhi azzurri si erano schiariti di un paio di tonalità e il suo corpo, allenato costantemente per motivare con balletti e salti acrobatici la squadra di basket del liceo, era un esempio da manuale sulla muscolatura. Fulvia, pelle bianchissima e fiamme al posto dei capelli, era cresciuta dentro, le erano cambiati i pensieri, ma il corpo era rimasto in stand-by, i jeans che portava quando aveva dieci anni le andavano ancora (si chiudevano senza fatica) e non aveva bisogno del reggiseno.

Zaccaria somigliava sempre di più al paese in cui, a differenza degli altri, viveva tutto l’anno: compatto, definito, forte e nello stesso tempo gentile, nero di capelli e con gli occhi dello stesso verde dell’acqua dell’Aterno, il fiume che scorreva giù a valle, vicino Onna. Immaginava il mondo ma restava radicato alla sua terra, il luogo in cui era certo avrebbe costruito il suo futuro: il nuovo e l’antico, indissolubili. Quell’estate era stata perfetta, la loro amicizia una vera benedizione. Poi era arrivata la notte di San Lorenzo, con la sua promessa di stelle cadenti, di desideri da esprimere segretamente. Erano saliti fino al castello e da lì il cielo era tutto loro. Le labbra di Nicole trovarono quelle di Zaccaria e quelle di Giacomo si posarono su quelle di Fulvia. Quante costellazioni, nell’infinito dei tempi, sono nate così?

Due

Da amici a coppie. Coppie d’estate, chissà cosa nel resto del tempo, quando al più tardi a inizio settembre tornavano ognuno, tranne Zaccaria, a casa propria.

Si scrivevano, si chiamavano, i telefoni cellulari consentivano una frequentazione da lontano diversa, più attiva, ma quello che davvero rimetteva ogni cosa al posto giusto era il giorno dell’arrivo in paese. Quello che era accaduto fino al giorno prima non incideva, era come sbarcare su un altro pianeta.

L’estate dei 16 anni fu la prima conferma di quanto era stato appena assaggiato negli ultimi giorni dell’anno precedente, soprattutto per Zaccaria e per Nicole. La ragazza era ripartita tre giorni dopo quel primo bacio, non c’era stato il tempo, e forse era mancato anche il coraggio, di dirsi cosa era accaduto, com’era accaduto che da un’amicizia come la loro potesse nascere qualcosa di diverso. Fulvia e Giacomo qualcosa avevano accennato ma non molto, anche per non mettere in un angolo Zaccaria. Si erano limitati a tenersi per mano quando andavano a camminare in montagna e a scambiarsi un bacio leggero quando si separavano per andare a dormire.

Poi arrivarono i 17 e Fulvia e Nicole che ogni tanto si eclissavano dal gruppo per raccontarsi cose di donne. Zaccaria e Giacomo le aspettavano giocando a calcio, al campo dopo l’osteria, dalle parti di Cerro. Era sempre bello stare insieme, ma erano diversi i giochi, diversi gli argomenti, diversi gli sguardi di nonna Ida o delle loro madri quando li vedevano correre verso le loro camere e chiudersi la porta dietro le spalle.

I quattro ragazzi conoscevano a menadito le storie dei loro genitori, la storia di nonna Ida: amori perfetti, lineari, eterni anche oltre la morte. Non erano uomini e donne, erano ruoli quasi asessuati: mamma, papà, nonna. Unica eccezione Laura, con il suo divorzio a stelle e strisce. Unica eccezione conosciuta e messa nero su bianco, almeno. Ida sapeva delle cose che le aveva raccontato Gianna. E un giorno di qualche anno prima anche Pasqua si era confidata con lei. Non è semplice, amare. E Ida, che per tutti gli abitanti di Fossa era la povera mamma rimasta vedova troppo giovane, l’inconsolabile moglie, la donna che aveva dedicato tutta la sua vita alla figlia e alle sue amiche, Ida lo sapeva forse più di ogni altro che amare non è semplice, che Eros non è cieco, che le frecce nella sua faretra sono spietate e dannatamente precise, calcolate.

Mamma, io non capisco perché non vieni a vivere qui

aveva continuato a ripeterlo a lungo, Laura, quando la chiamava calcolando il fuso orario, sapendo che mentre lei chiudeva le tende per non farsi accecare dal sole sua madre accendeva la luce per illuminare la sala da pranzo avvolta nel buio della sera. «Non c’è niente che ti trattenga lì, possiamo comunque tornarci l’estate, insieme».

Anche le compaesane si chiedevano perché Ida non raggiungesse la figlia e la nipote. Prima c’erano gli anziani genitori da accudire, ma poi erano morti e lei era rimasta completamente sola.

Quando suo marito era morto, schiacciato dal trattore nel campo, Ida aveva pianto disperatamente. Aveva pianto senza riuscire a parlare, aveva pianto tenendo stretto tra le mani il rosario, scuotendo il capo davanti a don Celso che le assicurava che Domenico, padre e marito modello, era volato in cielo senza peccato.

«Lui ti guarda e ti protegge» continuava a ripeterle. Ida era una donna di fede a metà, più timorata che altro. Se davvero Domenico la guardava dall’alto dei cieli, Ida sapeva che suo m

arito tutto avrebbe fatto tranne che proteggerla. Fece incubi per mesi e mesi, lasciava la luce accesa sul comodino per paura di ritrovarselo davanti, fantasma paralizzato o angelo custode poco importava: Domenico adesso sapeva.

Sapeva che mentre lui moriva schiacciato lei era con Mario, avvinghiata a lui con le braccia e con le cosce, nel seminterrato. Mancavano 20 minuti all’uscita di Laura da scuola, sarebbe corsa a prenderla come sempre. Il corpo ancora caldo di carezze dell’uomo che amava e le labbra rosse di baci. Le corse incontro suo padre per darle la notizia. Il suo grido era stato reale, anche il suo dolore: sono solo parole quelle di chi sostiene che i sentimenti sono esclusivi, rigidi e sull’attenti come militari davanti alla bandiera.

Ida amava Mario, ma voleva un gran bene al padre di sua figlia. In paese tutti si domandavano perché Mario, così bello, non si fosse mai accompagnato con una donna. Consegnava la posta, dava un aiuto (quanto era generoso!) a Ida, la povera ragazza rimasta vedova con una figlia piccola, e poi spariva. In paese tutti si chiedevano perché la madre non raggiungesse la figlia in America e che fine facesse il postino, quando spariva nel nulla. Tutti. Tranne Ida e Mario.

2008, Pittsburgh, Pennsylvania, inizio agosto

Tre

Quando Nicole, nell’estate dei loro 15 anni, giocando nelle acque poco profonde del mare Adriatico, aveva lanciato l’idea nessuno aveva creduto che un giorno si sarebbe realizzata:

Per i 18 anni verrete voi da me

e vi farò vedere cos’è un’onda degna di essere chiamata tale!».

Zaccaria, Fulvia e Giacomo erano arrivati a Pittsburgh a inizio agosto, freschi di maturità conseguita brillantemente. Fulvia e Giacomo avevano raggiunto Zaccaria a Fossa una settimana prima della partenza e come sempre era stata Ida ad aiutarli a organizzare tutto per il grande viaggio, un premio per i loro successi scolastici e un regalo per i 18 anni, ovviamente.

I genitori dei ragazzi avrebbero voluto che andasse anche lei, ma Ida aveva scrollato le spalle amplificando una gobba che non aveva, «Smettetela di preoccuparvi per questi giovani, io non parlo una parola d’inglese e sono troppo vecchia per un viaggio simile».

Nessuno aveva insistito, ormai era una battaglia persa, schiodare Ida da Fossa era impossibile.

Nicole era andata a prendere i suoi amici all’aeroporto con la sua macchina, in casa non c’era nessuno, suo padre era via per lavoro e sua madre ancora a Philadelphia alle prese con la fine del suo secondo matrimonio.

Mentre guidava, l’adrenalina si mischiava a un po’ di agitazione: era la prima volta che si incontravano tutti in un posto che non fosse Fossa e la ragazza si chiedeva come avrebbero preso, gli altri, l’assenza di un caloroso benvenuto.

Aveva riempito il frigo di schifezze che era certa sarebbero piaciute a tutti, ma era lei per prima a sentire la mancanza del vassoio di ferratelle appena fatte e della lasagna di nonna Ida. La prima a correrle incontro fu Fulvia, le si gettò tra le braccia e Nicole sollevò il corpo minuscolo dell’amica senza difficoltà. Inspirò a fondo il profumo dei suoi capelli: nonostante le tante ore di volo sapeva di casa, sapeva di Fossa. Giacomo fu il secondo a salutarla con entusiasmo.

Ma quando smetti di crescere, sei altissimo!

esclamò Nicole guardando l’amico dal basso verso l’alto.

«Ecco, diglielo anche tu di darsi una calmata». Fulvia mollò un pizzico al braccio del suo ragazzo. «È da una settimana che ho la cervicale».

«Magari di questi dettagli possiamo parlarne più tardi?».

Zaccaria si avvicinò a Nicole. «Ciao, americana».

«Nononononono». Fulvia fece un salto tra i due separandoli. «Non potete dare spettacolo qui davanti a tutti, su», prese le loro mani e le unì, «una stretta è sufficiente».

Giacomo scoppiò a ridere, Nicole la guardò divertita, Giacomo la fulminò con lo sguardo. «Non darle retta».

Zaccaria attirò Nicole e le stampò un bacio sulle labbra.

«Ti sono mancato?».

«Da morire» sussurrò piano, in modo che solo Zaccaria potesse sentirla. Le era mancato tantissimo. Lo amava profondamente. Nicole era pronta anche a trasferirsi in Italia. Era pronta a tutto, pur di vivere ogni giorno con lui.

2008, Ocean City, Maryland, tarda estate

Quattro

Dopo i primi dieci giorni passati a Burgettstown i quattro ragazzi erano partiti per Philadelphia, dove ad aspettarli c’erano Laura e circa 100 scatoloni pronti a essere traslocati altrove, forse a Washington, dove abitava il suo nuovo fidanzato. Poi (nessuno di loro, Nicole compresa, si era sentito a proprio agio in quella casa pronta a essere abbandonata) avevano affittato un cottage a Ocean City, la spiaggia dei divertimenti della Costa Est degli Stati Uniti. Finalmente l’America come Giacomo, Fulvia e Zaccaria l’avevano sempre immaginata e sognata.

Burgettstown era un posto di poche anime disseminate a destra e a sinistra di una statale sulla quale sfrecciavano camion giganti, non c’era niente da fare, le uniche attrattive erano il circolo dei veterani, dove per una manciata di dollari potevi mangiare una porzione gigantesca di fish&chips, e un supermarket gestito dagli Amish, una comunità religiosa che vive senza gli agi dei tempi moderni: i ragazzi avevano passato ore a mangiare caramelle di miele puro e ad ascoltare i racconti della famiglia di commercianti. Zaccaria era rimasto a bocca aperta quando gli avevano detto che erano vietati, insieme al telefono e al computer, anche i trattori, le tosatrici elettriche e i mietitrebbia.

Pittsburgh l’avevano visitata per poche ore e Philadelphia aveva perso ogni attrattiva per colpa dell’atteggiamento esasperante di Laura, che aveva gettato un forte malumore soprattutto su Nicole.

Voglio essere ospitale, Fulvia

Nicole si fermò nella cucina del cottage. «Scegli quale camera preferisci per te e Giacomo».

Fulvia si girò e rivolse un sorriso sgargiante all’amica: «Io voglio dormire con te, dài, come quando eravamo piccole».

Nicole l’aveva accontentata, mostrando un entusiasmo che provava solo a metà. Avrebbe preferito Zaccaria, nel suo letto. Quella notte, dopo una serata passata a cercare di accendere il barbecue (se non fosse stato per l’aiuto del vicino di cottage probabilmente sarebbero andati avanti fino al mattino seguente) e a mangiare salsicciotti sprofondati nella senape, Fulvia si girò su un fianco e appoggiò la testa sulla spalla di Nicole: «Come vanno le cose con Zaccaria?».

Nicole sospirò, poi si girò e le regalò un sorriso dei suoi, grande, a 30.000 denti, denti a stelle e strisce, perfettamente allineati:

Sono innamoratissima

Fulvia le fece una linguaccia: «Ma smettila! Come fai a dire una cosa del genere? Siamo cresciuti insieme, siamo come fratelli e sorelle… E comunque vi vedete meno di due mesi l’anno, un po’ pochino, non credi?».

Nicole fissò l’amica, i due incisivi inferiori leggermente accavallati: «E tu e Giacomo? Non è la stessa cosa? Che poi voi abitate a poche ore di treno, perché non v’incontrate più spesso? Se io fossi così vicina a Zaccaria lo vedrai almeno due o tre volte al mese».

«Che c’entriamo io e Giacomo? Ti ho detto forse di essere innamorata di lui?».

Nicole spalancò gli occhi. Poi le labbra. Fulvia aveva bevuto quattro birre e mangiato quasi niente, meglio lasciarla dormire. Meglio lasciarle un po’ di tempo per tornare in sé.

Cinque

La spiaggia era deserta e buia, Nicole faceva strada tenendo una torcia elettrica puntata verso il basso.

Giacomo la seguiva tenendo saldamente la legna secca per il falò.

Dietro, l’uno accanto all’altra, Fulvia e Zaccaria ridevano trascinando il carrettino pieno di cibo e coperte.

Settembre aveva portato un clima più mite e aveva svuotato le case, solo fino a pochi giorni prima prese d’assalto da vacanzieri di ogni età.

Il giorno della partenza si avvicinava, ma i ragazzi sfuggivano da quel pensiero. Le ore passavano lente e veloci insieme: le onde dell’oceano erano un gioco irresistibile, tutto era magico, anche solo acquistare un classico bicchiere di limonata a un dollaro mentre camminavano pigramente lungo la boardwalk.

Le ore che amavano di più erano però quelle serali, quando il sole tramontava e loro si avviavano verso la spiaggia più nascosta, quella in cui era possibile accendere un falò indisturbati e parlare del futuro che li aspettava, dei sogni che avevano quando erano bambini e che adesso avrebbero dovuto realizzare.

«L’anno prossimo sarà più difficile, non avremo tutto questo tempo a disposizione per stare insieme». Fulvia allontanò dalla fiamma il marshmallow arrostito alla perfezione e lo passò a Giacomo. «Con l’università e gli esami, dico», allungò di nuovo la mano verso le fiamme per prepararne un altro.

Voglio fare un bagno

Nicole si alzò, sfilandosi il copricostume. «Chi viene?».

«Io non voglio finire in bocca a uno squalo» disse Fulvia con la bocca impastata di zucchero vanigliato.

I ragazzi si erano già alzati, pronti a buttarsi in acqua.

«Non possiamo lasciarti sola».

Giacomo fece per rimettersi la maglietta.

«No, vai tu». Zaccaria si lasciò cadere sulla sabbia. «Resto io».

Giacomo e Nicole corsero verso il mare, sparendo dietro una piccola duna che portava a un’insenatura meno gelida e più sicura. Fulvia aspettò qualche secondo, poi lasciò cadere il resto della caramella tra le fiamme.

Alzò lo sguardo verso il cielo, poi appoggiò la fronte sulle ginocchia. «Era tutto così semplice, quando eravamo piccoli» la voce le usciva dalle labbra come un lamento. «Ci sono dei momenti in cui vorrei che sparissero, che non esistessero».

Zaccaria si guardò intorno, poi si avvicinò alla ragazza.

Sei

«Dài, no, così gli facciamo prendere un colpo».

Giacomo rideva mentre Nicole lo trascinava verso la parte opposta del sentiero.

Ma non dovevamo fare un bagno?

«Shhhhh!» Nicole gli fece segno di abbassare la voce. «Nascondiamoci dietro quel cespuglio». La ragazza indicò la vegetazione a circa dieci metri di distanza, oltre la quale si poteva scorgere il colore caldo che le fiamme proiettavano nell’oscurità. «Quando ti tocco la spalla ci mettiamo a urlare forte e gli saltiamo addosso».

Si avvicinarono lentamente, camminando piegati sulle ginocchia.

Zaccaria e Fulvia erano seduti dando loro le spalle, una posizione perfetta per rendere ancora più eclatante lo scherzo. Nicole stava per dare il via a Giacomo quando la mano di Zaccaria si spostò per chiudersi intorno al fianco di Fulvia.

Fulvia si girò verso di lui: «Sai quante volte in queste settimane mi è venuto un istinto omicida? Vedervi insieme mi uccide».

«Nicole è una ragazza deliziosa, io le voglio un gran bene».

La mano di Zaccaria salì fino al collo sottile della ragazza. «Credi che per me sia semplice restare calmo quando sei con Giacomo?».

Fulvia afferrò la mano di Zaccaria, le loro dita si intrecciarono. «Sono io quella che inventa scuse assurde per fare in modo che i momenti in cui restiamo soli siano il minimo, tu accetti tutto passivamente, come se in fondo la cosa ti piacesse. Lei è innamorata, ha detto che vuole costruire un futuro con te, è americana, è matta come la madre». La voce rotta da una rabbia compressa da troppo. «Quella si fa mettere incinta, ci scommetto. E non sono più così sicura che a te la cosa pesi, d’altra parte immagino che fare sesso con una così, con tutte quelle curve, non sia proprio una grande penitenza».

«Fulvia splendore». Zaccaria le lasciò le mani, le afferrò il viso. Aveva letto quel romanzo di Fenoglio a 14 anni, l’estate prima che i suoi amici del cuore tornassero in paese dopo una pausa durata anni. E quando lei era arrivata lui le aveva detto così, le parole che Milton diceva e scriveva alla sua Fulvia. Una questione privata era diventato il loro libro, come un Vangelo. «Fulvia dannazione» continuò Zaccaria con le parole di Fenoglio sulle labbra sempre più vicine a quelle della ragazza, «se solo tu quella sera al castello non ti fossi spostata… Eri dietro di me, io ho allungato la mano per afferrare la tua e darti quel bacio, quello che non avevo ancora dato a nessuna, che aspettava solo te». Fulvia non trattenne le lacrime: «Io stavo solo cercando una stella tutta per noi».

«Tu lo sai quanto ti amo, vero?».

Zaccaria si allontanò un istante dalla bocca di Fulvia. «Come facciamo» gli occhi di Fulvia si persero in quelli del ragazzo che voleva tutto per sé. «Come?».

Un rumore alle loro spalle li sorprese. Forse una volpe, le volpi amano le dune, pensarono Zaccaria e Fulvia voltandosi.

Puntata 3

Illuminare

2023, Villaggio San Lorenzo, L’Aquila

Ida

Il mio nome è Francesca ma da quando sono nata tutti mi hanno sempre chiamata Ida, come mia nonna. Mi sono sposata con Domenico, l’amore della mia gioventù. Insieme abbiamo avuto Laura, insieme ne avremmo avuti altri, di bambini, questo era il programma, la certezza. Certezza che si è sgretolata la prima volta una mattina che pioveva a dirotto e Marioilpostino rimase a prendere un caffè in attesa che quel diluvio si acquietasse.

Cosa accadde? Nulla. Tutto. Uno sguardo diverso e migliaia di ali di farfalle nello stomaco.

Se ho combattuto? No, non ho combattuto, non ho resistito.

Poi il destino mi ha punita, Domenico è morto nei campi, schiacciato.

La notte prima lo avevo rifiutato con la scusa di un classico mal di testa. Non ha lasciato libero il mio cuore, non ha lasciato il posto a Mario. Dal senso di colpa non siamo riusciti a salvarci, così abbiamo portato avanti la nostra storia in segreto. Avremmo potuto costruire una famiglia, avere dei figli.

Se oggi tornassi indietro lo farei ma i rimpianti non servono. Giro la chiave e entro in casa, guardo i mazzi di fiori appoggiati sul tavolo, guardo il cesto pieno di piccoli sacchetti candidi.

Poi mi giro e dalla finestra la vedo, adagiata sotto il monte Circolo.

Quella notte me la ricordo come se fosse accaduta poche ore, e non 15 anni, fa. Scosse di terremoto ne avevamo sentite tante e quelle che avevano distrutto il nostro territorio appartenevano alla storia. Stavo dormendo, era stata una domenica pesante.

Laura mi aveva telefonato per dirmi che Nicole quell’estate non sarebbe tornata e che forse anche lei avrebbe rimandato il viaggio, magari in autunno. Tra mia nipote e i suoi amici di sempre, figli delle amiche del cuore di mia figlia, doveva essere successo qualcosa. Per i 18 anni erano andati negli Stati Uniti, dove vivevano mia figlia e mia nipote.

Li avevamo sentiti entusiasti, quando telefonavano. Ma poi erano tornati e non si erano fermati da me a raccontarmi la loro vacanza. Un saluto veloce di Zaccaria, un bacio di Fulvia e un abbraccio di Giacomo. Poi accadde. Ci ho messo ore a realizzare. C’era polvere ovunque, non riuscivo a vedere nulla, a respirare. Se fossi stata a casa mia sarei morta, morta schiacciata dai tre piani venuti giù.

Ero con Mario, a casa sua, mi aveva vista agitata, aveva insistito. Del mio palazzo storico e meraviglioso restavano solo le mura. La piccola casa di Mario, anche lei fortemente lesionata, ci aveva permesso di uscire vivi. Da quel 6 aprile Fossa è rimasta lì, bellissima e svuotata. Gli alpini hanno costruito un villaggio nella valle: abbiamo la chiesa, il negozio di alimenti di Dorinda, il bar, la farmacia. Ogni giorno quando ci svegliamo la guardiamo. Qualcuno di noi spera di poterci tornare, prima o poi.

Zaccaria

Siamo stati inseparabili, da bambini. E, in un certo senso, anche da ragazzi. Nicole, Giacomo e Fulvia erano i figli delle migliori amiche di mia madre.

In estate venivano a Fossa e la nonna di Nicole, Ida, ci teneva tutti insieme nella sua grande casa.

Poi abbiamo imparato a camminare, a correre, a parlare, a nasconderci, e il piccolo paese è diventato il nostro rifugio. Non c’era un angolo che non conoscessimo, che non si fosse prestato a fare da coreografia alle nostre vite.

Fulvia era come una gatta selvatica, già da bambina. Adoravo guardare il suo corpo essenziale, pelle e ossa, infilarsi ovunque, i suoi occhi furbi. Era sempre lei a ideare le avventure più pericolose, a metterci in pericolo. La colpa poi cadeva sempre su di me. Io ero l’unico che abitava in paese tutto l’anno, logico che la responsabilità venisse addebitata a un bambino grande e grosso e non a uno scricciolo indifeso.

Accaddero delle cose e per qualche anno non tornarono, i miei amici. Amavo leggere, anche se tutti mi vedevano solo come il rugbista che aiutava il nonno e il papà nei campi. In terza media la professoressa ci fece leggere un  libro e per me fu come un messaggio divino. Lei era lì, in quelle pagine scritte quando non eravamo neanche nati, era quella creatura sfacciata e forte che mandava in tilt il protagonista, Milton, innamoratissimo di lei. Fulvia, Fulvia splendore, Fulvia dannazione.

E quando, nell’estate dei nostri 15 anni, la rividi…Dio, sono passati quanti anni?

Giacomo

Mi svegliò mia madre, all’alba, bianca come la neve.

«Giacomo, stanno tutti bene ma Fossa, L’Aquila, è crollato tutto».

Riuscivo a cogliere una parola su dieci.

Le prime immagini le avevo viste al telegiornale, immagini della città sbriciolata. Con i miei genitori ci mettemmo in macchina per andare a prendere i miei nonni e portarli a Milano, fu un viaggio apocalittico. In paese non ci fecero entrare, quindi immaginai soltanto e immaginai proteggendomi: le cose sarebbero presto tornate come sempre.

Sono passati 15 anni e Fossa è ancora lì, sdentata, cariata, disabitata.

Non credo riuscirò ad abituarmi mai, a vederla così. Ho pensato spesso che tutto l’odio che ho provato nei mesi precedenti al terremoto siano stati come una bomba atomica che poi è esplosa, distruggendo quel posto in cui pensavo di essere stato felice e che invece mi aveva tradito.

Oggi so che quel pensiero era assurdo ma a 18 anni, quando hai il cuore infranto su più fronti, la razionalità diventa la meno probabile delle opzioni. Alzo gli occhi a destra, mentre guido per raggiungere il Villaggio San Lorenzo. Il nome che hanno dato alla nuova Fossa mi fa venire un brivido. Mi torna in mente una notte d’agosto, aspettavamo le stelle e noi quattro salimmo al castello di Ocre per vederle meglio. Allungo la mano e afferro quella di mia moglie, mi giro un attimo per guardarla.

«Che poi io non ne ho vista neanche una cadere, quella notte» dico soffocando una risata.

Neanche io

ride piano. Siamo andati oltre, ma non abbiamo dimenticato.

Fossa

Oggi Ida e Marioilpostino si sposano. Li vedo, da qui, vedo il villaggio che si prepara alla grande festa.

Sono venuti a trovarmi, ieri. L’età non li ha cambiati. Si sono fermati poco prima del ponte, a guardare il cantiere che chissà quando restituirà a Ida la sua casa. C’era nostalgia nei loro occhi, ma c’era anche quella luce che li ha colti di sorpresa, quel giorno che pioveva forte e Mario rimase ad aspettare quell’attimo di più, in cucina.

Io più di chiunque so che la vita cambia in un attimo, un istante, nel bene e nel male e nelle cose di mezzo, quelle sfumate, che qualcuno definisce ambigue. 32 secondi.

Centinaia di anni a stare in piedi e resistere e 32 secondi per finire così, tra parti crollate e parti inagibili. Zona Rossa: da 15 anni è vietato stare con me.

Mi viene da ridere. Queste case, anche se disabitate, queste strade e questi vicoli, anche se deserti, hanno continuato a fare da sfondo a mille storie.

Storie come quella di Ida e Mario. Ieri lui le ha dato un pizzicotto al fianco, poi un altro un po’ più in basso. Lei ha riso forte, si è girata verso di lui. Ho visto i suoi capelli grigi, neri com’erano. Ho visto il suo seno svuotato, fiero e sodo com’era. Ho visto il suo sorriso incantevole, era diverso quando sorrideva a Domenico. Bello anche quello ma diverso, come se fosse meno adatto al suo viso.

Si sono baciati. Un bacio vero, profondo.

Ecco, se crollare è servito a qualcosa, è servito a questo. Qui da me vengono solo quelli che si baciano così.

Nicole

I capelli di nonna Ida sono sottili, sembrano fili di seta. Io e mia madre la aiutiamo a coprire al meglio le zone un po’ diradate con l’aiuto di leggere cotonature e lacche varie.

Nonna ride: «Basta! Come farò poi questa sera, vado a dormire con questa testa tutta appiccicosa?». «Mamma, sono sempre tua figlia».

Mia madre le dà uno schiaffetto sulla spalla. «Non voglio sapere i particolari, chiaro?».

Nonna si gira e la fulmina, scherzosamente, con lo sguardo:

Incredibile!

Rischio di destabilizzare la Signorina Cinque Matrimoni!».

«Quattro, mamma» la corregge la mia precisissima genitrice, soffocando una risata e facendo finta di essere seria. «E comunque non è la stessa cosa, qui siamo in Italia e le cose funzionano in modo diverso».

«Nonna, io ho un’idea migliore». Una vocina si insinua. «E se invece di questa pettinatura tutta rigida ti mettessi tra i capelli questi bellissimi fiorellini?».

Nonna Ida guarda le mani piene di margheritine e papaveri già afflosciati e piccole spighe di mia figlia: «Tesoro, questa sì che è un’idea meravigliosa! Mi aiuti tu? Dài, sali sulla sedia». Nonna chiude gli occhi e sorride. «Mi fido di te, Stella».

Fulvia

L’ultima volta che sono venuta a Fossa è stata nel luglio del 2008, una manciata di giorni prima di partire per gli Stati Uniti con tutti gli altri.

Sarebbe dovuta essere la vacanza della vita, quella che avremmo ricordato per sempre.

E in qualche modo sì, è rimasta indimenticabile.

Rivedo come fosse adesso la spiaggia di Ocean City, il falò, le caramelle appiccicose arrostite, Nicole e Giacomo che corrono verso l’acqua per fare il bagno, io che scoppio in lacrime perché sono stanca di stare con Giacomo anche se amo Zaccaria e stanca di vedere Zaccaria tra le braccia di Nicole, lo stesso Zaccaria che dice di amare solo me. Tra di noi c’erano stati solo baci che eravamo riusciti a rubare, in qualche modo.

Facevamo l’amore con i nostri migliori amici a causa di un errore, un errore legato a certe stelle cadute la notte di San Lorenzo, un errore che non eravamo riusciti a dire ad alta voce.

Ero esausta, quella sera. Dissi tutto quello che pensavo a Zaccaria, dissi che avrei voluto che Giacomo e Nicole non esistessero. Lui provò a calmarmi con la storia di Fenoglio, provò a calmarmi con una carezza sul fianco e poi tra i capelli, provò con un bacio. Pensavamo che si trattasse di una volpe. Ne avevamo viste tante, in quelle settimane. Erano innocue ma comunque ci spaventammo e ci girammo di scatto. Negli occhi di Nicole e di Giacomo non c’era la delusione degli amanti.

«Noi volevamo farvi uno scherzo» balbettò Nicole.

Sì, solo uno scherzo

la bella voce di Giacomo aveva perso ogni colore, c’era il dolore viscerale del peggiore dei tradimenti, quello dei tuoi amici di sempre.

In un libro o in un film sarebbe accaduto il finimondo, invece quella notte e i due giorni seguenti, fino alla partenza, restammo tutti lontani e in silenzio.

Nicole e Giacomo erano svuotati.

Io e Zaccaria non riuscimmo a guardarci più in faccia.

Fossa

Ida e Marioilpostino si sono sposati due ore fa.

Fuori dalla chiesa, giù al Villaggio, hanno addobbato il grande spiazzo con tavoli e fiori, tutto il paese è invitato e anche gente che viene dalle frazioni e dalla città.

Il parroco, durante l’omelia, ha raccontato una storia piena di bugie, ha raccontato un sentimento nato di recente, tra due persone che si sono rispettate una vita intera e che adesso contano l’una sull’altra per affrontare l’ultimo tratto di strada.

Io non so se siano stati Ida e Mario a metterla così, non so se gli altri del paese ci abbiano creduto, ma in fondo non importa. Hanno la fortuna di essere stati a lungo felici, la fortuna di avere avuto la passione e la resistenza, la rarità di continuare a scegliersi e preferirsi non per abitudine o comodità ma per amore.

Laura, Pasqua, Nadia e Gianna hanno fatto da damigelle. Sono donne di mezza età, ma oggi sembrano essere tornate le ragazze che erano. Ida, vestita di rosso corallo e con un cespuglio di fiori e spighe tra i capelli, ha voluto per loro abiti color lilla, un lilla acceso che richiama il fiore del nostro zafferano.

Zaccaria

Ero qui, quella notte. Sono stato tra quelli che prima di capire la pericolosità di quello che era accaduto si sono gettati dentro le case per tirare fuori le persone terrorizzate.

Sono rimasto tre anni, ma poi non ce l’ho più fatta, sono andato via, mi sono trasferito in un’altra università e qui sono tornato di rado.

Al matrimonio di Ida non potevo mancare. Sono rimasto in casa fino all’ultimo, poi sono uscito e sono andato in chiesa. Era stracolma di gente, sono rimasto a ridosso dell’entrata, in attesa che il corteo nuziale arrivasse.

Come da tradizione la sposa è uscita da casa sua e, scortata da damigelle e donne del paese, si è incamminata verso la chiesa. Ho lanciato uno sguardo verso l’altare e ho visto Marioilpostino, ho visto la mia gente tutta vestita a festa con i fazzoletti già zuppi di lacrime stretti tra le mani.

Io sono sempre stato un ragazzino vispo e il paese non ha mai avuto segreti per me. D’inverno mi ritrovavo spesso a giocare da solo, a ispezionare ogni angolo, a spiare dalle persiane socchiuse.

Ero piccolo e lo raccontai subito a mia madre: «Nonna Ida e Marioilpostino si baciano, come le sanguisughe, non si staccano mai!».

Mia madre, che non mi parve molto stupita, mi diede un mezzo scappellotto affettuoso e mi disse: «Stai zitto, non sono cose che ti riguardano».

Non ne parlammo mai più ma anni dopo ritirò fuori il discorso:

Non dire nulla a Nicole

quando e se vorrà sarà Ida a parlare».

Le stagioni passavano, io continuavo a correre su e giù per il paese e a lanciare sguardi oltre le finestre chiuse. Nonna Ida e Marioilpostino continuarono a baciarsi, instancabili.

Nicole

Mia nonna Ida è sempre stato il mio esempio.

Si è sacrificata per tutti e adesso la vita la ripaga con questo amore arrivato forse tardi ma intensissimo.

Sono felice di vedere tutte queste persone venute qui per lei e Mario, felice di vederla raggiante. Anche se il Villaggio non è bello come lo era la nostra Fossa, oggi gli addobbi lo rendono incantevole. Il coro sta cantando l’Ave Maria di Verdi, è bellissimo tutto e il mio cuore è pieno di gioia.

Allungo una mano per sfiorare i capelli di Stella, le accarezzo la testa. Mi giro per guardare indietro, verso l’entrata, e il mio sguardo resta fermo sul volto alla mia sinistra, seduta al fianco di Stella.

Sorride. Ho la gola chiusa.

Lei allunga una mano e sfiora una mano di Stella. Mia figlia mi guarda, poi si rivolge alla sconosciuta che continua a tenerle la manina tra le sue.

Chi sei?

«Sai che sei bellissima? Hai gli stessi capelli del tuo papà» il suo viso si alza di nuovo verso il mio, «e gli occhi splendidi della tua mamma».

Mia figlia non è stata cresciuta con ansie e timori verso gli adulti: «Grazie! A me piacciono molto i tuoi capelli! Io mi chiamo Stella, tu?».

«Piacere», due ciocche sfuggono dallo chignon morbido e incorniciano il volto bianchissimo di rosso. «Io sono Fulvia».

Fulvia

«Quando mia madre mi ha detto della bambina, e di voi, ho pianto non so per quanto».

Fuori dalla chiesa, in mezzo alla confusione dei festeggiamenti, resto accanto a Nicole.

Stella è corsa da suo padre, tra un po’ spero di trovare il coraggio e di riuscire a salutarlo. È bellissimo, è sempre stato bellissimo, ma gli anni gli hanno regalato molto: charme, sicurezza.

Mi giro e guardo la mia amica, i suoi capelli neri, gli occhi di acque serene.

«Io non ho mai trovato il coraggio per chiamarti, per dirti che perderti, perdervi tutti, è stato un dolore immenso». Nicole mi ascolta, si rigira tra le dita un fazzolettino di carta ormai ridotto a brandelli. «Sapere che ti eri trasferita in Italia è stata una sorpresa» indico l’uomo che tiene Stella per mano. «Non potevo crederci».

«Non è stato un ripiego, Fulvia». Nicole guarda suo marito e sua figlia. «Ho scelto di venire a studiare a Milano e ci siamo incontrati praticamente per caso. Sono molto felice con lui, è davvero la persona che ho sempre sognato di avere accanto».

«È vero, lui è speciale» lo guardo e lo penso davvero, era capace di stupirti in mille modi diversi e sapeva baciare, sapeva baciare davvero.

«Fulvia?». Nicole mi chiama.

È mio marito, chiaro?

Succede in un attimo. Ci guardiamo. Scoppiamo a ridere. È lei che spalanca le braccia, è lei che mi stringe fino quasi a schiacciarmi.

Zaccaria

Ci siamo visti da lontano, abbiamo fatto finta entrambi di niente.

Quel gelo che cadde tra di noi quando la notte del falò mandammo in fumo l’amicizia di una vita non fummo in grado di dominarlo in nessun modo. Bruciò tutto.

Il villaggio è ancora illuminato, la mia gente balla, brinda, ride, li ho lasciati così, poco fa, prima di allontanarmi e prendere la macchina. Lo guardo da qui, immerso nel buio del paese in cui sono cresciuto e che non ha segreti, per me, anche se è disabitato da 15 anni.

Sono passato davanti casa mia, poco fa. Ho accarezzato la porta, c’è ancora. Per un attimo mi sono rivisto dentro, nessuna maceria, mi sono rivisto nei giorni gelidi d’inverno, con un libro tra le mani, mamma che cucina, papà che scommette su quanta neve troveremo quando ci sveglieremo: è un’immagine che porto nel cuore. Poi sono salito qui, al castello. Fossa è sotto di me, illuminata solo dalla luna.

Visto quante stelle?

la voce arriva da dietro, non ho bisogno di voltarmi per sapere a chi appartiene.

Fossa

Avessi voce racconterei tutto questo a chi un giorno tornerà a vivere qui con me.

Racconterei di una donna e di un uomo che si sono amati per una vita intera e io sono stata loro complice, li ho protetti dagli occhi indiscreti, li ho protetti dai loro timori.

Racconterei di quattro ragazze, della loro amicizia, dei loro bambini nati a pochi giorni di distanza. Passavano l’estate qui. Sono cresciuti insieme, erano inseparabili.

Forse non mi soffermerei troppo su quello che li ha allontanati. Se fossi una brava fotografa farei vedere a tutti un’immagine splendida, l’ho stampata nel mio cuore poco fa: Fulvia, Nicole, Zaccaria e Giacomo insieme, stretti in un abbraccio con Ida e Mario.

Ci hanno messo del tempo ma io so cosa voglia dire essere pazienti: significa avere fede nel futuro.

Ho altre due foto preziose. La prima ritrae due sposi, giovani e bellissimi, l’altra una bambina appena nata. Nicole e Giacomo si sono sposati al villaggio e subito dopo la celebrazione sono venuti a trovarmi. Due anni dopo mi hanno portato la loro bambina, Stella.

Se fossi una brava regista un giorno farei guardare a tutti una scena che ho ripreso alle mie spalle, su in alto, al castello, prima che i quattro ragazzi si ritrovassero finalmente, al Villaggio, stretti in quell’abbraccio pieno di lacrime e risate e promesse e richieste di perdono: Zaccaria che mi guarda e Fulvia che lo raggiunge, il suo passo leggerissimo, la sua voce di velluto.

«Visto quante stelle?» gli domanda lei dopo 16 anni di silenzio. «Per me ne esiste solo una».

Non si è voltato ma ha allungato una mano dietro di sé, verso il suo passato, per afferrare il suo futuro.

La mano di Fulvia.

La mano giusta, questa volta.

«Fulvia dannazione» si sono guardati,

Fulvia splendore

Zaccaria le ha accarezzato ogni millimetro del viso.

Un giorno racconterò di tutte le stelle che hanno visto quello che ho visto io, quando erano sfacciatamente luminose e quando a nasconderle bastavano le nuvole.

Stelle per noi rimaste sempre qui, con me, nel mio cielo, a ricordarmi com’era, e com’è, la vita.

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