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Amiche per sempre

Isabella e Romina si conoscono da bambine e si fanno una promessa. Diventano inseparabili. Inseparabili in campagna, sulle coste dell’Inghilterra. Inseparabili sempre e comunque

Isabella e Romina: la storia di un'amicizia per sempre
CREDITS: Pexels Tatyana Doloman

Ci sono amicizie che superano lo spazio e il tempo, amicizie che custodiamo nei cassetti del cuore per anni.Poi un giorno, apparentemente senza motivo, magari perché siamo un po’ malinconiche o perché al contrario siamo felici, decidiamo di aprire proprio quel cassetto e ricordare tutto quanto.

Quando ripenso a Romina e alla mia vita con lei, appaiono come per magia due immagini molto diverse tra loro, ma ugualmente belle, affascinanti. La campagna e il mare.

Un’amicizia nata in campagna: l’incontro tra Isabella e Romina

Io e lei ci siamo conosciute, appunto, in un bel paesino di campagna. Un paesino di 200 anime, con pochi bambini e tanto verde. Per me, quel posto che profuma di fieno e di alberi da frutta, a partire dai sette anni era diventato sinonimo di vacanza estiva.

Sì, vacanza, perché in quel paesino fuori dal mondo abitavano i miei nonni materni, che appena finiva la scuola non vedevano l’ora di accogliere me, la loro unica nipotina, che durante il resto dell’anno viveva a Roma. 

Per me scappare dal caos cittadino e ritrovarmi tra le mucche e i boschi era come una grandissima benedizione. Ma c’era un “ma”: la solitudine.

Perché d’estate in paese ero l’unica bambina, dal momento che la maggior parte degli altri piccoletti andava in vacanza con i genitori al mare o in alta montagna.

Io e Romina ci siamo conosciute in una mattina d’estate, con il vento che mi scompigliava i capelli e il rumore assordante di un decespugliatore in sottofondo. Era la prima volta che i nonni mi lasciavano fare una passeggiata da sola. La nonna mi aveva chiesto di passare dal negozio della piazza a prenderle quattro pagnotte di pane e un po’ di latte e così avevo fatto.

Poi, avevo deciso di raggiungere i ruderi di una chiesa nascosti in un boschetto. Ho chiesto come avrei potuto raggiungerli a un’amica della nonna che avevo incontrato lungo la strada. Ma prima che lei potesse rispondermi, era intervenuta una bambina minuta, con gli occhi marroni e i capelli rossi e lisci come spaghetti. «La strada per i ruderi è oltre quell’arco. La strada è semplice, ma se vuoi ci andiamo insieme».

Decisi di fidarmi di quella ragazzina, che doveva avere più o meno la mia età. Percorremmo la strada in silenzio.

Quando arrivammo rimasi senza fiato: l’edera aveva completamente avvolto i ruderi, che si potevano scorgere a stento. Insomma, la natura durante gli anni si era ripresa tutto, tornando a occupare ogni spazio, ogni crepa.

Passammo molto tempo a giocare insieme, raccogliendo fiori e parlando delle nostre vite senza neanche esserci presentate. A un certo punto mi resi conto di quella stranezza.

Sorrisi e dissi:

Comunque, io sono Isabella.

«E io Romina».

Il posto segreto e le estati indimenticabili dell’infanzia

Poi, esitando un attimo, indicai le rovine e chiesi: «Mi sono divertita tantissimo, con te. Questo può diventare il nostro posto segreto? Il posto in cui veniamo a parlare, a confidarci. Sempre. Nei giorni felici, ovvio. Ma anche in quelli difficili, un po’ tristi».

Romina annuì, entusiasta. «Va bene, ma a una condizione: dobbiamo vederci spesso. E poi, tu devi tornare qui ogni estate. Non voglio perderti».

La guardai dritta negli occhi e accettai con quella serietà assoluta che possiedono solo i bambini.

Il resto di quell’estate passò come in un soffio. Lo trascorremmo a vagare per le colline che abbracciavano il paese.

A volte ci spingevamo più lontano, azzardandoci verso i primi pendii delle montagne, dove il paesaggio cambiava e il mondo sembrava trasformarsi in un luogo fiabesco.

C’erano animali ovunque. Non li vedevamo quasi mai distintamente, ma sentivamo la loro presenza grazie a tanti piccoli indizi: un fruscio tra i cespugli, un’ombra tra gli alberi, un’impronta nel fango…

Romina conosceva tutto della natura. Era una creatura di quei boschi. Mi parlava con passione della fauna selvatica, m’insegnava a riconoscere le piante medicinali, mi mostrava dove scovare i frutti di bosco più dolci e mi spiegava i segreti dei pesci di fiume.

Ricordo ancora la prima volta che ne vidi uno sfrecciare nell’acqua limpida.

Sgranai gli occhi e, con la genuina ignoranza della bambina di città, esclamai:

Ma i pesci non vivono soltanto nel mare?

Romina scoppiò a ridere, una risata cristallina che sembrò rimbalzare contro le rocce. Quasi ogni pomeriggio facevamo il bagno nel fiume poco distante dal paese. L’acqua era fredda, a tratti gelida, ma limpidissima e rigenerante.

Tra un tuffo e una risata, tra una scampagnata nei prati e un ghiacciolo all’amarena acquistato nel piccolo bar della piazza, l’estate pian piano consumò i suoi giorni.

Il momento dei saluti arrivò inevitabile. Ci ritrovammo nel nostro posto segreto, tra l’edera e le pietre della vecchia chiesa. Ci abbracciammo strette, rinnovando la promessa: ci saremmo riviste l’estate successiva.

Il ritorno in città fu un vero e proprio trauma. Il grigiore, la routine della scuola, il traffico asfissiante, i compagni di classe con cui non riuscivo più a sintonizzarmi del tutto, le montagne di compiti… Che strazio. Io, con la testa e con il cuore, ero rimasta là, dai nonni e da Romina.

Pensavo continuamente al paese, al profumo dell’erba e alla mia amica.

Fortunatamente, la distanza non spezzò il nostro filo: ci sentivamo quasi ogni giorno al telefono, raccontandoci le piccole cose quotidiane e contando i giorni che ci separavano dal nuovo incontro.

La partenza per Bexhill-on-Sea: un’amicizia a distanza tra Italia e Inghilterra

Gli anni passarono così, scanditi dal ritmo immutabile di partenze, lunghe attese e meravigliosi ritorni. Ogni anno, puntualmente, stipavo le mie valigie e salivo sul pullman diretta dai nonni il giorno stesso della fine della scuola o al massimo quello successivo.

Però, il tempo non si ferma per nessuno.

Io e Romina crescemmo, cambiammo, diventammo adolescenti e poi giovani donne.

Quando Romina compì 18 anni, durante una delle nostre passeggiate estive si fermò lungo il sentiero e mi guardò con una luce diversa negli occhi.

Mi disse che aveva deciso di partire. Definitivamente. La sua destinazione era l’Inghilterra, una piccola cittadina costiera chiamata Bexhill-on-Sea.

Sentii una morsa allo stomaco. Ero dispiaciuta, avevo paura di perdere la mia migliore amica. Ma non potevo fermarla.

Le promisi che sarei andata a trovarla, e lo feci sul serio.

Non appena terminato il liceo, decisi di prendere un anno sabbatico. Chiusi le valigie e volai da lei, rimanendo in terra inglese per 12, lunghissimi mesi.

Lì il mondo era completamente diverso da quello a cui eravamo abituate. Niente più colline arse dal sole o fiumi d’acqua dolce. Il mare del Sussex era freddo, scuro, profondo e il cielo era spesso ricoperto da una coltre di nuvole grigie. In più, un vento costante e pungente soffiava dalla Manica.

Eppure, nonostante il cambio di scenario, noi eravamo sempre le stesse. Camminavamo lungo la scogliera e la costa per ore, proprio come un tempo facevamo tra i campi del nostro paesino.

L’incontro con i cavalli in riva al mare e la scelta di un nuovo futuro

Un pomeriggio particolarmente ventoso, mentre passeggiavamo lungo un tratto di costa selvaggia, scorgemmo in lontananza dei cavalli. Galoppavano liberi sulla spiaggia con le criniere al vento, indomiti e potenti contro il profilo delle onde. Mi fermai di colpo.

Rimasi incantata, incapace di staccare gli occhi da quella scena di pura bellezza e forza.

Ti piacciono, vero?

mi chiese Romina, avvicinandosi e mettendomi una mano sulla spalla.Annuii soltanto, senza riuscire a spiccicare parola.

Lei sorrise con quella dolcezza antica che la contraddistingueva e disse: «Allora ascoltali. Guarda come si muovono, come respirano. Quando li guardi, vedo nei tuoi occhi una luce particolare. Una luce che non ti ho mai visto prima».

Quel momento segnò qualcosa di profondo dentro di me.

Quando l’anno sabbatico finì, tornai in Italia. Mi iscrissi all’università di Lettere e Filosofia, ma parallelamente decisi di seguire un percorso per diventare istruttrice di equitazione.

Era una scelta singolare, azzardata per una ragazza universitaria della Capitale, ma non me ne pentii mai.

Anno dopo anno, sentire il contatto con i cavalli mi riportava a quella stessa sensazione di libertà che avevo provato in passato.

Passò altro tempo. La mia vita si riempì di esami, di libri, di sessioni di allenamenti al maneggio, di nuovi amori che andavano e venivano.

L’unica costante, l’unica certezza incrollabile per me e per Romina rimaneva sempre l’estate. Che fosse in Italia o in Inghilterra, la nostra promessa si rinnovava ogni volta, puntuale come il ciclo delle stagioni.

La telefonata improvvisa, la malattia e la promessa più importante

Un giorno d’autunno mi arrivò una telefonata destinata a cambiare tutto.

Stavo camminando per strada, felice, con il telefono in mano, pronta ad annunciarle una notizia meravigliosa: ero finalmente arrivata alla fine del mio percorso universitario e desideravo invitarla alla mia laurea.

Ma appena rispose, prima ancora che potessi parlare, percepii che la sua voce era diversa. Sottile e pesante insieme.

Isa… devo dirti una cosa

mormorò. «Ho un tumore».

Il mondo intorno a me si bloccò improvvisamente.

Il rumore del traffico di Roma svanì. Non riuscii a dire nulla. La mia gola si chiuse in un nodo stretto e asfissiante. Nemmeno Romina disse più una parola.

Partii il giorno stesso. I giorni trascorsi con lei in Inghilterra durante la sua malattia furono sospesi in una dimensione irreale. Non facevamo grandi cose, la forza le mancava. Ci accontentavamo della semplicità più pura: camminare lentamente, parlare sedute su una panchina di legno, mangiare un gelato…

Una sera, mentre eravamo sdraiate sul divano del suo piccolo appartamento a guardare un vecchio film western, si girò verso di me.

Promettimi una cosa, Isabella

mi disse, stringendomi la mano con le poche forze che le rimanevano. «Promettimi che non abbandonerai i cavalli, che non abbandonerai i tuoi progetti. Dopo che me ne sarò andata, promettimi che non lascerai morire i tuoi sogni».

Trattenni le lacrime a stento facendo sì con la testa.

L’eredità di Romina: la nascita del centro d’equitazione e un legame eterno

Quando Romina se ne andò, lasciò una voragine dentro di me. Soltanto dopo il suo funerale, scoprii qualcosa che mi spezzò e mi curò il cuore allo stesso tempo: la mia amica mi aveva lasciato tutti i suoi risparmi.

Insieme ai documenti, c’era un piccolo biglietto per me scritto a mano: “Per il tuo primo cavallo, per i tuoi progetti, per i tuoi sogni”.

Con gli anni, il dolore lacerante della perdita si trasformò gradualmente in un ricordo dolce.

Diventai un’insegnante, ma non abbandonai mai la passione per l’equitazione. Con i soldi che Romina mi aveva donato acquistai il mio primo cavallo, che battezzai Arthes. Poi, decisi che era giunto il momento di compiere l’ultimo passo: aprire un centro di equitazione tutto mio.

Il giorno dell’inaugurazione c’erano amici, famiglie, musica… Avevo il nastro inaugurale tra le mani e le forbici pronte a tagliare. Proprio in quel momento, si alzò un vento leggero che mi scompigliò i capelli e mi accarezzò il viso, come quella mattina di tanti anni prima al paese dei miei nonni.

Per un magico istante, l’aria smise di profumare solo di erba e terra: profumava di mare, di salsedine. Di Romina. La mia amica per sempre.

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