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Separati ma non troppo

CREDITS: Pexels Cottonbro

Non ci credo ancora. Sono ferma in macchina dinanzi all’abitazione di Mario, il mio ex marito, da ben cinque minuti, con il finestrino abbassato e le mani ostinatamente aggrappate al volante. Ho ancora addosso il pigiama. Sopra, la maglia, un copri-spalle gettato alla rinfusa e, ancora più su, il primo giaccone che mi è passato di mano.

Sul sedile posteriore della mia auto ci sono i miei due figli: Flavio, 27 anni, e Tommaso, 30. I loro stati d’animo sono opposti. Tommaso non ha smesso un istante di piangere rabbiosamente. Flavio, invece, non si muove, non parla, non mi guarda negli occhi. In questo momento, non chiedo altro che di essere sua madre. Invece, per lui sto inaspettatamente diventando un’estranea.

Per arrivare fino a questa via, ho dovuto percorrere un’infinità di strade buie alle quali, prima che tutto succedesse, non avevo mai fatto caso.

L’autista dell’ambulanza parcheggiata davanti a casa di quel disgraziato del mio ex marito si avvicina alla mia auto. Lo sento chiedermi se tutto va bene e, mentre dentro di me urlo un “no” disperato, avverto il mio capo abbassarsi per annuire.

La telefonata di notte e la notizia della morte del mio ex marito

Mario si è sentito male neppure mezz’ora fa, verso mezzanotte, quando avevo da poco finito di lavorare alla macchina da cucire e stavo per andare a letto. Vedere il suo nome sul display del mio cellulare e pensare di mandarlo definitivamente al diavolo è stato quasi un tutt’uno.

Così, ho risposto, ma la voce mi è letteralmente morta in gola. Non potrò dimenticare quelle dieci, essenziali parole pronunciate da una voce che non sono subito riuscita ad associare a un volto: «Vieni, per favore.

Mario sta male

È caduto a terra» ho sentito dire da Maria, la sua compagna, tra i singhiozzi.

Credo che quelle parole abbiano, più di tante altre, demolito il mio universo e ne abbiano aperto un altro, dove ho appena cominciato a brancolare, cercando deboli spiragli di luce.

I legami che ci vincolano agli altri, a volte, sono impossibili da spiegare. Alcuni sfidano il tempo, le convenzioni sociali, la distanza e persino la logica.

Ho fatto la mia scelta

Sono sempre più convinta del fatto che ci si evolva soprattutto in funzione delle scelte fatte. C’è chi scappa, chi rimane fermo, chi gioca e rischia. Io ho fatto la mia scelta, anche se non ho ancora adesso piena consapevolezza di questa decisione.

Mentre scendo dalla macchina, penso che è accaduto tutto da un momento all’altro e che è stato veramente come passare dal bianco al nero. Fino a un istante prima, Mario c’era, respirava, si divertiva su Facebook, mi sbeffeggiava. Poi, un attimo dopo, cadeva inerme sul pavimento della sua camera da letto.

Dicono che la morte di chi si ama arrivi come uno schiaffo inaspettato e causi uno stato di shock. Che ci sentiamo fragili, che il respiro si fa corto, la bocca asciutta, che la gola e il petto sono perennemente stretti in una morsa.

Io, però, Mario non lo amo più. E da tanto tempo.

Mi avvicino alla porta della sua casa. Penso che potevo andarmene e, invece, sono rimasta. Lui è sul letto matrimoniale, esanime. Eppure, non riesco a fare a meno di pensare a quanto sia bello, persino in questo momento, con il suo fisico da lottatore, gli occhi che sembrano scolpiti nel legno, la bocca carnosa, i capelli ricci e ancora neri.

Se medito sul fatto che c’è stato un tempo in cui l’ho odiato, quest’uomo che è stato mio marito per 23 anni, mi sembra di star parlando di un’altra persona. Invece no.

Dal dolore del tradimento alla separazione: il nostro passato

Ricordo come se lo stessi vivendo adesso il momento esatto in cui è andato via di casa, sette anni fa, a distanza di un mese dal suo cinquantesimo compleanno. L’ha fatto per vivere con la sua amante, italiana e non molto più giovane di lui, che frequentava a mia insaputa da mesi.

Eppure, almeno all’inizio, mi aveva fatto credere che si trattasse di un allontanamento transitorio per allentare le tensioni che, effettivamente, c’erano tra noi, con l’accordo di continuare a passare il weekend e tutte le feste insieme, anche con i nostri figli.

Solo dopo, molto tempo dopo, ho saputo che lui aveva già un’altra donna e una casa pronta dove stabilirsi con lei. E che, quindi, non sarebbe mai più tornato a stare con noi.

La sua è stata una vera e propria fuga. Se n’è andato come un vigliacco.

Rammento che, dopo la separazione, venne un momento in cui cominciai a sentirmi instabile, insicura. Mi s’impigliò un sandalo e dovetti fare passi veloci per evitare di cadere.

E se, invece, mi fossi fatta male?

mi chiedevo senza requie. “Chi avrebbe visto il sangue scorrermi lungo la gamba? Chi mi avrebbe accompagnata al pronto soccorso? Chi sarebbe stato con me, una volta tornata a casa?”.

Mario se n’era andato e io mi sentivo senza direzione. Non sapevo che fare e ogni giornata davanti a me sembrava interminabile. Potevo uscire, ma avevo paura. Non volevo vedere persone che facevano cose normali e pensare che loro vivevano senza problemi.

La vita riprende a scorrere serena

Poi, nonostante tutta la sofferenza che quella separazione mi aveva provocato, la vita piano piano ricominciò a scorrere serena. Mi accorsi che stavo meglio, o almeno che ero più calma, quando un giorno risi per una cosa buffa detta da mio nipote.

Sto ridendo

mi dissi. Non lo facevo da così tanto tempo.

Mi sarei sentita in colpa, prima, a ridere senza di lui, nonostante quello che mi aveva fatto. E adesso potevo anche leggere: certo, potevo farlo pure prima, ma non riuscivo a seguire niente. Il mio pensiero si allontanava sempre e andava a lui, alla nostra vita insieme, prima della separazione.

Poi, erano cominciate le ripicche, i ricatti morali, le vessazioni, i tormenti.

Non gli bastava avermi lasciata. Adesso voleva distruggere la mia vita rendendola precaria e trasformandola in una pena senza fine. Soldi per noi, per me e per i nostri figli, non ce n’erano mai. Servivano sempre e solo per lui e Maria.

Persino la macchina, che mi era indispensabile per spostarmi e lavorare come domestica a ore, era necessaria a lei. Così, me l’aveva tolta, l’infame.

Stasera sono qui

Eppure, stasera sono qui. È come se un mucchietto di cellule sfuggite al mio controllo si rifiutasse di separarsi da lui, da questo ignobile traditore.

Flavio e Tommaso mi hanno raggiunta vicino al loro papà. Flavio, in preda a un dolore che non so definire, cerca di trascinare il corpo di suo padre fuori da quella casa che, a detta sua, non gli appartiene.

Piango di commozione per questo figlio che adesso m’ignora, ma che (lo so) dentro di sé sente forte la mia presenza.

Poi, penso ancora una volta a Mario.

Spesso, nei momenti di maggior scoramento, ho desiderato che morisse. Altre volte, con una rabbia che ha lo stesso sapore del fiele, l’ho profondamente invidiato per quella fuga che, in fondo, forse, lo ha reso realmente e totalmente libero.

Pietà davanti alla morte dell’ex marito

Decido improvvisamente che non lo lascerò qui, con questa donna, benché lui l’abbia follemente amata. Il rischio sarebbe privare il padre dei miei figli di una degna sepoltura, visto che Maria è totalmente al verde, credo.

Ho letto, non ricordo più dove, che seppellire nel silenzio i resti mortali di un uomo non significa approvarne la vita. Significa semplicemente affermare che la pietà è superiore alla vendetta.

Forse, sto cominciando a sragionare, non lo nego. Sarà perché nessuno mi aveva detto che il dolore del lutto è così simile alla paura.

Io non provo paura, adesso, eppure la sensazione è simile. Lo stesso palpito nello stomaco, la stessa irrequietezza, un continuo sbadigliare. Non faccio altro che inghiottire. Mi sembra davvero di essere leggermente inebriata, di sentirmi come se avessi sbattuto con violenza la testa.

Da quando tutto è accaduto, poco più di un’ora fa, è come se ci fosse una coperta invisibile che mi separa dal resto del mondo. È tutto così indifferente.

Eppure, ho bisogno che ci siano altri vicino a me. Ho il terrore del momento in cui la mia casa sarà vuota. Se solo tutti coloro che mi sono vicini rimanessero ancora un po’ e parlassero tra di loro, non a me.

Immagino cosa starete pensando. Che, molte volte, noi donne ci poniamo sfide impossibili per poterci sentire, così, dolci crocerossine.

Vogliamo curare questi poveri uomini che ci fanno del male per sentirci valorose eroine. Ma, così facendo, finiamo solo per ferire a morte noi stesse. Perché, quando perdiamo, non siamo più le eroine e neppure le regine: siamo solo cuccioli feriti e con il cuore spezzato. Ed è così che ci sentiamo.

Una nuova speranza economica e un futuro per i miei figli

Fortunatamente poi un pensiero furbo illumina la mia mente. Quello sciagurato di Mario e io non abbiamo mai firmato la separazione legale dinanzi al giudice. Quindi, siamo ancora sposati. Pertanto, sarò io ad avere i benefici economici, come la sua liquidazione e la pensione di reversibilità. Forse mi spetterebbe qualcosa anche se fossi separata, non so, ma così sarà tutto più fluido. Non mi sono mai sentita così perspicace e intuitiva.

Mia sorella a cui poi confido i miei pensieri, mi dice sorridendo che sembro improvvisamente essermi svegliata da una condizione di letargo. Rispondo che sono semplicemente una donna. E una mamma.

Il nostro è un percorso a ostacoli, ma credo che adesso sarà più facile, per me, camminare accanto ai miei figli con qualche certezza economica in più. Pur senza aspettarmi nulla e senza pretendere di più. Lo farò con cautela, come un ospite che ha timore di disturbare nei confronti di una vita che mi ha tolto moltissimo e che, forse, da oggi, comincerà a restituirmi qualcosa.

Decido di andare a dormire. Per fortuna, so già come andrà a finire.

A partire da questa notte, sognerò di essere davvero riuscita a regalare a me stessa e alla mia famiglia un futuro migliore.

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