Sono finalmente giunto al paese dove ho deciso di trasferirmi. È già da un po’ che giro intorno a una rotonda senza riuscire a imboccare la strada che ho impostato sul navigatore.
Sono depresso e adesso anche nervoso per questo esasperante contrattempo. Mi viene voglia d’imprecare contro me stesso, ma non posso fare a meno di osservare il luogo che mi circonda.
Devo ammettere che è carino e sembra anche accogliente. Ci sono un viale ampio e alberato con tigli secolari, panchine di marmo bianco che circondano aiuole ricche di fiori colorati. Alcune mamme sono ferme in un parco adiacente alla strada e osservano i bambini giocare, ridere e rincorrersi.
Mi sembra strano, ma il mio nervosismo si trasforma in serenità mentre dico tra me e me: “Va bene così, sto facendo un giro panoramico, in fondo devo familiarizzare con questo posto”.
A un certo punto sento il navigatore annunciarmi che sono arrivato a destinazione. Sorrido (nonostante tutto) e parlo da solo:
Era ora!
Un nuovo inizio: la solitudine dopo la fine del matrimonio
Parcheggio la macchina sulla strada principale e, a piedi, mi avvio verso una traversa. C’è un cartello che indica una proprietà privata e, poco distante, noto il villino che devo raggiungere. Lo osservo. Più mi avvicino, più ne scorgo i particolari: è rivestito di mattoni rossi e al primo piano c’è un terrazzino circondato da una ringhiera di piccole colonne in cemento. Il cancello è socchiuso, forse mi stanno aspettando.
Busso al portoncino, che subito si apre. Appare una coppia di giovani, che mi sorride con semplicità. I due mi fanno segno di entrare e si presentano. Il ragazzo mi dice: «Piacere di conoscerti, sono Giampaolo. Lei è mia moglie Carla».
Li saluto con una calda stretta di mano, presentandomi a mia volta: «Sono Francesco».
Mi accompagnano nel piccolo appartamento che ho preso in affitto. Mentre aprono la porta d’ingresso, guardo la sola valigia che ho portato con me, il computer e la mia pianola, unica compagna della mia solitudine.
Entriamo. I due mi spiegano il funzionamento degli elettrodomestici e poi, discretamente, mi lasciano da solo per farmi prendere confidenza con l’ambiente dove, da oggi, trascorrerò le mie giornate.
L’appartamento è accogliente, decorato con colori eleganti. Su una parete c’è un grande e bellissimo camino a legna, rivestito di mattoni in cotto e circondato da una cornice di mattonelle color avorio.Poi, noto un’ampia vetrata bianca da cui si vede un patio che, mi dico, sarà ottimo per rilassarsi.Il balcone sembra una bolla dorata tanto è illuminato dai raggi del sole che si riflettono sul lastrico.
Una lucertola è immobile su un muretto. Sembra tranquilla, ma un fruscio nella siepe la fa riscuotere dal torpore e fuggire via.
Ha avuto paura come me, quando mia moglie ha scoperto il tradimento. Le sue grida si sentivano in tutto il palazzo, sembrava che volesse ferirmi a morte con i suoi occhi colmi di (giusto) rancore. Per lei la priorità assoluta era la rabbia, da sfogare sempre e solo contro di me. Non le importava che nella camera a fianco ci fossero i nostri due bambini che, sentendo le sue urla, tremavano e piangevano.
Sei un ipocrita, un miserabile
come hai potuto farmi questo? Mi vendicherò, la pagherai cara» mi urlava contro. «La tua vita non avrà più pace, morirai come un barbone, solo e disperato. Ti costringerò a elemosinare amore e pane».
Io non proferivo parola. Mi sentivo in colpa verso di lei per il tradimento, ma anche nei confronti dei bambini, che erano costretti ad ascoltare queste grida e che non avrebbero più avuto una famiglia felice. Soprattutto, provavo molta rabbia verso me stesso, per essere stato tanto debole da tradire chi non lo meritava.
Da quando ci siamo separati, ormai è diventato un rito. Ogni giorno telefono a mia moglie: «Pronto Marisa, sono io, Francesco. Ti prego, perdonami, ogni persona può sbagliare. Potrei trovare delle attenuanti e difendermi, ma non lo faccio, so di essere colpevole. A tutti si dà una seconda possibilità. Ti prego, prova ad allontanare il rancore. Potremmo ancora essere felici, insieme».
Capisco il punto di vista di mia moglie: l’ho tradita e ferita. Ma credo che, per il bene dei nostri figli, potremmo provare a sistemare le cose. Eppure non è possibile. Marisa è una donna severa e rancorosa e, dopo un mese di telefonate, con il cuore distrutto capisco che non c’è più speranza.
Devo arrendermi, sono condannato a subire tutto l’odio che Marisa prova per me. La mia ex mi ha dichiarato una guerra senza fine.
A volte anche per un condannato a morte si prova pietà, ma lei non sa cos’è questo sentimento e sicuramente non lo prova nei miei confronti. Il suo unico scopo è la vendetta, che infatti non tarda ad arrivare.
Il peso della separazione e il difficile legame con i figli
E purtroppo coinvolge la parte più preziosa e importante della mia vita: i nostri figli.Io e Marisa abbiamo due ragazzi bellissimi. Il primo, adolescente, frequenta le medie, mentre il secondo è all’ultimo anno della scuola materna. Di solito, nella separazione, i figli sono affidati alla madre, come se il padre fosse una sorta di genitore di serie b.
Così, può succedere che la mamma cresca e si goda i figli, mentre il papà, tra gli alimenti e le altre spese, si ritrova ridotto sul lastrico, arrivando addirittura a dormire in macchina, se ha la fortuna di possederne una. Ritornando alla storia della mia vita, mi ritengo fortunato perché, avendo un discreto stipendio, riesco ancora a barcamenarmi.
La mia ex moglie Marisa telefona solo per chiedere e io sono sempre pronto a dare. Del resto, lei non lavora e non mi pare che abbia intenzione di trovare un’occupazione. La sua vendetta consiste nel togliermi, con la scusa dei bisogni dei figli, tutte le mie entrate, mettendomi in seria difficoltà.Io gioco d’anticipo, faccio economia, non mi concedo spese folli e indosso sempre quei pochi abiti che ho portato con me nel nuovo appartamento. La cosa non mi pesa: posso fare tutte le rinunce del mondo, desidero solo che ai miei figli non manchi nulla.
Giampaolo e Carla, la coppia da cui ho preso in affitto questo appartamento, diventano il mio unico punto fermo. Con loro mi confido e le parole rassicuranti che mi rivolgono mi regalano sempre un po’ di sollievo.Loro, per esempio, sanno che, quando suono la mia amata pianola e canto a squarciagola, sono in preda alla depressione più nera.
Quanto ai miei figli, Roberto, il più piccolo, ogni 15 giorni passa il sabato e la domenica con me. Resta volentieri in mia compagnia perché, essendo ancora piccolo, non è influenzato dalla parole di Marisa su di me. Io mi faccio in quattro per renderlo felice. Per esempio, a Natale decoro tutta la casa per lui. Insieme addobbiamo l’abete e facciamo il presepe ridendo come matti.Passa qualche anno e, volente o nolente, mi abituo alla mia nuova vita. Purtroppo poco alla volta anche Roberto si allontana un po’ da me.
Intanto, cerco un confronto con mio figlio maggiore, che ora è alle scuole superiori. Mi fa attendere molto, lo devo quasi supplicare e alla fine ci ritroviamo in un bar davanti a due bibite. Mi faccio forza per affrontarlo nel migliore dei modi, sono consapevole che questa è la mia ultima occasione. Praticamente lo imploro: «So di avere sbagliato con tua mamma ma, ti prego, considera che voglio bene a te e a tuo fratello, voi siete la mia unica priorità. Sono un padre che ha sbagliato nei confronti della propria moglie, ma che ama immensamente i suoi figli».
Mi guarda severo e, con un filo di voce, risponde: «Per me tu non sei un padre. Se potessi togliermi dalle vene fino all’ultima goccia del tuo sangue, lo farei».
A queste parole, i miei occhi si velano di lacrime, non riesco a vedere più nulla. Mio figlio se ne va senza salutarmi, lo accompagno con lo sguardo desolato.Il mattino seguente decido di mettere in atto tutto ciò che la notte insonne mi ha proposto.
Mi dico:
Nessuno ha bisogno di me, nessuno mi vuole
Allora penserò al mio benessere, anch’io ho il diritto di vivere!».
Un amico mi vede comunque giù di tono e mi dice: «Non affliggerti. Sei giovane e sei un bell’uomo. Perché non provi a uscire con qualche donna? O anche con tante donne…» sorride malizioso.
Rabbioso e frustrato, seguo il suo consiglio. Le mie notti solitarie sono finite: il mio letto conosce tante amanti ma, invece di essere felice, sento solo l’amaro in bocca.
L’incontro con Elena: ritrovare l’amore oltre il rancore
Una sera mi trovo in un pub con un’amica. Comincio ad annoiarmi di questa vita. La sala è gremita, le cameriere non fanno altro che trasportare qua e là boccali colmi di birra, il bancone è affollato. Fra tanti volti, ne scorgo uno che mi attraversa il cuore immediatamente. È una giovane donna alta, con i capelli neri e lunghi, e sembra molto impegnata con i clienti. Immagino sia la proprietaria del locale. La guardo attentamente, mi attrae sempre di più. Lei nota il mio sguardo e mi sorride. Mi alzo e mi avvicino:
Piacere, Francesco
«Io sono Elena» risponde. «Mi fa piacere conoscerti».
Inizia così la nostra conoscenza che, giorno dopo giorno, diviene una bella amicizia. Elena è gentile, premurosa, sa ascoltarmi e mi supporta nel mio dolore.
Con il passare del tempo, tra noi nasce l’amore. Un amore maturo e consapevole. Sappiamo entrambi che le nostre passate esperienze ci aiuteranno a consolidare il rapporto che stiamo costruendo insieme. Intanto, anche se da lontano e con solo qualche sporadico incontro, seguo il percorso dei miei figli: il primo è ormai prossimo alla laurea, il secondo è entrato in seminario per farsi frate. Quando scopro quest’ultima notizia, mi affretto a parlargli e chiedergli da che cosa è spinto a percorrere questa strada estrema. Desidero che rifletta per bene prima di prendere decisioni così drastiche.
Poi, una sera mi ritrovo alla festa di laurea di mio figlio maggiore. Stranamente mi ha invitato e io mi precipito. Sono fiero di lui, che si è laureato in Ingegneria con 110, ma durante la festa al ristorante soffro molto. Sono esiliato in un angolo, solo come un appestato, quasi non riesco a sentire le chiacchiere degli altri invitati.
Mio figlio, al termine della cena, si fa scattare foto con tutti. Immagino che io sarò escluso da questo rito festoso. Invece lui mi chiama: «Vieni papà, facciamoci immortalare insieme».
Mi sento scoppiare di gioia e mi avvicino subito a lui. Finalmente, ho un piccolo posto nel cuore di mio figlio. Vado via felice e metto immediatamente la foto sul mio profilo WhatsApp, dove resterà per sempre.
La scelta più difficile: il compromesso tra essere padre e il vero amore
La vita va avanti e trascorre un po’ più serena. Gli anni passano e, come tutti, anch’io faccio progetti per la vecchiaia. Con la mia compagna decidiamo di sposarci e lo comunico a mia moglie per la richiesta di divorzio.
Dopo qualche settimana, mi telefona mio figlio, che intanto si è stabilito in Francia per lavoro, e mi chiede d’incontrarci.
Ci ritroviamo al solito bar e subito parla della mia richiesta di divorzio. Le sue parole sono perentorie: «Non devi sposarti, altrimenti, alla tua morte, la mamma non percepirà la reversibilità della tua pensione».
Lo guardo incredulo. Anche questo gesto assurdo è opera di mia moglie, ne sono sicuro. I miei figli hanno sempre parlato per bocca sua.
Rispondo: «È normale che la reversibilità vada alla mia compagna, visto che sarà lei ad accompagnarmi nel mio ultimo percorso di vita».
Non credo che abbia capito fino in fondo il significato delle mie parole, ma ribatte: «Se la sposi, non ci vedrai più».
Poi se ne va. Torno a casa amareggiato e rabbioso e racconto tutto alla mia compagna. Lei comprende il mio disagio.
Come va a finire? Non perdo i miei figli. Ogni tanto, due o tre volte all’anno, ci ritroviamo e mangiamo una pizza insieme.
Tutto questo mi è ovviamente costato il matrimonio con Elena, a cui ho dovuto rinunciare. Lei, tuttavia, è rimasta al mio fianco. Ecco che cos’è il mio vero amore.
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