Ero finita sul lettino di uno psicoterapeuta perché mi sentivo perseguitata. Perseguitata dalla cattiveria degli uomini, che non mi capivano e si affollavano nella mia vita, che si sovrapponevano fino a confondersi e confondermi
Vittima di relazioni tossiche: la mia ossessione per i vampiri emotivi
C’erano stati amori intensi e altri abbozzati, che avrebbero avuto possibilità serie di catturarmi definitivamente il cuore se solo l’uomo in questione avesse messo da parte tutto quell’egocentrismo che lo caratterizzava e guidava. Ero una povera vittima di amori tossici, questa era una certezza. Una buona parte della mia libreria era occupata da saggi e romanzi dedicati proprio a questo tema: figure, quasi sempre uomini, con un disturbo della personalità. Abilissimi all’inizio a nascondere i propri disagi grazie a doti da attori da Oscar, questi individui poi cadevano nell’ovvio, nella sgradevole trasformazione da principi aitanti e sensuali a ranocchi sgonfi e rattrappiti.
Avere accanto uno psicopatico
In uno dei miei saggi preferiti, Snakes in Suits, acquistato durante un viaggio a New York nella splendida libreria Rizzoli (un vero paradiso per gli amanti delle pagine di carta all’interno del prestigioso St. James Building), gli psicologi Paul Babiak e Robert Hare definiscono la persona psicopatica come il perfetto predatore invisibile. Proprio come i camaleonti, questi esseri umani riescono a nascondere la loro vera natura e a non svelare alle vittime, anche per molto tempo, quali sono le loro reali personalità e attitudini. Lo psicopatico non è un matto né un pazzo, come erroneamente si crede. Anzi, è una persona che spesso possiede un’intelligenza superiore alla media e ricopre anche ruoli molto importanti.
Ecco, mettiamola così: tutti i camaleonti possibili e immaginabili ancora in vita mi avevano attraversato la strada all’ultimo istante, facendomi inciampare.
E magari fossi caduta!
No, invece non cadi, ma finisci dritta, a peso morto, tra le loro braccia.
“Ti ho salvata” sembrano dirti quelle persone mentre ti guardano negli occhi. E tu ti perdi.
Tante relazioni e tanti manipolatori affettivi
La prima volta ne ero uscita distrutta, e anche la seconda. La terza invece mi ero arrabbiata, e anche parecchio. La quarta… ecco, la quarta è un po’ più difficile da spiegare. Ma ci provo. La terza volta che ero caduta vittima di un vampiro emotivo, ero riuscita a mettere la parola “fine” a quella storia che non solo non riusciva a decollare, ma aveva anche inaridito il mio cuore: non riuscivo più a provare emozioni. Avevo letto anche di questa possibile implicazione nei saggi ammucchiati accanto al mio letto. A lungo andare, affermano gli esperti, l’aridità dello psicopatico può far inaridire anche la vittima. Dunque quell’assassino emotivo aveva ucciso il mio cuore generoso, il mio cuore romantico, il mio cuore passionale, il mio cuore innocente.
L’importanza di chiedere aiuto
Dovevo chiedere aiuto, se volevo salvarmi. Se volevo tentare un massaggio cardiaco che potesse riportare in vita la Sofia che ero sempre stata, dovevo affidarmi a qualcuno.
E così, mi ero affidata.
Su quel lettino nero avevo portato tutta la mia sincerità. Avevo pianto a lungo, durante la prima seduta, cercando di catturare con i miei occhioni quelli dell’esperto. Una settimana dopo ero riuscita a parlare, a raccontare un po’ della mia storia e dei bruti che l’avevano macchiata: «All’inizio sembrano perfetti, poi cominciano a pretendere indietro spazi e autonomia. Ma se ami una donna devi volerla accanto sempre, non puoi preferirle gli amici o un pranzo in famiglia. Io ho dato tutto ai miei compagni, cosa chiedevo in cambio? Quello che ogni donna merita: dedizione assoluta. Ovvio che se mi deludi io poi ho bisogno di trovare qualcuno che riesca a consolarmi e a non farmi sentire un rifiuto!».
La terza seduta fu strana: l’esperto ascoltava in silenzio, faceva poche domande. Io continuavo a raccontarmi:
Il mio ultimo ragazzo mi ha detto che sono pazza, che tolgo aria e non concedo libertà. Capisce? Lui, che qualche mese fa era quasi pronto per un figlio, vuole cosa adesso? La libertà
Ovviamente alla quarta seduta ero pronta a sfogarmi di nuovo, ma l’esperto mi invitò invece a sedermi a una scrivania posizionata sotto una finestra spalancata al verde di alberi secolari. Dopo avermi consegnato un quaderno, m’invitò a scrivere ciò che mi passava per la testa.
La diagnosi inaspettata: quando lo psicopatico non sa di esserlo
Dopo un paio di giorni, l’esperto mi telefonò: «Sofia, anticipiamo la seduta. Devo parlarle». Infatti parlammo. Mi disse che gli psicopatici quasi sempre non sanno di esserlo e credono di essere invece vittime. Confermai quello che stava dicendo. Nei tanti saggi sull’argomento che avevo letto e sottolineato e segnato con le mie lacrime avevo sempre trovato un’indicazione fondamentale che accomunava le teorie e guidava le ipotesi di tutti gli esperti del settore: lo psicopatico non gode di uno sviluppo completo delle emozioni, ma non ne è consapevole ed è spesso convinto di essere lucido e padrone di ogni situazione. Lo psicopatico è certo che a non capire le sue infinite buone intenzioni sia sempre l’altro. Non ritenevo possibile quest’ultima affermazione: davvero lo psicopatico non si rende conto delle sue azioni, davvero tutti i vampiri emotivi che avevo incontrato e che mi avevano dissanguato il cuore non si erano resi conto di quello che stavano facendo?
Chi è il vero manipolatore?
L’esperto, a quel punto, mi aveva puntato gli occhi contro: «Lo psicopatico non si rende conto di esserlo, appunto». Era seguito un silenzio strano, i suoi occhi sempre fissi nei miei. Erano passati dieci giorni d’inferno da quel tremendo incontro durante il quale avevo prima creduto di non aver ben capito cosa il terapeuta mi stesse dicendo e poi mi ero lasciata andare a una risata grassa e infine a un silenzio di attesa. Attesa che lo specialista mi dicesse qualcosa tipo: «Scherzavo».
Invece, no, niente.
Quella volta, rientrata a casa avevo vomitato, gridato, buttato a terra piatti e bicchieri. Nelle orecchie mi rimbombavano le parole dell’analista: «Ci pensi, almeno. Io sono convinto che per lei la strada non sia già decisa in modo irreversibile». “Sì, ho passato i dieci giorni peggiori della mia vita” ripetevo mentre aspettavo che qualcuno venisse ad aprire la porta. Prima di suonare avevo contato fino a cento e respirato a fondo. Ero terrorizzata.
Venne ad aprirmi la segretaria del terapeuta, che durante gli altri incontri non avevo mai guardato in viso: aveva un bel sorriso. «Prego, da questa parte» m’indicò la porta di una stanza che non conoscevo (l’avevo sempre vista chiusa).
Il gruppo di terapia: guardarsi allo specchio attraverso gli altri
Entrai con passo timido e vidi che al centro c’erano cinque sedie messe in tondo. Solo una era vuota: aspettava me. Presi posto, gli occhi bassi. L’analista era in piedi accanto alla finestra aperta e disse agli altri: «Vi presento Sofia». Gli altri si chiamavano Ilenia, Simona, Antonio e Samuele.
Un gruppetto di psicopatici.
Psicopatici come me.
Tutto questo è accaduto quattro anni fa. Avevo 32 anni e quella diagnosi del terapeuta, inaspettata e sconvolgente, mi ha rivoluzionato la vita. All’inizio l’ho combattuta. Non ci credevo, non volevo crederci, era impossibile: psicopatica io, la donna più romantica e passionale del pianeta? Anche durante i primi incontri di gruppo facevo forte resistenza.
Vittima o carnefice?
Avevo sempre amato, amato senza limiti: come potevo essere io, io che mai mi ero risparmiata nel dimostrare con i fatti i miei sentimenti, quella che usava, vessava e “violentava” le esistenze altrui? «In molti casi, la maggior parte, non c’è molto da fare» mi aveva detto il terapeuta, «ma ci sono anche situazioni come la sua, un po’ differenti. Io credo che lei, Sofia, possa riuscire a capire che una storia d’amore si basa sul confronto a due e che, se non ci si accetta, lo scontento viene poi sempre fatto scontare agli altri». Dopo un breve silenzio, il terapeuta aveva tirato fuori l’asso dalla manica: «La tua vittima preferita sei tu, Sofia».
Io e Samuele andammo a prendere un caffè insieme dopo quattro mesi dal mio inserimento nel gruppo. Il terapeuta ci aveva detto che frequentarsi all’esterno era altamente sconsigliato, ma quel giorno diluviava e io, che ero arrivata in scooter, ero ferma sotto una pensilina ad aspettare che spiovesse quando una macchina nera si era fermata poco più avanti e il mio compagno di percorso ne era sceso, venendomi incontro con un ombrello di un improbabile color sole.
«Sai cosa mi ha convinto a restare in quel gruppo?». Samuele prendeva il caffè amaro, come me.
«Cosa?» domandai curiosa.
«I volti di Ilenia, Simona e Antonio. E poi il tuo, quando ti sei aggiunta. Al primo sguardo mi sono detto ok, loro sono psicopatici veri, li riconosco. Possibile però che loro non se ne accorgano?». Mi ero irrigidita e lui se n’era accorto. «Non prenderla come un’offesa, Sofia. È per dire che davvero non ci accorgiamo delle nostre azioni. Io pensavo di essere un gran figo, il migliore di tutti. Solo adesso mi sto accorgendo che sono esattamente il contrario».
Ci fu un attimo di silenzio. Poi mi guardò preoccupato: «Ma io ce l’ho, la faccia da psicopatico?». Scoppiai a ridere: «Hai una faccia abbastanza pericolosa, mettiamola così». Non c’erano solo gli incontri di gruppo. Continuavo anche con le sedute singole e queste mi portavano a rivedere le mie storie passate, il mio mettere in scena una personalità che non era la mia.
Oltre la manipolazione: la stanchezza di recitare una parte
All’inizio delle mie relazioni era semplice, recitare. Ma poi sopraggiungeva una stanchezza che non capivo e della quale non mi accorgevo. E la colpa era sempre degli altri: di chi non era alla mia altezza, di chi non faceva quello che mi aspettavo, di chi non mi leggeva nella testa quando mettevo il muso, di chi non capiva che c’erano sempre e comunque motivi plausibili se tradivo in continuazione, se ero arrivata a portare avanti tre relazioni allo stesso tempo…Insomma, nelle mie relazioni prima o poi sopraggiungevano sempre la noia e poi un senso di gola secca, di sete.
Che cosa succedeva allora?
Che prendevo queste mie vertigini esistenziali e in modo inconscio le incollavo sui miei uomini: i mostri erano loro. Ma in realtà, a prescindere dalla loro personalità e correttezza, quella che non stava bene ero io, soprattutto io. Sono passati quattro anni e non sono ancora del tutto guarita. Mi capita spesso di precipitare nei miei classici modi di fare e devo ammettere che oggi questo mi spaventa tanto. Mi spaventa: una sensazione che ho imparato ad apprezzare e che mi riempie di speranza, perché a camminare sulle braci di questa nuova vita non sono da sola.
Accanto a me ci sono Samuele e un sentimento che entrambi stiamo cercando di educare, di far crescere in modo sano. Ho spesso paura di lui, di quello che è stato prima di mettersi in discussione, delle sue inconsapevolezze. E lui ha spesso paura di me, di quella che sono stata prima di cominciare l’analisi, delle bugie che ho raccontato a me stessa e che hanno ferito molte persone. Una diagnosi dura e inaspettata, però, ha rianimato i nostri cuori. O forse li ha fatti nascere.
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