Quando ero una bambina, negli anni Ottanta, d’estate il cielo pomeridiano aveva un meraviglioso color ambrato, quasi dorato. Un colore che sembrava dirmi: “La scuola è finita, sei in vacanza, il mondo è nelle tue mani!”.
I pomeriggi d’estate negli anni Ottanta: la libertà prima degli smartphone
Erano altri tempi. Niente smartphone, niente iPad, noi bambini passavamo le giornate di giugno e luglio, in attesa di partire per le vacanze, guardando la tivù in casa, giocando con il gatto, parlando al telefono con qualche amichetto. Poi, a un certo punto del pomeriggio, il solito grido risuonava tra i palazzi dai mattoni rossi in cui vivevo:
Scendi! Siamo giù!
A quei tempi abitavo in un quartiere in cui a un certo punto la strada terminava, lasciando spazio a prati e giardini. Lì, le auto non potevano passare e proprio per questo quella zona era il regno di noi bambini.
Il cortile centrale, per noi vasto quanto un continente, era il teatro delle nostre avventure. Ancora oggi, se chiudo gli occhi, sento l’odore di quel posto: terra mista ad asfalto scaldato dal sole.
Dalle corse in cortile al “nascondino estremo”: come si giocava una volta
Il mio gioco preferito? Senza dubbio, quello che chiamavamo “nascondino estremo” e a cui ci dedicavamo quando il crepuscolo iniziava a tingere il cielo di viola. Non prevedeva il semplice nascondersi dietro un albero o un cespuglio.
No, era una sfida che coinvolgeva tutto l’isolato.
Noi ragazzi ci muovevamo come ombre tra i garage, dietro i bidoni della spazzatura, sotto le macchine parcheggiate. Trovavamo nascondigli così assurdi e creativi che, a volte, per trovarci non bastava un’ora.
Che momenti incredibili, quelli che passavamo in un box auto con il portellone scassato o dietro alle cassette delle lettere, magari bisbigliando o ridacchiando con qualcuno: il batticuore quando sentivi avvicinarsi i passi di chi doveva trovarti era una scarica di adrenalina pura, un mix di paura infantile ed eccitazione che nessuna tecnologia moderna potrebbe mai replicare.
La cricca del quartiere: l’amicizia vera e inclusiva degli anni Ottanta
Eravamo un gruppo disordinato, chiassoso ed eterogeneo, formato da chiunque sotto i 15 anni abitasse nel raggio di 500 metri. Non ci sceglievamo per “affinità elettive”, ma per prossimità. Giocare con tutti i vicini di casa (che fossero il figlio “del professore” o della portinaia non aveva importanza) c’insegnava la lezione più importante: la pacifica convivenza.
Facevano parte della cricca Marco, il più veloce a correre; Giulia, che conosceva ogni pertugio dove nascondersi; il piccolo Andrea, un po’ capriccioso, che scoppiava sempre a piangere quando perdeva a qualche gioco.
E poi, c’erano Ilaria, Martina, Betty, Fabrizio, Alessandro, le gemelle Lara e Chiara, Alberto detto “Tarzan” (ancora mi chiedo perché), Dovesi (Dovesi era il suo cognome, e la cosa buffa è che nessuno di noi conosceva il nome)…
Chi non è stato bambino in quegli anni (o negli anni precedenti) non può immaginare quanta fantasia permeasse le nostre giornate: c’era la volta in cui decidevamo di costruire una “base segreta” con le cassette di legno della verdura recuperate chissà da dove; il pomeriggio in cui preparavamo uno spettacolo teatrale trasformando le tende buttate via dall’inquilina del primo piano in eleganti quinte; la domenica in cui ci ascoltavamo con il walkman e le canzoni di Luis Miguel o Eros Ramazzotti; la sera in cui, sdraiati sull’erba, restavamo ore a parlare di ufo e di alieni.
Ogni giorno vivevamo avventure nuove, diventavamo attori, ingegneri, re, regine, ballerini… La noia non esisteva, era tutto sempre stimolante ed eccitante.
Il super torneo di biglie e la magia delle giornate con gli amici del quartiere
Il giorno più bello, però, era quello in cui qualcuno usciva portando con sé un sacchetto di biglie. Di solito era Riccardo, il figlio della tabaccaia, e il suo arrivo era sempre accolto da un’ovazione.
Perché le biglie, affascinanti e coloratissime, eleganti e ai nostri occhi preziose, sancivano l’inizio di una giornata diversa, impegnativa ma stupenda. Quella del mitico “super torneo”.
Era stato Marco a chiamare così un gioco che solitamente iniziava subito dopo pranzo e finiva la sera solo perché i nostri genitori ci obbligavano a tornare a casa.
In quelle occasioni, passavamo ore accovacciati a terra, con i pantaloncini e le gonne che si sporcavano di terra e di erba, a tracciare piste e percorsi tra gli alberi e le aiuole.
Piste estremamente creative, ovvio: c’era chi ideava percorsi anche sott’acqua, creando minuscoli laghetti con l’acqua della fontanella; chi usava chili di terra per realizzare tante collinette e chi scavava a più non posso fino a ottenere buche e burroni.
Poi, dopo ore di preparazione, iniziava la gara che, lo dico senza arroganza, spesso vincevo io, abile e astuta.
Tutti insieme in cortile per ruba bandiera
Il passatempo preferito da mia sorella Egle, invece, era ruba bandiera. Un gioco che io avrei ribattezzato “la danza dei nervi”, perché lì non si competeva solo con le gambe e con le braccia, ma anche e soprattutto con la testa.
Ricordo benissimo la sensazione di adrenalina, eccitazione e stanchezza di quando, faccia a faccia con il mio avversario, cercavo di capire quale mossa fare per sconfiggerlo.
Il momento più tenero delle nostre giornate? Quello in cui, felici e stremati, ci sedevamo sul muretto che circondava i palazzi.
A quel punto, il sole stava tramontando e dalle finestre delle case facevano capolino i primi rumori della sera. Le mamme che preparavano la cena, i padri che accendevano la tivù, le nonne che raccoglievano il bucato…
In quel momento di relax, dopo le corse e la risate, io e miei amici ci sorridevamo complici, sentendo dentro di noi che stavamo costruendo un legame forte, sincero. Unico.
Cosa ci hanno insegnato i giochi da cortile (che i ragazzi di oggi non sanno)
Oggi a volte mi chiedo se i ragazzi di questi tempi, con le loro vite scandite da pixel e connessione wi-fi, possano capire la sensazione di totale libertà che noi ragazzi degli anni Ottanta (e anche quelli delle generazioni precedenti) provavamo in quei pomeriggi d’estate.
La mia non è “becera nostalgia”, non sono il tipo di donna che liquida tutto con un “si stava meglio quando si stava peggio”. Dico solo che, quando era bambina, l’amicizia era forse più fisica e concreta, fatta di giochi, di strette di mano e di abbracci.
E quelle giornate sotto casa ci hanno insegnato tanto, ma soprattutto ci hanno insegnato a capire il mondo non attraverso il monitor del computer (anche se non è che la televisione sia sempre stata un’ottima alleata della nostra educazione…), ma attraverso la pelle, le ginocchia sbucciate, il sudore che colava fino ai piedi…
Che fine hanno fatto i bambini di quei palazzi?
Com’è andata a finire per il nostro bellissimo gruppo di amici? Sarò sincera: non ne ho idea. O meglio, so che fine hanno fatto alcune persone, ma altre sono come scomparse per magia da un giorno all’altro.
Di Marco, per esempio, so che è diventato un insegnante di motoria. Non poteva essere che così per il ragazzino più veloce nella corsa.
Giulia, invece, lavora come logopedista e vive in Francia con suo marito Jean-Baptiste.
Quanto alle gemelle Lara e Chiara, erano indivisibili allora e lo sono ancora: abitano insieme in un paesino della Valtellina, dove gestiscono un piccolo b&b circondato da boschi e da mucche.
Ma la persona su cui sono più informata è il misterioso Dovesi: di lui conosco praticamente tutto, perché è diventato mio marito!
Per cominciare, molto tempo dopo quei pomeriggi in cortile, quando l’ho incontrato per caso in un negozio di scarpe del centro, ho finalmente scoperto il suo nome. E poi ci siamo messi insieme. E poi ci siamo sposati. E poi abbiamo avuto tre figli, che si chiamano Maria, Clara e Michele e hanno 18, 15 e 9 anni.
Per motivi di lavoro miei e di mio marito, abbiamo cambiato quartiere, ci siamo spostati di qualche chilometro. Dove viviamo adesso siamo felici, abbiamo un appartamento spazioso.
Gli anni della mia infanzia sono lontani anche da questo punto di vista, perché io, in quei palazzi alti e rossi, vivevo in un piccolo trilocale con i miei, i miei due fratelli e pure mia nonna.
Sì, qui stiamo bene, anche se non c’è un cortile e i nostri ragazzi non hanno mai avuto la possibilità di godersi un’appassionante gara di biglie sotto casa.
Trovarsi dopo tanti anni
Oggi passo spesso davanti ai palazzi rossi e a quel vecchio cortile. È tutto più silenzioso, le persone sono cambiate, tutto è cambiato. Ogni tanto, però, osservando le crepe dell’asfalto o respirando il profumo dell’oleandro, che ancora troneggia tra gli arbusti, mi sembra di sentire le nostre voci e d’intravedere i nostri visi di bambini vogliosi solo di giocare e divertirsi.
La sorpresa più grande l’ho ricevuta proprio qualche giorno fa, quando stavo facendo una passeggiata sotto la mia vecchia casa. Per caso ho incontrato Giulia, che ha lasciato la Francia per qualche giorno per venire qui a trovare sua madre.
Ci siamo abbracciate forte, poi lei mi ha proposto un caffè in un nuovo bar che hanno aperto a pochi metri da quei palazzi. Sedute a un tavolino, ci siamo raccontate tante cose.
Per esempio, ho scoperto che lei e Jean-Baptiste stanno valutando di trasferirsi in Italia.
Poco prima di salutarci, Giulia mi ha detto che prova tanta malinconia se ripensa alle giornate che abbiamo passato insieme.
Mentre parlava, aveva gli occhi lucidi. Proprio per questo, prima di allontanarmi e tornare dalla mia famiglia, le ho sorriso e le ho detto:
Ti va una sfida a nascondino estremo?
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