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Sono tornata!

Cambiare vita per amore: giusto o sbagliato? La risposta universale non esiste. Ma quando Giuliana si trasferisce lontano per seguire il suo compagno, qualcosa scricchiola

ragazza dai capelli rossi che guarda fuori dal finestrino
CREDITS: pexelsragazza dai capelli rossi in treno

Mi chiamo Giuliana, ho 37 anni e fino a un anno fa la mia vita stava tutta in un raggio di pochi chilometri. La casa vicino ai portici, l’ufficio dove lavoravo come impiegata amministrativa da più di dieci anni, il bar all’angolo dove facevo colazione con Marta prima di entrare, la spesa del venerdì con mia madre che si lamentava sempre del peso delle borse ma poi non voleva che la aiutassi. Era una vita semplice, senza scossoni, ma mia. La sera tornavo stanca, mettevo su qualcosa di veloce, mi sedevo sul divano con una coperta leggera anche d’estate e sentivo di essere nel posto giusto. Stavo con Andrea da quattro anni. Ci eravamo conosciuti al compleanno di un’amica comune, uno di quegli incontri tranquilli che non fanno rumore ma restano. Con lui mi sentivo al sicuro. Era deciso, pieno di progetti, con quella sicurezza che a me era sempre mancata un po’. Io ero quella che organizzava, che ricordava le scadenze, che teneva insieme le cose. Insieme funzionavamo. Quando mi ha parlato del trasferimento per lavoro, una promozione importante in una città che non conoscevo, l’ho visto brillare come non succedeva da tempo.

Mi diceva che era un’occasione che capitava una volta sola, che avrebbe cambiato tutto in meglio. Io ascoltavo e sentivo crescere una paura piccola, nascosta dietro l’entusiasmo. Ma non volevo essere quella che frena, quella che mette limiti. «Possiamo ricominciare» mi aveva detto stringendomi le mani. «Insieme». Avevo sorriso. Dentro mi ripetevo che l’amore basta, che le abitudini si ricreano, che le persone contano più dei luoghi. Così avevo lasciato il lavoro chiedendo il trasferimento in smart working, avevo salutato tutti promettendo che sarei tornata spesso, avevo svuotato la casa con una sensazione strana nello stomaco che chiamavo emozione per non chiamarla paura.

Ora vivo in un appartamento al terzo piano di una palazzina grigia, in un quartiere silenzioso. Lavoro dal tavolo della cucina con il portatile aperto e la radio bassa per sentire almeno una voce.

La mattina preparo il caffè per me e per Andrea, sistemo il letto, apro le finestre anche quando fa freddo. Dal balcone vedo un cortile con i panni stesi e una signora che fuma sempre alla stessa ora. All’inizio mi dicevo che era solo questione di abitudine. Che presto avrei avuto nuovi posti del cuore, nuovi volti familiari. M’impegnavo a sorridere, a trovare il bello, a raccontare a tutti quanto fossi felice. Dentro, però, mi sentivo come quando entri in una stanza appena imbiancata e l’odore è troppo forte. Sai che passerà, ma per il momento ti gira un po’ la testa.

Tutto sembrava sempre uguale

Con il passare delle settimane le giornate hanno cominciato ad assomigliarsi tutte. Mi svegliavo prima di Andrea, preparavo il caffè, lo guardavo vestirsi di fretta davanti allo specchio dell’ingresso. A volte mi raccontava già qualcosa del lavoro, come se la sua giornata fosse iniziata molto prima della mia. Io annuivo con la tazza calda tra le mani. Quando la porta si chiudeva alle sue spalle, il silenzio riempiva la casa in modo strano. Accendevo il computer, sistemavo le carte, rispondevo alle mail. Ogni tanto mi alzavo per stirare una camicia o dare un colpo di spugna al tavolo, giusto per muovermi.

All’inizio chiamavo spesso Marta. Le raccontavo del quartiere, delle piccole scoperte, della panetteria che faceva un pane buonissimo. Lei ascoltava, rideva, mi diceva che le mancavo.

Poi le nostre telefonate si sono accorciate. Lei aveva sempre qualcosa da fare, io iniziavo a sentirmi ripetitiva. Ho provato a uscire da sola, a camminare senza una meta precisa. Entravo nei negozi anche se non dovevo comprare nulla, solo per sentire qualche voce. Una volta ho chiesto informazioni a una signora sull’autobus, più per parlare che per sapere davvero dove scendere. Lei mi ha risposto gentilmente e poi ha girato la testa verso il finestrino. Andrea rientrava quasi sempre stanco. Mi dava un bacio sulla fronte, si toglieva la giacca, raccontava la giornata con entusiasmo o con una punta di nervosismo. Io ascoltavo seduta al tavolo, con la cena davanti che si raffreddava un po’.

Quando provavo a parlare io delle mie ore, delle piccole cose, lui sorrideva e diceva: «Che carino» oppure: «Dài, vedrai che ti abitui». Una sera gli ho detto che mi sentivo sola. L’ho detto piano, senza drammatizzare. Lui mi ha abbracciata forte. «Ma ci sono io» ha ribattuto. «E poi, questo è solo l’inizio». Quelle parole sincere mi hanno scaldata e insieme spaventata. Perché iniziavo a sentire che tutta la mia vita stava diventando quel “ci sono io”. Ho smesso di cercare corsi, di controllare eventi in città. Mi dicevo che tanto Andrea sarebbe tornato tardi, che non valeva la pena uscire per poco. La casa era ordinata, silenziosa, sempre uguale. Una domenica pomeriggio ho sistemato un cassetto e ho trovato una foto con le mie amiche al lago: ridevamo tutte con i capelli bagnati. L’ho tenuta in mano a lungo. Mi sembrava la vita di qualcun’altra. Mi sono seduta sul letto e mi sono accorta che da settimane non ridevo davvero.

Perdersi per poi ritrovarsi

La panchina l’ho notata quel giorno per stanchezza. Avevo camminato a lungo, senza sapere dove andare. Le gambe mi facevano male e la testa era piena di pensieri lenti. Il parchetto era piccolo, con due alberi e un vialetto di ghiaia.

Mi sono seduta guardando la strada davanti, dove la gente passava con borse, telefoni all’orecchio, bambini per mano. Sembravano tutti diretti da qualche parte. Io mi sentivo ferma.

Ho osservato una donna che camminava veloce con i tacchi, un uomo anziano che si fermava a guardare una vetrina, una ragazza che rideva con le cuffiette nelle orecchie. Scene normali, eppure mi sembravano lontane. Mi sono accorta che stavo cercando qualcosa negli altri, come se bastasse guardarli abbastanza a lungo per riconoscermi. Ho seguito con gli occhi una coppia che discuteva a bassa voce, lui con le mani nelle tasche, lei che faceva piccoli gesti nervosi.

A un certo punto, si sono fermati, lui ha detto qualcosa che non ho sentito e lei ha annuito. Poi hanno ripreso a camminare insieme, più vicini. Ho pensato a quante volte avevo fatto lo stesso, annuire per andare avanti, senza fermarmi davvero a capire se stessi seguendo la mia strada o semplicemente evitando di restare indietro. Mi sono passata una mano sul viso, una carezza tiepida come per svegliarmi. Non c’era niente di drammatico in quello che stavo vivendo, nessun evento preciso a cui dare la colpa. Ed era proprio questo a farmi più male. Era una sottrazione lenta, quasi gentile.

Giorno dopo giorno avevo smesso di chiedermi che cosa mi facesse stare bene. Ho guardato le mie scarpe sporche di polvere, le punte leggermente consumate. Erano le stesse con cui camminavo nella mia città, le stesse con cui correvo a prendere il tram, con cui entravo al bar salutando tutti per nome. Qui quelle stesse scarpe sembravano fuori posto, come se non avessero più una direzione. All’improvviso mi è arrivato addosso un pensiero così chiaro da farmi quasi male. Da mesi nessuno mi aveva chiesto cosa volevo io. Non cosa facevo, non se andava tutto bene, ma proprio cosa desideravo.

Il ricordo di me stessa

Ho ripercorso le ultime settimane come un film veloce. Andrea che parlava del lavoro, dei progetti, delle scadenze. Le mie amiche che raccontavano le loro corse quotidiane. Io che ascoltavo, che mi adattavo, che dicevo sempre che andava tutto bene. Mi sono chiesta quando era stata l’ultima volta in cui qualcuno si era fermato davvero su di me. Ho guardato le mie mani appoggiate sulle ginocchia e mi sono resa conto che tremavano leggermente. Dentro sentivo una tristezza calma, non la disperazione. Era come una porta che si apre piano. Il telefono ha vibrato. Andrea scriveva che quella sera avrebbe fatto tardi per una cena di lavoro. Ho pensato che non mi sorprendeva. Ho risposto subito: “Va bene”. Poi ho sentito una stanchezza profonda. Non per la cena, ma per la mia disponibilità automatica. Mi sono venute in mente la mia città, le strade che conoscevo a memoria, le persone che mi chiamavano per nome. Non era solo nostalgia. Era il ricordo di me stessa.

Seduta su quella panchina ho capito che mi stavo rimpicciolendo per stare dentro una vita che non avevo scelto fino in fondo. Nei giorni successivi quel pensiero non mi ha più lasciata. Anche mentre lavoravo, mentre cucinavo, mentre ascoltavo Andrea raccontare la sua giornata. Lo guardavo e mi rendevo conto che lui stava vivendo una crescita, una conquista. Io una rinuncia continua, silenziosa. Una sera, mentre mangiavamo, ho posato la forchetta. Il cuore mi batteva forte: «Andrea, io qui non sto bene». Lui si è sorpreso: «Non stai bene?». «Mi sento vuota. Come se la mia vita fosse diventata solo una parte della tua». Ha cercato di rassicurarmi subito.

Mi ha detto che era normale all’inizio, che dovevo solo darmi tempo, che presto avrei trovato il mio spazio. Io ascoltavo e sentivo che quelle parole non mi bastavano più. «Non è una fase» ho detto piano. «È che mi sto perdendo». Andrea allora si è innervosito: «Ma io faccio tutto per noi. Per il nostro futuro». «Lo so» ho risposto. «Ma io ho lasciato il mio presente». È rimasto in silenzio per qualche secondo. Poi ha detto: «Cosa vuoi allora?». «Voglio tornare a casa». La frase è uscita semplice, quasi leggera. Lui mi ha guardata come se non mi riconoscesse: «Vuoi mollare tutto?». «Voglio riprendermi» ho risposto.

Abbi cura di te

Abbiamo parlato a lungo. Lui proponeva soluzioni, cambiamenti. Per la prima volta non ho ceduto. Quella notte ho dormito poco, ma con una sensazione nuova. Come se avessi smesso di trattenere il respiro. Ho iniziato a preparare le valigie lentamente. Ogni oggetto che mettevo dentro era un passo verso di me. Andrea mi osservava in silenzio. A volte cercava di parlarmi, altre si chiudeva. Il giorno della partenza pioveva piano. Ho chiuso la porta di casa e mi sono fermata un attimo sul pianerottolo.

Mi tremavano le gambe, ma dentro sentivo una calma strana. Alla stazione l’odore di caffè e ferro mi ha fatta sentire improvvisamente viva. Ho comprato un biglietto per la mia città, Andrea mi ha accompagnata al binario. Ci siamo abbracciati forte, senza promesse. Solo un “abbi cura di te” sussurrato.

Quando il treno è partito, ho guardato la città scorrere via dal finestrino. Durante il viaggio ho mandato un messaggio a Marta: “Torno”. Lei ha risposto subito: “Ti aspettiamo”. Ho sorriso, con gli occhi lucidi. Per la prima volta dopo mesi non mi sentivo in fuga. Mi sentivo di ritorno. E dentro, piano piano, ho ricominciato a sentire la mia voce.

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