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Mon amour

Fulmine a ciel sereno: il marito di Ludovica ha perso la testa per un’altra persona. La classica storia con una collega? Fuochino

una coppia gay: uno mette le mani nelle tasche dei jeans dell'altro
CREDITS: Pexels

Quattro mesi fa l’annuncio mi ha spiazzata. A quei tempi credevo che da Gabriele avrei accettato qualsiasi cosa e forse, con il tempo, anche perdonato. Ma la verità è un’altra: non si può pretendere l’impossibile. Almeno non da me.

È una mattina come tante, sono sveglia dalle sei. Ho lasciato mio marito a letto e approfitto di questo momento di calma per concedermi il solito caffè forte con qualche biscotto integrale. Mi stiracchio, sbadiglio, controllo l’ora. Manca mezz’ora alle sette. Carico la lavatrice e poi, finalmente, dedico un po’ di tempo a me stessa: una doccia veloce, un massaggio con la mia crema corpo preferita… Arriva il momento di svegliare i ragazzi. Entro nella loro camera, apro le persiane e scorgo un cielo grigio di nuvole.

“Mi sa che oggi dovrò utilizzare l’asciugatrice” dico tra me e me.

«Sveglia!». Saluto i ragazzi con un bacio.

Nel frattempo, sento qualche rumore (l’anta dell’armadio che si apre, lo scricchiolio del parquet) dalla camera mia e di mio marito: Gabriele si è alzato. Torno in cucina a preparare la colazione.

«Ragazzi!» urlo.

Credo che questa volta mi abbia sentito anche l’inquilino del piano di sopra.

«Stanno arrivando». M’informa mio marito, che entra in cucina e mi abbraccia.

«Il copione si ripete ogni santo giorno». Sono tesa, infastidita.

«Eccoci» esordiscono in coro Antonio e Valerio.

«Sbrigatevi a fare colazione, siete sempre i soliti ritardatari».

Il più grande sbuffa, ma faccio finta di nulla per non perdere altri minuti preziosi.

«Tutto bene, Gabriele?» chiedo a mio marito.

«Sì…» risponde con un tono strano.

«Ti vedo pensieroso».

Gabriele muove leggermente il capo mentre butta giù l’ultimo sorso di caffè. I ragazzi si alzano, stanno per uscire. Tra un attimo sentirò sbattere la porta con violenza: un classico della mattina. Infatti il tonfo mi arriva forte e chiaro.

«Vado anch’io» mi dice mio marito. Sto per aggiungere qualcosa quando riprende:

Dobbiamo parlare, Ludovica.

Rimango interdetta. Lo osservo con sguardo incredulo. In 16 anni di matrimonio non mi ha mai detto una frase simile. Ma è soprattutto il tono a impensierirmi. Un tono serio, pesante. Minaccioso.

«Gabriele, così mi fai preoccupare. È successo qualcosa?».

«Ne parliamo più tardi».

«Di cosa si tratta?».

«Sono in ritardo, devo scappare».

Inutile ogni tentativo di saperne di più.

La lavatrice mi avvisa che il lavaggio è finito. Ora, però, non è la mia priorità. Mi preparo un altro caffè (forte, anzi fortissimo), anche se forse dovrei evitare: mi sembra di avere la tachicardia, il cuore mi arriva in gola, negli occhi, nelle orecchie. Ovunque.

Mille pensieri si affastellano nella mia mente: che cosa è accaduto di così grave a Gabriele? Sono agitatissima, il tremore alle mani è così intenso da far vibrare la tazzina. Saranno problemi di lavoro? Magari con il capo (un tipo odioso) o con i colleghi. Oh mamma, e se invece gli avessero imposto un taglio allo stipendio?

Mi sembra d’impazzire. Prendo il cellulare e gli invio un messaggio: “L’attesa mi logora, per favore dimmi che cosa succede. Ti prego”.

Guardo lo schermo attendendo la risposta. Intanto, mi rosicchio le unghie, una brutta abitudine che ho preso da un po’. Dopo pochi secondi sto per mandare un altro messaggio quando mi arriva il suo: “Stai tranquilla, Ludovica. Ne parliamo stasera a casa”.

Mi arrendo, devo aspettare. Sarà una giornata lunga e pesante. La più faticosa della mia vita. Con il caffè ancora in mano mi avvio verso il bagno. Seleziono il programma di asciugatura e torno in cucina. Mentre lavo le tazze, la mia mente sembra la pallina di un flipper, corre da uno scenario all’altro, formula ipotesi, inventa situazioni. Sto impazzendo, è ufficiale.

La paura di scoprire una verità dolorosa mi getta in uno stato di profonda angoscia. Devo parlarne con qualcuno, rischio di esplodere.

Perché ti agiti? Sarà una sciocchezza

mi rassicura mia sorella quando la chiamo. Ha appena finito una lezione di yoga e può dedicarmi qualche minuto.

«Se avesse un’altra?».

«Chi, Gabriele? Non ci crederei nemmeno se lo vedessi abbracciato a una bionda di 20 anni».

Le sue parole mi tranquillizzano e mi strappano anche un sorriso. Forse, le mie sono inutili paranoie. Sarà certamente un problema di lavoro.

«Grazie sorellina, ci sentiamo più tardi».

Riattacco e mi butto sul divano. Più tranquilla, ma anche no. Infatti continuo a rosicchiarmi le unghie. Ho bisogno di distrarmi: decido d’iniziare a preparare il pranzo.

Proprio mentre tiro fuori dal frigo uova, grana e tutti gli ingredienti per una frittata, mi viene in mente che, accidenti, Antonio e Valerio oggi si fermano a mangiare da mia mamma. Ma allora cosa posso fare?

Ecco di nuovo la lavatrice. Con uno sforzo sovrumano mi alzo dal divano. Tiro fuori le lenzuola calde e ancora leggermente umide. Dovrei piegarle, ma non ho voglia (non è da me).

Pranzo con un panino preparato alla svelta, anche se ho lo stomaco chiuso. Poi faccio un po’ di zapping e, alla fine, spengo la tivù. Vorrei appisolarmi per evitare questi dannati pensieri molesti che mi stanno intossicando la giornata.

Mi sveglia il campanello della porta. Sono le 16 e la mia agitazione sale alle stelle. Non ricordo cosa ho sognato mentre dormicchiavo, ma comunque niente di buono.

I ragazzi irrompono in casa come un uragano.

«Tutto bene a scuola?» domando, non del tutto sicura di voler ricevere una risposta sincera. 

«Nonna ti ha mandato questo». Lasciano sul tavolo della cucina un contenitore per alimenti che promette bene.

Sollevo il foglio di alluminio, vengo avvolta dal profumo intenso di parmigiana di melanzane: «Perfetto, stasera la mangiamo. Preparo anche le cotolette impanate». Ho parlato al muro: i ragazzi si sono già rintanati nella loro camera.

Sono le 20, Gabriele tornerà a momenti. A tavola è già tutto pronto. Il rumore improvviso della chiave nella toppa mi fa perdere un battito. Mio marito entra in cucina. Mi sorride e chiede ai ragazzi com’è andata la giornata. Non so perché, ma con lui sono sempre più aperti, disponibili. A tavola pronuncio a stento qualche parola. Assaggio la parmigiana e, intanto, cerco gli occhi di Gabriele.

Abbiamo bisogno di stare soli.

Finalmente, dopo la frutta, ci ritroviamo faccia a faccia.

«Ti aiuto a sparecchiare?» mi chiede.

Nemmeno prendo in considerazione la sua offerta: «Vuoi dirmi cosa è successo? Ho passato una giornata d’inferno».

«D’accordo» sospira. È a disagio e si vede.

«Avanti, parla!» lo esorto.

«È complicato».

«Allora ti aiuto io. Ti risparmio la fatica e le banali frasi di circostanza. Hai un’altra?».

Gabriele rimane impassibile. Mi sento come in apnea. Mi giro per controllare se la porta della camera dei ragazzi è chiusa. Per scrupolo chiudo anche quella della cucina. «La conosco?» dico ancora. Scuote lateralmente la testa. «Da quanto tempo? Posso saperlo?». Farfuglia qualcosa d’incomprensibile. «Come?» lo incalzo.

«Tre mesi».

«Dove vi siete conosciuti?» gli domando, mantenendo il controllo della voce non so neanch’io come.

«In ufficio».

Un classico.

«Una tua collega, insomma».

Mi fissa con occhi sbarrati. Il suo viso diventa pallido, poi abbassa il capo: «Veramente è un mio collega». Scoppio in una risata isterica.

«Mi stai prendendo in giro, Gabriele? Se è uno scherzo, è davvero di cattivo gusto».

«È la verità».

Mi alzo dalla sedia, ma mi gira la testa. Un brivido gelido mi percorre il corpo.

«Mi dispiace tanto, ma è capitato. Non avrei mai creduto di potermi trovare in una situazione come…». La sua voce si spezza.

Respiro profondamente, sono fuori di me: «Che cosa hai intenzione di fare?».

«Magari potessi saperlo, Ludovica. Non voglio rinunciare a voi. Ma nemmeno a lui».

Una stilettata in pieno petto.

«Lo dirai tu ai ragazzi?».

«Per te il problema è questo?».

Cerca di capirmi, non so cosa pensare…

Sono frastornata, disorientata. Vorrei soltanto scappare. Come posso affrontare tutto questo?

«Forse, ho bisogno di tempo per capire» sussurra dopo un attimo di silenzio.

«Sì, Gabriele. Ma lo farai fuori da questa casa. Voglio rimanere sola».

Sono trascorsi quattro mesi da quella sera. Non so cosa deciderà Gabriele, ma non credo che resterò ad aspettarlo. Non posso. Non voglio.

Con i ragazzi abbiamo trovato una scusa: pausa di riflessione. Poi, si vedrà. Si dice che il tempo cura tutte le ferite. Non ne sono così sicura.

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