Oggi.
«Ma dove sei finita?». Claudia urla per sovrastare la confusione creata da musica e voci.
«Sto arrivando, ho dovuto visitare due pazienti non programmati» provo a spiegarle gridando anch’io, ma non credo capisca quello che sto dicendo perché continua a chiedermi la stessa cosa almeno altre quattro volte.
Stacco la comunicazione, vedo già il cancello di casa sua. Mi attacco al clacson come sempre, in attesa che dall’interno qualcuno apra. Imbocco il viale lentamente, cercando un posto libero per parcheggiare.
Appena apro lo sportello, il profumo degli alberi mi riempie i polmoni, finalmente è di nuovo primavera. E finalmente è di nuovo il nostro tempo, i tre giorni solo nostri che da 20 anni rappresentano un rito che non abbandoniamo, salvo rarissime eccezioni, mai. Afferro il trolley dal bagagliaio e m’incammino verso il retro della casa di Claudia, so che troverò tutti lì.
I miei compagni di liceo.
Mi concedo un lusso, osservarli di nascosto. Resto dietro un cespuglio di rose già sbocciate, lancio sguardi divertiti. Lo scorso anno una pioggia insistente ci aveva obbligati a passare tutto il tempo all’interno. Ci eravamo divertiti lo stesso, ma poter godere di questo giardino, del mare a pochi passi, è un’altra storia.
Siamo stati unitissimi, durante gli anni del liceo. Una classe non numerosissima, eravamo solo 18, ma forse proprio per questo coesa e resistente. Poi, con il passare degli anni e con le scelte di ognuno di noi, quelle che ci avevano portati a intraprendere studi universitari e poi carriere così diverse le une dalle altre, tutti ci siamo costruiti altri mondi, famiglie, figli. Ma abbiamo conservato uno spazio che è il luogo in cui torniamo a essere quelli che eravamo, assaggi di esistenze, scommesse sul futuro. Io smetto di essere un medico e torno Alessia e basta, Alessia che sognava di fare la filosofa senza sapere cosa significasse, come si praticasse, in fondo, l’amore per la scienza.
Fuori da qui c’è chi fa l’ingegnere (sono due), c’è un veterinario, due psicologhe, un geologo, un maresciallo della Finanza, un professore di matematica, una maestra elementare, un immobiliarista, un parrucchiere laureato in Lettere antiche, tre avvocati, un dentista. In questi tre giorni mettiamo via tutto, anche le famiglie che abbiamo formato: abbiamo occhi e cuore solo per i ragazzi e le ragazze della 5ª C.
«Allora, chi è il primo che viene a darmi un bacio?»
esco dal cespuglio e corro verso i miei compagni. I minuti che seguono sono sempre uguali, ogni anno, una confusione di abbracci e baci e risate che dura almeno 20 minuti.
«Alessia!». Claudia, da brava maestra elementare, ha sviluppato delle corde vocali incredibili e la sua voce riesce a sovrastare tutto il chiacchiericcio tipico dei saluti.
«Guarda chi siamo riusciti a ritrovare!». Con le mani tira un braccio che appartiene a qualcuno coperto dalla massa di corpi ammucchiati che ho intorno. Mille parole mi si riversano addosso, parole che sono parte dei commenti entusiasti dei miei compagni.
«Era in Olanda» dice Elia.
«Ti ricordi che sua madre era di Stoccolma» aggiunge Giulia.
«Adesso vive un po’ lì e un po’ qui» puntualizza Francesca.
«Si occupa di comunicazione» chiosa Luca. «Sei felice di rivederlo?» arriva Antonella. «Adesso siamo proprio tutti!». Quel corpo misterioso riesce a sgusciare fuori dal gruppo indisciplinato. «Alessia».
Sergio allunga una mano per cercare la mia. Sono senza parole, non ci credo.
«Sergio» tendo il braccio verso di lui.
Adesso siamo proprio tutti, ma se sono felice di rivederlo no, non lo so. Il pomeriggio scorre come sempre in fretta tra organizzazione, gruppi per andare a fare la spesa, i soliti valorosi tre che devono preparare la brace per la grigliata.
Tutto fila alla perfezione tra grandi risate, musica, balli, ricordi che più gli anni passano e più si addolciscono. I professori che tanto criticavamo adesso sono quasi i nostri santi protettori, il fabbricato fatiscente che ospitava la nostra aula è diventato un tempio sacro. La mezzanotte è passata da un pezzo quando decidiamo di raggiungere le nostre camere. Aspetto che Claudia e Paola si addormentino e piano, senza farmi sentire, esco fuori.
La spiaggia, una piccola insenatura privata, è a pochi passi, separata dalla casa da un piccolo viale pedonale. Mi tolgo le scarpe, adoro il contatto con la sabbia gelida. Raggiungo la capanna che il padre di Claudia continua a rimettere in piedi ogni primavera. Mi siedo, appoggio la schiena contro le travi di legno che profumano della mano di vernice nuova.
«Fumi ancora?». Sergio mi allunga la sua sigaretta. La prendo, l’avvicino alle labbra. Passano forse dieci minuti senza che nessuno dei due dica una parola. Solo il mare parla, parla calmo, parla onde appena accennate.
«Ti ricordi?». È Sergio che rompe il silenzio. «Mi ricordo» rispondo senza girare il viso per guardarlo.

Venti anni fa.
La mezzanotte è passata da un pezzo quando decidiamo di raggiungere le nostre camere. Siamo arrivati tutti questa mattina. Chi in macchina, chi in motorino, chi con il treno e poi a piedi dalla stazione. Gli esami di maturità sono finiti la settimana scorsa, adesso ci aspetta l’estate più lunga di tutta la nostra vita prima che a ottobre inoltrato comincino i corsi all’università.
Siamo già pieni di una nostalgia che non vogliamo dire;
ogni nostro gesto, oggi, era più gentile del solito. Ogni sorriso, ogni parola. Aspetto che Claudia e Paola si addormentino e piano, senza farmi sentire, esco fuori. La spiaggia, una piccola insenatura privata, è a pochi passi, separata dalla casa da un piccolo viale pedonale. Mi tolgo le scarpe, adoro il contatto con la tiepida sabbia notturna. Raggiungo la capanna che il padre di Claudia continua a rimettere in piedi ogni primavera. Mi siedo, appoggio la schiena contro le travi di legno che già risentono del caldo sole di metà luglio. «Ce l’hai fatta».
La voce arriva dalla mia sinistra. La luna, in cielo, è calante: uno spicchio sottile, sembra una parentesi che si apre. È l’unica flebile fonte di luce, per il resto è solo buio, un buio rotto dai sussulti delle onde che si scontrano a riva. «Claudia e Paola non la smettevano di parlare, ho aspettato che si addormentassero». Allungo una mano e gli rubo la sigaretta. «Ci hai preso gusto?». Sento i suoi occhi su di me anche se non lo guardo.
«Non ancora» mormoro, «ma diciamo che potrei» aggiungo. Mi giro piano, il profumo di fumo che esce dalla sua bocca mi guida nel buio del cielo povero di stelle e dei miei occhi socchiusi. Trovo le sue labbra: con la punta della lingua ne ricalco il contorno perfetto. Sergio mi sfila la sigaretta dalle dita, dà un ultimo tiro, la spegne.
Il braccio destro scivola intorno ai miei fianchi, con un gesto leggero ma deciso mi attira sulle sue gambe.
Prima trovo il profumo dei suoi capelli, poi quello della sua pelle. Mi cattura la bocca. I baci cambiano di secondo in secondo, prima appena accennati, poi sembrano una lotta. «Ci hai preso gusto?» gli chiedo, staccandomi da lui. «Non ancora» mormora, «ma diciamo che potrei» aggiunge. Rientro in camera che il sole sta per sorgere.
Claudia e Paola dormono profondamente. Mi sdraio sulle lenzuola e raccolgo le gambe al petto, in una posizione fetale. Una posizione fetale che poco mi si addice, adesso. Sergio è stato per tutti questi anni un mistero, fra tutti i miei compagni la persona con cui ho legato di meno.
Poi, a marzo, durante la gita a Lisbona, siamo capitati seduti vicini sull’aereo. Il primo volo della mia vita. In quel frangente avevo tentato una sorta di nonchalance, ma la rigidità delle mie mani strette ai braccioli parlava una lingua molto più sincera: ero terrorizzata. «Vieni qui» aveva detto Sergio sorridendomi e passandomi un braccio intorno alle spalle.
Avevo appoggiato la testa nell’incavo del suo braccio, il profumo della sua felpa mi aveva scatenato un brivido inatteso.
«Stringimi la mano»
aveva aperto il palmo della sua.
Prima di affidargli la mia avevo guardato le dita lunghe, curate. Il volo era durato poco più di tre ore: non ci eravamo mossi di un millimetro.
Cinque giorni, poi. Una città deliziosa. Ma io avevo sempre e solo cercato lui, ovunque, sui tram che si inerpicavano tra vicoli e salite, nell’immensa piazza del Commercio, a Bélem, mentre azzannavo una pastel de nata, davanti alla solennità delle onde di Praia do Norte a Nazarè. Avevo sempre e solo cercato lui e lo avevo sempre trovato, i suoi occhi fissi nei miei, i sorrisi che ci rubavamo, le dita che si sfioravano di nascosto.
Quando eravamo tornati a Roma per un paio di settimane, tra di noi era calato un gelo, come se l’incantesimo fosse andato in frantumi. Poi avevamo trovato il coraggio di parlare, un pomeriggio a Villa Borghese.
«Io non lo avevo previsto» avevo detto. «Neanch’io» aveva concordato lui. «In classe siamo tutti come fratello e sorella» avevo aggiunto. «…» aveva solo mosso le labbra, fermandosi. «Non ho capito, cosa hai detto?» avevo chiesto guardandolo dal basso verso l’alto.
«Questo» si era abbassato verso di me e mi aveva baciata. Una meraviglia. Avevo già baciato altri ragazzi, ma quello era stato qualcosa di diverso. Una perfezione, un completamento.
Oggi.
Eravamo seduti esattamente qui, io e Sergio, 20 anni fa. Avevamo passato mesi a baciarci, affamati di un sentimento che non sapevamo definire. Quella notte di luna calante e cielo senza stelle avevamo fatto per la prima volta l’amore. Non ero vergine e neanche lui. Sapevamo come fare. Credevamo di saperlo fare, almeno. Dico “credevamo” perché niente di quello che accadde in quelle ore infinite somigliava al resto. Io e lui ci incastrammo alla perfezione, eravamo due corpi cesellati per adattarsi e amplificarsi. Il giorno dopo arrivò, nel pomeriggio, sua madre a prenderlo. Dovevano partire per l’Olanda, sua nonna non stava bene. Ci salutammo frettolosamente.
«Ci vediamo a Roma, torno presto» mi aveva detto all’orecchio.
«Ci hai messo un po’, a tornare» dico piano continuando a fumare la sua sigaretta. «…».
Dice qualcosa talmente piano che non capisco una parola. «Non ho dimenticato neanche un secondo di quella notte perfetta». Guardo il cielo, questa notte è pieno di stelle e la luna crescente sembra una parentesi che si chiude. «Quella notte ha reso difficile la vita di un po’ di persone, sai?» dico ancora. «Troppo perfetta». Sento che sta ridendo.
«Troppo perfetta per essere vera»
concludo spegnendo la sigaretta.
«Sono stato arrabbiato con mia nonna, con mia madre, con mio padre che ci ha raggiunti in Olanda. Sono stato arrabbiato con la scelta di restare lì». Non mi ricordo il colore della sua voce di allora, oggi è profonda, adulta, bella. «Anche tu hai reso difficile la vita di un po’ di persone». «Perché questa volta sei venuto? Hai lasciato il tuo posto vuoto per 20 anni».
Un brivido mi fa tremare. Sergio se ne accorge. «Vieni qui». Mi passa il braccio intorno alle spalle. È come viaggiare a una velocità supersonica verso il passato. Appoggio la testa sul suo petto, il suo profumo è inebriante. Questa volta sono io ad allungare la mano, il palmo rivolto verso l’alto, la linea della vita e dell’amore esposte allo sguardo dell’universo e dei suoi occhi. «Sono venuto perché rivolevo il mio posto, il posto nella mia classe». Con la punta dell’indice sfiora le mie dita, poi chiude la mia mano dentro la sua, grande quasi il doppio. «E volevo rivederti». «Mi è capitato di dimenticarti».
Mi passano davanti agli occhi della memoria dei volti, volti che ho amato, che mi sono lasciata alle spalle. «Cioè, sei rimasto il mio mito, ti ho idealizzato, ma ho vissuto la mia vita» aggiungo. «Non sono qui perché il mio matrimonio si è concluso e non sono alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparmi» dice in fretta. La mia mano è prigioniera della sua, con l’altra gioca con i miei capelli resi indomabili dalla salsedine. La mia mano è prigioniera della sua. Senza allontanarmi dal suo petto alzo gli occhi versoil suo viso. Mi sta guardando. «…». Muovo solo le labbra, so che lui può capire cosa sto dicendo. Faccio in tempo a vedere un accenno di sorriso, poi è com’era, è com’è stato. È come ricordavo, è il bacio che non ho mai dimenticato.
Domani.
Domani è arrivato. E questa volta nessuno è venutoa prendere Sergio per portarlo via. Ci siamo ritrovati di nuovo sulla spiaggia, quella notte,e abbiamo ritrovato i nostri corpi, il battito del suo cuore e del mio separati solo da poche ossa, da qualche strato di pelle. È arrivato anche il giorno dopo e l’ultimo pranzo, a poche ore dalla partenza. La sua mano che prende la mia e la sua voce calda: «Adesso vi racconto una storia. Vi ricordate quando partimmo per la gita a Lisbona?».
Poi, racconta, racconta, racconta. Racconta tutto. Claudia scoppia in lacrime. Anche Paola. Le mie amiche di sempre, alle quali ho confidato sempre tutto. Tutto tranne quella promessa di felicità che si era incagliata tra gli scogli di altri destini. «E quindi? Ora cosa succede?» domanda Gabriele, quello del primo banco verso la finestra, otto fisso in tutte le materie. «Domani mattina parto per Stoccolma» dice Sergio.
Poi mi guarda: «Ma questa volta torno presto». E poi. Questa volta non lo tocco, il clacson. Faccio uno squillo a Claudia e lei apre il cancello.
La primavera è tornata. Un anno è volato e nello stesso tempo ha accolto nei suoi giorni l’intensità di un’esistenza intera. Fermo la macchina nel piazzale già pieno, tiro giù il finestrino per far entrare l’aria che porta il profumo dei pini e del mare. Claudia e Paola, seguite da tutti gli altri, mi corrono incontro. Scendo, li abbraccio tutti. Vedo i loro occhi curiosi spostarsi di poco, un paio di metri. Proprio verso l’altro lato della macchina. La porta del passeggero è aperta e anche quella posteriore. Il vociare lascia spazio a un silenzio denso di mille significati.
Sergio è tornato, poi, un anno fa. Dopo una settimana. E non è più andato via. E così quel sentimento nato sul volo Roma-Lisbona di 20 anni fa, tra una folle paura di volare e un abbraccio caldo e inaspettato, poi alla fine un suo nome l’ha trovato. Provvisoriamente lo avevamo chiamato “amore”. Un termine strano, abusato in molti casi, in tanti altri sottovalutato.
Poi è accaduta una cosa che nessuno si aspettava. O forse sì. Mi giro anch’io. Guardo Sergio, guardo quello che stringe tra le braccia. Dopo un viaggio lunghissimo e incantevole, quel sentimento lo abbiamo chiamato Vita, il nome di nostra figlia.
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