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Per sempre è troppo?

Gli opposti si attraggono. Un proverbio che ha fatto il suo tempo o una grande verità? Lorenzo e Valentina si perdono perché sono diversi. Troppo diversi. E quando lei scappa, lui capisce che è il momento di uscire dalla comfort zone 

una coppia di ragazzi si tengono per mano
Sergio Snow/Pexels

Le avevo promesso che l’avrei portata ovunque volesse: in Spagna, sulle spiagge del sud, in Giappone, perfino in America.

L’ho portata a Parigi, rideva tra i fiori gialli e rosa dei giardini, la intravedevo al di là degli zampilli di una fontana, la rincorrevo, l’abbracciavo baciandole i capelli, prima che mi scivolasse via.

Valentina è una ragazza libera. Mamma inglese, papà francese, nonni paterni pugliesi: un mix culturale che traspare dai suoi lineamenti e dai suoi outfit insoliti. Non è raro vederla saltellare tra le vie grigie della città: il suo trench che si muove leggero, la borsetta rossa a tracolla, la lunga treccia di lato, la sciarpa di lana, le lentiggini sulle guance e i grandi occhi azzurri come una mattina di scirocco sul mare. Me la ricordo meravigliosa mentre passeggiamo mano nella mano sul lungomare di Valencia sorseggiando succo d’arancia e frizzante allegria.

Vorrei avere una foto di quel momento per non dimenticare, ma allora non credevamo che ci sarebbero serviti ricordi. Miliardi di stelle scintillavano sulle notti spagnole e noi a coccolarci sull’amaca in spiaggia, nell’attico sopra i tetti della città, sul divano della nostra casa gialla in Andalusia.

Mi sentivo a mio agio in qualsiasi posto con la sua testa appoggiata alla mia spalla. Non ho mai avuto paura, nemmeno di perderla. La vita a volte è così densa e concentrata da illudere i cuori, una bolla di sicurezza in cui puoi danzare a 100 metri da terra. È che poi svanisce in un istante. Non avevo idea di quanto si possa star male senza la persona con cui facevi tutto. Valentina un mattino d’estate ha attaccato un post-it in cucina: “Ho bisogno di continuare da sola. Grazie dell’amore che mi hai donato. Vale”. Come si fa a fronteggiare parole di questo tipo? Affondai il viso nel cuscino sperando di sentire ancora il suo profumo. Non riuscivo a distinguerlo dal mio.

Furono giorni di vuoto assoluto, di nausea e di capogiri

Sentivo le ossa rotte come se avessi saltato dal terzo piano, la testa ovattata come dopo un concerto, il cuore in fiamme come una scintilla che diventa incendio. Sentivo lei così forte, eppure non era con me. Aveva preso i contanti dal cassetto in cucina, non aveva una carta di credito. Disseminati per casa i suoi indumenti e sul comodino due fette biscottate, che sgranocchiava durante la notte. Non l’avevo trascurata né trattenuta. L’avevo amata. Ma tra amore e libertà, ero sicuro che avrebbe scelto la seconda. La immaginai affacciata al finestrino di un treno diretto in Francia, che secondo me era il primo luogo in cui avrebbe pensato di andare.

Fui tentato di partire, ma chi parte senza destinazione rischia di perdersi. E poi, non avevo energie per affrontare un viaggio. L’appartamento avrebbe avuto bisogno di una seria pulizia, ma non ne avevo voglia, o forse, inconsciamente, volevo conservare tracce di lei.

Chiamai Nina: «Sai che Vale se n’è andata?». Nina è un’amica, la prima e l’unica che è restata anche quando mi sono fidanzato. Ha sempre uno sguardo attento e disincantato su di me e mi vuole un sacco di bene. «Sei stato fortunato ad averla avuta con te per tanto tempo» fu la sua saggia risposta. Era vero, assolutamente, ma non ero disposto a vivere di ricordi, malinconicamente dolci e perduti.

Imboccai la superstrada, accelerai, in poche ore arrivai in Costa Azzurra. Mi dovetti fermare in un hotel per una doccia e un pasto veloce, riuscii finalmente a dormire per otto ore filate. Il mare scintillava al tramonto, la brezza della sera si faceva più forte, mi misi a correre controvento lungo la spiaggia. Cos’avrei dato per riavere Vale con me, anche per un solo istante.

D’istinto, la chiamai. Mi rispose assonnata.

Mi manchi da morire, Vale, torna da me.

Un appello disperato, il mio, ma non era certo quello che avrebbe voluto sentire.

«Anche tu mi manchi… Ma io desidero viaggiare, tu invece hai il tuo lavoro, tuo padre… Non posso portarti via da ciò che ami».

Valentina aveva ragione. Io avevo un posto fisso in cui stare, lei invece lavorava online, con il suo brand di abbigliamento sostenibile, le bastava il pc e un posto silenzioso per mettersi all’opera, e questa era la vita che desiderava. Io invece passavo la maggior parte del tempo in azienda, dalla mattina alla sera, dieci ore filate intervallate da una pausa pranzo convenzionale tra inutili chiacchiere, scambi d’idee per il weekend e un paio di amare pause caffè.

Abitare vicino a mio padre era una sorta di reciproca garanzia di prendersi cura uno dell’altro. Da quando mia madre non c’era più, sentivo una seria responsabilità nei suoi confronti, ero il suo punto di riferimento per qualsiasi decisione e immancabile compagnia nei momenti di serenità e di malinconia. Andarmene sarebbe stato uno strappo doloroso, irricucibile.

Valentina aveva valutato tutto e deciso di allontanarsi ora che non era troppo tardi per intraprendere strade diverse, sacrificando così il nostro amore.

«Parliamone, possiamo trovare una soluzione» proposi.

«Sono lontana, Lorenzo» mi disse a bassa voce. Lo era davvero, si trovava a Siviglia.

«Dammi un indirizzo, ti raggiungo» mi giocai l’ultima carta.

Riattaccò.

Restai senza fiato: non capivo se fosse caduta la linea o se avesse chiuso la conversazione. Non provai a telefonarle di nuovo e lei non richiamò. Forse questa decisione era troppo dolorosa anche per lei e preferiva chiudere così.

Tornai a casa, guidando dal tramonto all’alba. Non mi davo pace. Tornare a fumare né imbiancare l’appartamento e nemmeno una settimana di ferie e lunghe camminate nei boschi riuscirono a farmi stare meglio. Cenavo ogni sera con papà, parlavamo di tutto tranne che di lei, ormai scolpita nel mio cuore.

«Vai a cercarla» mi disse una sera mio padre prima di salutarmi.

In effetti, era l’unica cosa da fare per non stare male per il resto dei miei giorni e non morire di rimpianto.

Così partii di nuovo: 2.000 chilometri da percorrere e altrettanti dubbi in testa.

Feci tappa a Saragozza: seduto su una panchina sulle rive dell’Ebro, restai ad ascoltare il fiume scorrere lento verso il mare. Il fluire dell’acqua dai riflessi metallici sembrava indicare che quando si ha una direzione non si torna indietro.

Se avevo incontrato Valentina un giorno di primavera in un giardino di Parigi, se l’avevo seguita con lo sguardo lungo i viali fioriti, se quel lontano aprile le avevo sorriso con un “bonjour mademoiselle”, non era un caso. Se mi ero innamorato di lei, se lei si era innamorata di me, con un dolcissimo scambio di visioni e desideri, una ragione c’era. La convinzione di un destino che superava la ragione mi spinse a continuare il viaggio.

Giunto ad Andorra le scrissi un messaggio: “Sono in Spagna, vediamoci”.

Pregai che rispondesse, erano passati due mesi dall’ultima telefonata. Dopo alcuni minuti arrivò la risposta e, finalmente, mi mandò il suo indirizzo. Impostai il navigatore verso la destinazione, il cuore mi batteva fortissimo, sembrava impazzito. Non volevo preparare un discorso né pensare a cosa avrei fatto all’arrivo: volevo solo raggiungerla.I tramonti spagnoli sono così intensi: l’aria diventa d’oro, l’arancio si mescola al blu come pennellate di un’artista sulla tela. Le case bianche si tingono di rosso. Sembra la scena di un film.

Mancano dieci minuti all’arrivo, sono due giorni che guido, sento le gambe rigide, il collo e le spalle dolenti. Ma sono arrivato.

L’indirizzo corrisponde a una piccola bottega, con un’insegna dipinta a mano: “Couleurs en liberté”. Dalla porta socchiusa filtra un raggio di luce. Un tintinnio annuncia il mio ingresso. Valentina sta prendendo le misure su una stoffa naturale, i capelli raccolti in un morbido chignon, qualche ciocca a incorniciarle il viso. Si volta verso di me e il suo sorriso magnetico mi fa andare in mille pezzi. Quanto mi è mancata…

Aspetto sulla soglia e lei corre ad abbracciarmi.

Restiamo così, il suo capo sul mio petto, due cuori scoppiettanti a pochi centimetri l’uno dall’altro.

«Rimani un po’ qui?» mi chiede sollevando lo sguardo.Mi perdo nei suoi occhi celesti. Non ero preparato a quella domanda.

«Per sempre è troppo?» le dico di getto.

«Ma il tuo mondo?» mi sussurra.

«È qui, tra le mie braccia».

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