Uno, due, tre, quattro… Ogni mattina, dunque anche oggi, comincia così: 150 addominali sul tappetino della mia camera. Lo stesso che, il martedì e il venerdì sera, uso per il corso di pilates Matwork. Poi, finalmente, è il momento della colazione. Ho fatto allenamento, consumato calorie. Ergo: posso premiarmi. Parto con cinque biscotti con le gocce di cioccolato, aggiungo uno yogurt alla vaniglia e una fetta (solo una, certo) della torta di mele che mia madre prepara tutte le sere per mio padre. E ogni mattina, dopo questo spuntino, il senso di colpa mi travolge come uno schiaffo. Ma che diavolo ho fatto? Possibile che ogni volta la colazione diventi una banchetto di nozze? Ci vuole una punizione esemplare: altri 150 addominali e poi mezz’ora di corsa.
Tutte le mattine la stessa storia. E oggi, come sempre, dopo aver fatto jogging mi accorgo di essermi fermata proprio davanti al mio bar preferito. Quello che fa le brioche alla crema migliori della città. Sarebbe un peccato non assaggiarne una… Tanto è mattina, ho davanti l’intera giornata per consumare quello che mangio adesso. Entro nel locale, il profumo di caffè e di croissant mi manda in tilt. «Ciao Marty» mi saluta Lucio, il ragazzo del bancone, che tra l’altro è veramente carino. Certe volte ho l’impressione di piacergli (magari…). «Ho appena sfornato le veneziane, ne vuoi una?». A Lucio non so dire di no. Prendo la veneziana, un cappuccino e, già che ci sono, mi faccio mettere in un sacchetto un pain au chocolat. Potrei mangiarlo dopo, per merenda con Matilde dopo l’ora di linguistica applicata all’università. Mi gusto lo spuntino ammirando il profilo di Lucio: c’è qualcosa in lui che mi ricorda Jacob Elordi. Forse le fossette, non so.
«Ciao» lo saluto uscendo. Ma lui niente, neanche mi vede. «Ciao» dico un po’ più forte, ma non serve a nulla. Lucio sta parlando con un’altra cliente, che tra l’altro è molto bella: ci sarà qualcosa tra loro? Un attimo fa mi sembrava di avere qualche speranza con lui. No, di più: ero sicura di piacergli e sul punto di proporgli un cinema, un concerto, una cena, una passeggiata. Una qualsiasi cosa purché insieme. Per fortuna ho lasciato perdere. Ora mi è chiaro:
uno come Lucio, Jacob Elordi de noantri, non si metterebbe mai con me
Lo immagino con una tipa affascinante e flessuosa come un felino, mentre io… be’… io al massimo sono paffuta come un castoro. Roditori o no, il fastidio mi tormenta come un pizzicotto, mi mette addosso un malumore che spaccherei il mondo (di sicuro il locale di Lucio). Apro il sacchetto, tiro fuori il pain au chocolat e lo divoro senza quasi accorgermene. “Idiota” mi dico poi. Non ho tutti i torti.
E adesso che faccio? Ho davvero intenzione di diventare obesa? Obesa e sola come una zitella, ecco cosa diventerò. Lancio un’ultima occhiata a Lucio dalla vetrina del locale. Poi, prendo in mano la situazione: ho mangiato tantissimo, è il momento di smaltire. Un’altra corsetta e poi, a casa, una cinquantina di squat. Metto gli auricolari e faccio partire Harry Styles (As it was) a palla. Questa sì che è vita! In salotto, finisco l’allenamento quando squilla il mio cellulare. Rispondo svogliata, stavo per entrare in doccia.
«Ciao Martina, sono Mati». Matilde? Strano, di solito a quest’ora dorme ancora. «Oggi non vengo all’università, scusa. Ho mal di pancia». «Ah, ok». Ok un cavolo: è chiaro che la mia amica mi sta raccontando una balla. Come la settimana scorsa, che mi ha detto di avere un impegno con i suoi e poi ho visto una storia su Instagram in cui era con quel ragazzo super figo che aveva conosciuto in montagna a Carnevale. «Ci vediamo domani, eh…» dice Matilde. Non faccio in tempo a rispondere qualcosa (forse meglio così, potrei diventare cattiva, anzi perfida) che ha già chiuso la chiamata. Bella amica. È brutto sentirsi così, trascurate anche dalla confidente di sempre.
Sono triste, depressa, sopra e sotto le righe allo stesso tempo. E cosa si fa in questi casi? Gli altri non saprei, ma io mangio. Ispeziono il frigorifero tipo Sherlock Holmes e trovo, nell’ordine: una fetta di torta salata speck e ricotta, un avanzo di vitello tonnato, un involtino primavera che ho ordinato ieri con Deliveroo. Nel dubbio, prendo tutto e polverizzo il mio bottino in un attimo guardando in tivù un programma sugli obesi (ironia della sorte). “Una terza colazione insolita” mi dico. Insolita fino a un certo punto: non si contano le mattine in cui mi ritrovo a svaligiare il freezer, tirando fuori una vaschetta di gelato del Giurassico o le lasagne che mia madre ha congelato 700 milioni di anni fa.
Mi preparo ed esco un attimo prima di esagerare davvero e ritrovarmi a intingere una coscia di pollo nel latte macchiato. Voglia di andare a lezione da sola: più o meno come se dovessi sottopormi a una colonscopia senza sedazione. In ascensore mi specchio e, come si dice, la curiosità ha ucciso il gatto: viso pieno di brufoli, pancetta, cosce che… lasciamo stare. Ovvio che Matilde trova sempre ragazzi carini con cui uscire mentre io al massimo ricevo un invito per andare a visitare un rettilario dal vicino di casa con l’alopecia e l’alitosi. Non può essere che così. Arrivo a lezione un po’ in ritardo, entro e mi sembra che tutti notino il mio fisico “burroso” (leggi: orribilmente sformato). Caterina, una ragazza con cui qualche volta mi ritrovo a studiare, mi ha tenuto il posto.
Non mi piace, Caterina. Cioè, non ha niente che non va, è simpatica e alla mano. Ma mi spaventa perché rappresenta esattamente quello che potrei diventare. O forse quello che sono già, ma non me ne sono ancora resa conto. Caterina non è brutta, ma sciatta, insipida. Credo che non abbia mai messo piede in una palestra, e si vede. In più, si veste che pare una suora e ho il sospetto che lavi i capelli con qualche bizzarro prodotto naturale che, più che detergere, unge di brutto. Caterina mi passa qualche appunto e poi, mentre si siede accanto a noi la ragazza più carina del corso, mi sussurra all’orecchio: «Mamma mia, quanto se la crede questa. Ma non esiste solo lei… Anche noi bruttine abbiamo il nostro perché, vero?». E ride. Lei ride e io vorrei morire.
Noi bruttine? No, Caterina, parla per te: io non sono bruttina. O forse sì?
Esco da lezione ormai convinta di essere il più grande caso umano sulla faccia della terra. Del resto, chi farebbe colazione con vitello tonnato e torta salata a parte me? Corro a casa e, ancora prima di togliermi le scarpe, corro in bagno, mi ficco due dita in gola e mi sforzo di vomitare quello che riesco. Non sono una stupida, so che è tutto sbagliato: gli allenamenti folli e le colazioni senza freni, le abbuffate e il vomito indotto. Così non va bene, certo, ma non saprei proprio che altro fare, è come se un mostro dentro di me mi guidasse verso i gesti più assurdi. Passo il pomeriggio a casa, a guardare la tivù in mutande sognando un piatto di lasagne o una millefoglie con panna e fragole. Non ho fame, no: ho voglia di sentire il profumo del cibo, di mettere qualcosa sotto i denti, di riempire questo angosciante vuoto che sento dentro con qualsiasi cosa possa farmi stare meglio. Carbonara? Va bene! Arrosto con patate? Ok! Pizza? meglio ancora!
Verso le sei e mezza i miei tornano a casa dal lavoro. Non mi va di parlare con loro, giustificare il frigo vuoto e le mie condizioni disperate (sono ancora in mutande). Allora mi preparo in fretta dribblando le classiche domande inutili di mia madre («Tutto bene oggi? Novità? Hai studiato?») e vado in palestra. Prima d’iniziare con la cyclette e il tapis roulant, vado alla macchinetta e prendo qualche pacchetto di taralli pugliesi, che divoro sotto lo sguardo perplesso di un nuovo istruttore. Poi inizio ad allenarmi. Non mi piace l’attività fisica, diciamo pure che la detesto, ma se cedessi completamente alla pigrizia diventerei davvero una plus size. Faccio pesi, esercizi a corpo libero, addominali. Sono tentata da una lezione di spinning, ma prima vado al bar e prendo una brioche all’albicocca. Ci voleva proprio.
Sento il naso appiccicoso e sporco di confettura proprio mentre il nuovo istruttore mi si avvicina. Lo guardo con attenzione: accipicchia, non è niente male. «Ciao!» mi saluta. «Vuoi fare una scheda per allenarti in maniera più ordinata?». «Grazie, ma riesco a fare da sola». Sarà pure carino, ma dovrebbe farsi gli affari suoi. «Piacere, Gianni» si presenta.«Martina». Voglio levarmelo di torno, non m’interessano il suo nome, le sue parole, il suo punto di vista sulla vita in palestra. Voglio solo allenarmi in santa pace. Possibile che non lo capisca?
Mentre cerco di pianificare una strategia per sfuggire a questo rompiscatole, l’istruttore mi si avvicina ancora un po’: «Sai che una volta pesavo 150 chili?» dice. «Poi mi sono messo a dieta e sono arrivato a 50». «Buon per te» rispondo.
No, Martina: grasso o magro, soffrivo comunque di disturbi alimentari
Gli lancio uno sguardo seccato, è la persona più invadente che abbia mai incontrato. Eppure la sua sincerità, il suo mettersi a nudo e ammettere di avere avuto un problema, me lo rende meno sgradevole. E poi, le sue parole, così semplici ma anche così forti, sembrano aprire un varco dentro di me. Non è un mistero che abbia un rapporto anomalo con il cibo, ma questa è la prima volta che sento un po’ di voglia di parlarne con qualcuno. Con lui.
Resto un attimo in silenzio, poi dico: «Anch’io. Cioè, anch’io sono un po’ com’eri tu: ingrasso, dimagrisco, mangio tantissimo, digiuno, vomito. Ma forse è normale, non è detto che sia un problema. Chi non vorrebbe essere snello?». Cerco di minimizzare, ma è comunque la prima volta che parlo così con una persona. «Una volta ti avrei dato ragione» riprende lui. «Adesso invece preferisco essere in salute e in forma piuttosto che magro. Soprattutto se parliamo di magrezza eccessiva». Di nuovo, le sue parole non mi sembrano solo slogan vuoti, ma il frutto di un’esperienza, di una riflessione.«Ma, scusa, non si può essere magri e sani?».«Certo che sì, Martina. Ma non divorando cinque pacchetti di taralli e una brioche in due minuti» riprende.«Già…». «Ma non devi sentirti in colpa per questo. Come ti dicevo, ci sono passato anch’io…». «Come ne sei uscito?». «Anche grazie a una psicologa». Sorride. «Oh, non pensare a niente di serioso: non è che passassi le ore sdraiato sul lettino a raccontarmi a un anziano terapista con gli occhiali e lo sguardo severo. La mia psicologa è… diciamo… come un’amica molto saggia».«Ottima definizione» sorrido anch’io. «Ne avrei bisogno anch’io. Di un’amica saggia, dico». Gianni prende un foglio, scrive qualcosa e poi me lo porge: «Qui ci sono due numeri: il mio e quello della terapista. Mi prometti che chiamerai entrambi?». «Vedremo» dico misteriosa. Che nel mio gergo (che secondo me Gianni capisce benissimo) vuol dire: «Certo che sì».
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