Mi è sempre piaciuto andare a scuola, studiare, imparare cose nuove, condividere le mie esperienze con i compagni di classe. Ma da quando il lavoro di mio padre ha costretto la mia famiglia a trasferirsi in un’altra città la situazione è completamente cambiata.
Il primo giorno ero un po’ in ansia, ma tutto sommato abbastanza fiduciosa: molto presto avrei trovato degli amici e mi sarei adattata senza troppi problemi alla mia nuova vita. Invece, non appena varcata la soglia della classe, mi sono sentita come un pesce fuor d’acqua di fronte a tutti quei volti sconosciuti e a quegli occhi puntati su di me, che mi fissavano con curiosità mista a diffidenza.
Mi sono seduta nel banco che mi aveva indicato l’insegnante dicendomi che era solo il primo giorno, che dovevo dare ai miei compagni il tempo di conoscermi.
Malgrado l’impatto iniziale non fosse stato dei migliori, nutrivo ancora la speranza che poco a poco sarei riuscita a superare la loro diffidenza e a inserirmi.
Purtroppo, non mi ci è voluto molto per rendermi conto che, per quanti sforzi facessi, continuavo a rimanere un’estranea, un’ombra seduta in disparte a guardare gli altri che chiacchieravano e ridevano tra loro come se io non esistessi.
Il peggio, però, doveva ancora arrivare.
Dopo qualche tempo, infatti, ho cominciato a notare da parte di alcune ragazze sguardi sprezzanti e risatine soffocate quando entravo in classe o camminavo in corridoio. In principio, ho pensato che fosse solo frutto della mia fantasia, ma presto, quando alle risatine sono subentrati scherzi sempre più pesanti, mi sono resa conto di essere diventata un bersaglio.
Non ho mai capito per quale motivo mi abbiano presa di mira. Non ho niente di particolare, sono una ragazza come tutte le altre. Non sono grassa, non porto gli occhiali né l’apparecchio ai denti, non sono bassissima e nemmeno una spilungona alta due metri. Insomma, non c’è nulla nel mio aspetto che possa indurre qualcuno a farsi beffe di me (non che sia giusto prendere in giro qualcuno per i chili di troppo o per qualche altre imperfezione, sia chiaro).
Mi piace studiare ma non sono una secchiona.
E allora perché non mi lasciavano in pace? Ci ho pensato a lungo e, alla fine, sono giunta alla conclusione che forse è stato il mio accento toscano, con la caratteristica “c” aspirata, ad attirare l’attenzione, un accento così diverso dalla parlata della cittadina romagnola che mi ospita.
Provengo da un paese del Valdarno e sono sempre stata fiera del nostro dialetto, mai avrei pensato che un giorno sarebbe diventato motivo di scherno da parte dei miei compagni.
Per fare un esempio, nel dialetto di qui “ragazza” si dice “burdela”, mentre da noi “citta” e una volta che mi è capitato di usare questa parola ho suscitato l’ilarità generale seguita da un coro di “Dài, Cita, vieni qui, Cita!”, con il chiaro intento di paragonarmi alla scimmia di Tarzan. Uno dei ragazzi mi ha perfino tirato delle noccioline.
Così, poco alla volta, ho cominciato a odiare il momento in cui dovevo alzarmi per andare a scuola, ben sapendo che la giornata sarebbe stata un campo di battaglia.
Cercavo in tutti i modi di non farmi notare, di rendermi invisibile, ma c’era sempre qualcuno pronto a darmi una spinta, a gettare i miei libri per terra, a farmi lo sgambetto e poi fotografare il momento della caduta per poi postarlo sui social.
Si trattava di un rituale quotidiano compiuto da un gruppetto capitanato da Jessica, una ragazza bionda con grandi occhi azzurri e un’aria angelica ampiamente smentita dalla malignità delle sue azioni.
Il resto della classe si manteneva in genere abbastanza neutrale, senza schierarsi apertamente da una parte né dall’altra. Non se la prendeva con me, ma era comunque complice, con il suo silenzio e la sua indifferenza, delle ingiustizie che subivo.
Insomma, ero sola.
Non avevo amiche, nessuno a cui confidare i miei problemi e a cui chiedere un consiglio. Nemmeno a casa potevo sfogare il mio malessere. Dopo il trasferimento, entrambi i miei genitori erano troppo presi dai loro impegni, papà con il suo lavoro e mamma con l’organizzazione della nuova casa, per accorgersi che qualcosa non andava.
A volte mi chiedevano se fosse tutto a posto e io non avevo il coraggio di rivelare quello che stavo passando. Non volevo farli preoccupare, perciò mi sforzavo di nascondere la mia angoscia dietro un sorriso e rispondevo che sì, era tutto ok.
Rassicurati, i miei tornavano in fretta alle loro faccende, senza prendersi la briga d’indagare più a fondo. Del resto non avevano motivo di dubitare delle mie parole, mi conoscevano e sapevano che non avevo l’abitudine di mentire.
L’unica persona con cui avevo potuto aprirmi era stata Elena, la mia amica del cuore fin dall’infanzia. Dopo la mia partenza eravamo rimaste in contatto, ci scambiamo regolarmente mail e videochiamate e parlare con lei riusciva sempre a tirarmi su di morale (almeno per un po’).
«Se proprio non te la senti di confidarti con i tuoi genitori, perché non ti rivolgi agli insegnanti?» mi ha suggerito. «Potrebbero prendere provvedimenti per far cessare quello che sta succedendo».
«No, perché poi tutti direbbero che sono una spia e sarebbe ancora peggio» ho replicato. «Posso solo cercare di essere forte e resistere, magari prima o poi si stancheranno di tormentarmi».
«Ma non è giusto, non puoi continuare a subire in silenzio sperando che un giorno tutto si risolva» si è ribellata Elena di fronte alla mia rassegnazione. «Devi importi, Robinia, affrontare a testa alta quella Jessica e le sue degne compagne affinché capiscano che non sei più disposta a sopportare senza reagire. Smettila di comportarti da vittima, trattale come loro trattano te, occhio per occhio dente per dente. Si dice così, no?».
Ma rispondere alle offese con altre offese non è mai stato nella mia natura. Ho sempre detestato ogni forma di violenza, sia fisica che verbale.
Se avessi seguito il suggerimento di Elena e offeso Jessica, non avrei fatto altro che abbassarmi al suo livello, dimostrando così di non essere migliore di lei.
D’altra parte, il ruolo di vittima in cui mi trovavo mio malgrado, stava distruggendo poco a poco la mia autostima. Forse era colpa mia, mi dicevo, forse ero io a essere sbagliata, e ogni insulto, ogni sguardo di scherno non facevano che rinforzare i dubbi, rendendomi sempre più insicura.
Nemmeno il mio nome, Robinia, mi apparteneva più, veniva storpiato in “Robaccia” da Jessica e le sue amiche.
«Robaccia che puzza» udivo sussurrare alle mie spalle e ogni volta avevo la sensazione che qualcosa si spezzasse dentro di me.
Quando rientravo a casa dopo le lezioni, l’eco di quelle parole crudeli rimbombava ancora nella mia mente. Mi sentivo sporca, derubata della mia identità, incapace di ribellarmi a quei soprusi. Cercavo di tirare avanti alla meglio, ma fino a quando sarei riuscita a resistere senza crollare?
Perché non cambi scuola? Non puoi continuare così!
mi ha suggerito Elena nel corso di una delle nostre videochiamate.
«A che cosa servirebbe?» ho replicato. «Siamo già a metà anno, finirei per ritrovarmi nella stessa situazione in un altro posto. Sarei un’estranea in una classe dove tutti si conoscono da tempo e hanno i proprio gruppi consolidati. Senza contare che dovrei spiegare ai miei genitori per quale motivo voglio cambiare scuola, dovrei ammettere di aver mentito dicendo che andava tutto bene. Ci resterebbero male».
Non vedevo alcuna via d’uscita, se non aspettare pazientemente che l’anno scolastico giungesse al termine.
Mi trovavo in questo stato d’animo, in preda a una sensazione di rassegnata impotenza, quando la nostra prof di lettere, a causa di un incidente stradale, venne ricoverata in ospedale e sostituita da una giovane collega.
Nel momento stesso in cui la nuova insegnante, bionda e solare, ha messo piede in aula per la prima volta, mi è parso che la stanza improvvisamente s’illuminasse e che anche la mia angoscia si affievolisse un poco, come se una corrente positiva si fosse stabilita tra quelle mura, facendomi sentire meno sola.
Avevo l’impressione che qualcosa stesse per cambiare, avvertivo nell’aria un sapore di possibilità e di nuovi inizi, come se il mondo intero avesse deciso di voltare pagina. Confusamente, percepivo che era la nuova insegnante con il suo sorriso e la dolcezza della sua voce a produrre in me quelle sensazioni, incrinando il muro di paura che mi ero costruita per difendermi dagli altri.
Si chiamava Grazia, un nome che sembrava creato apposta per lei.
Dietro il suo aspetto delicato e apparentemente fragile, però, si nascondeva in realtà un donna di polso, in grado di farsi ascoltare e di mantenere perfettamente la disciplina.
Insomma, la nuova professoressa ci sapeva fare con i ragazzi, al punto che dopo una settimana pendevamo tutti dalle sue labbra.
La ammiravamo per il suo senso di giustizia, per la sua capacità d’immedesimarsi nei nostri problemi mostrandosi severa o indulgente a seconda delle circostanze.
Io in particolare mi sentivo attratta dalla sua presenza, come se un filo invisibile mi unisse a lei, rischiarando così le ombre che mi portavo dentro.
Mi piaceva il suo modo d’insegnare, soprattutto quando ci leggeva alcuni brani tratti da un romanzo che amava molto, invitandoci poi a esprimere il nostro punto di vista.
Diversamente dall’insegnante che l’aveva preceduta, Grazia non si limitava semplicemente a leggere le parole stampate, ma le interpretava e le faceva proprie, guidandoci passo passo all’interno della narrazione.
Ascoltandola, riuscivo a immedesimarmi nei personaggi, a vivere le loro stesse emozioni, a raffigurarmi con l’aiuto della fantasia i luoghi descritti nel libro.
Da quando era entrata nella mia vita, perfino i problemi con i miei compagni mi apparivano più sopportabili.
Non erano scomparsi, anzi, forse la situazione era perfino peggiorata, ma la mia mente non era più concentrata unicamente in quella direzione e a volte mi ritrovavo a coltivare anche pensieri positivi.
Tutto questo rafforzava un poco la mia autostima, messa a dura prova dai continui soprusi.
Un giorno, al termine delle lezioni, sono stata bloccata dalla prof mentre uscivo dall’aula insieme agli altri.
«Aspetta un momento, Robinia, ho bisogno di parlarti» mi ha detto.
Mi sono fermata esitante davanti alla cattedra, sotto gli occhi incuriositi dei compagni.Sentendomi sulle spine, ho osservato il volto dell’insegnante, cercando di dedurre che cosa volesse dirmi. Avevo forse fatto qualcosa di sbagliato? Poi, vedendola sorridere con espressione tranquilla, mi sono rasserenata.
«Ecco… Mi piacerebbe sapere se per caso c’è qualche problema» ha esordito lei, una volta rimaste sole.
«No, no, nessun problema» ho risposto debolmente, a disagio sotto il suo sguardo indagatore. «Perché me lo chiede?».
«Non so, ho notato che in classe stai sempre per conto tuo, non ti vedo mai ridere né chiacchierare con gli altri. Come sono i rapporti con i tuoi compagni? Va tutto bene?».
Quella domanda, semplice e diretta, è stata come una mano tesa nel buio.
Ho avvertito un nodo in gola, la voglia e la paura di lasciarmi andare, di afferrare quella mano e raccontare tutto ciò che ero costretta a subire ogni giorno. Ma poi me ne è mancato il coraggio.
Se lo avessi fatto, ci sarebbero state delle conseguenze, i compagni mi avrebbero accusata di essere una spia e la situazione si sarebbe complicata ancora di più.
«Sì, sì, tutto bene» ho farfugliato in fretta. «È solo che, quando sono arrivata qui, l’anno scolastico era già iniziato, non conoscevo nessuno e a causa della mia timidezza ho faticato un po’ ad ambientarmi. Ma adesso va molto meglio, davvero. È tutto a posto».
«D’accordo, se è così puoi andare. Ma ricordati che, se per caso avessi bisogno di parlare, io sono qui».
Due giorni dopo la prof è entrata in aula annunciando la sua intenzione di promuovere un progetto di lettura e scrittura creativa che avrebbe coinvolto tutta la classe.
Ha quindi consegnato un quaderno a ognuno di noi, incoraggiandoci a esprimere i nostri pensieri e sentimenti attraverso le parole.
«Potete farlo nel modo che preferite» ha spiegato. «Sotto forma di racconto, di diario, di poesia. Non ha importanza, dovete semplicemente lasciarvi andare e scrivere quello che vi suggerisce il cuore. Per aiutarvi vi darò un tema da cui cominciare: una cosa che mi fa soffrire».
Ha fatto una pausa, poi ha ripreso: «Non dovrebbe essere difficile, capita a tutti di stare male a causa di qualche problema. Parlatene, cercate di elaborare le vostre emozioni attraverso la scrittura. Una volta alla settimana ne discuteremo insieme e chi lo desidera potrà condividere le sue esperienze con il resto della classe».
Un ragazzo, seduto nel banco davanti a me, ha alzato la mano: «Alla fine ci verrà dato un voto?».
La prof ha scosso la testa: «No, state tranquilli, nessun voto. Si tratta soltanto di un esercizio per stimolare la vostra creatività e spingervi ad aprirvi con gli altri».
Il pomeriggio di quello stesso giorno ho trascorso più di due ore seduta alla scrivania della mia stanza a fissare il quaderno aperto davanti a me senza riuscire a scrivere una sola riga.
I pensieri vorticavano nella mia mente come foglie secche spinte qua e là da un vento impetuoso. Ma qualcosa mi bloccava, impedendomi di dare loro voce sulla carta.
Fino a quel momento non avevo mai affidato le mie emozioni alla scrittura, non avevo mai tenuto un diario (come invece facevano molte delle mie coetanee) e adesso, davanti alla pagina bianca, avevo paura. Paura di rivelare i miei sentimenti più intimi, la mia debolezza di fronte ai soprusi. Cioè tutti quegli aspetti sgradevoli e dolorosi della mia quotidianità che avevo sempre cercato di nascondere dietro la maschera dell’indifferenza.
“Devo stare tranquilla” mi sono detta alla fine. “Non sono obbligata a rendere gli altri partecipi della mia sofferenza”.
Come aveva spiegato la prof, infatti, solo chi lo desiderava avrebbe condiviso i propri scritti con il resto della classe. Io non intendevo farlo, però, forse, mettere nero su bianco le mie emozioni poteva rappresentare una valvola di sfogo, un modo per esorcizzare tutto quello che per troppo tempo mi ero tenuta dentro.
Ho esitato ancora un attimo, poi ho preso la penna e ho cominciato a scrivere, di getto, riversando sulla carta i miei sentimenti feriti, la solitudine, il senso d’impotenza, la rabbia inespressa. L’ho fatto servendomi di un alter ego, così da mantenere una certa distanza tra me e quanto era accaduto, nel tentativo di rendere i ricordi meno dolorosi. Ne è risultata una narrazione piuttosto cruda, perfettamente aderente alla realtà, dove malgrado avessi cambiato i nomi chiunque sarebbe stato in grado di riconoscersi.
Quando ho terminato di scrivere la mano mi faceva male.
Però, mi sentivo più leggera.
La settimana seguente, durante l’ora dedicata alla scrittura creativa, ho avuto modo di ascoltare le esperienze di alcuni compagni, in particolare quella di Marco, ancora sconvolto per la perdita di un amico fraterno mancato l’anno prima in un incidente stradale, e quella di Monica, incapace di accettare la separazione dei suoi genitori.
Quei racconti mi hanno fatto capire che non ero la sola a soffrire.
Poi un giorno la prof ha posato il suo sguardo su di me, invitandomi a leggere il mio elaborato. Mi sono sentita gelare.
Non erano questi i patti. Solo chi lo desiderava poteva condividere la propria esperienza con gli altri. E io non me la sentivo: «Io veramente preferirei evitare…» ho balbettato in preda al panico ma lei, rivolgendomi un sorriso incoraggiante, ha insistito.
Con il cuore a mille e le gambe molli mi sono avvicinata alla cattedra e ho cominciato a leggere. Grosse lacrime mi scivolavano lungo le guance via via che procedevo con il racconto, mentre intorno a me il resto della classe ascoltava in un silenzio sospeso.
A un tratto una risatina sarcastica è echeggiata sonora, spezzando bruscamente l’atmosfera emotiva che aleggiava nell’aria.
«Vai fuori, Jessica» ha detto con durezza la prof alla mia compagna, indicandole la porta. «Non stiamo assistendo a uno spettacolo comico».
Poi si è rivolta a me e con dolcezza mi ha detto: «Continua pure, cara Robinia».
Poco dopo, quando ho finito di leggere, mi sono sentita stremata, come se avessi compiuto uno sforzo enorme. Però, stranamente, mi sono anche sentita libera: avevo finalmente raccontato la mia verità! Ero grata alla mia insegnante per aver intuito i miei problemi e avermi incoraggiata (per non dire costretta) a mettere le carte in tavola.
Sono tornata al mio posto, mentre lei prendeva la parola: «Allora, ragazzi, che cosa pensate del racconto della vostra compagna? Mi pare che spieghi molto bene come certi scherzi e certe prese in giro, anche se fatti senza la reale intenzione di nuocere, possano ferire, influire pesantemente su chi li riceve. Perciò mi auguro che d’ora in poi riflettiate attentamente prima di rivolgervi a qualcuno con parole o gesti denigratori».
«Quanto a te, Robinia» ha proseguito, voltandosi verso di me, «continua a scrivere. Hai del potenziale, non sprecarlo».
Poco dopo, durante l’intervallo, parecchi compagni si sono avvicinati a me manifestandomi la loro solidarietà, e alcuni tra quelli che mi avevano trattata male si sono scusati, pentiti delle loro azioni. In quel momento ho capito che la mia forza non stava solo nel resistere ai soprusi, ma anche nel perdonare e nel permettere agli altri di avvicinarsi.
Dopo quel giorno ho cominciato a stringere qualche amicizia e la scuola è tornata a essere un luogo piacevole, bello. Solo Jessica e un paio dei suoi fedelissimi hanno continuato a infastidirmi ma, adesso che il resto della classe è dalla mia parte, non osano più attaccarmi apertamente.
Ho attraversato un periodo difficile, molto difficile, ma non è stato tutto inutile.
Ho conosciuto la prof Grazia, una persona meravigliosa che mi ha restituito fiducia in me stessa e mi ha fatto scoprire il potere della scrittura. Per merito suo ho imparato a camminare di nuovo a testa alta.
Finalmente per me il futuro non è più un nemico, ma una promessa.
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