Sono nel 2:37 del mattino, continuo a guardare il cellulare sperando che il tempo si fermi, che smetta di scorrere così velocemente. Invece sembra correre ed è sempre più tardi. Il pensiero della lunga giornata che sta per avviarsi non mi dà tregua: come affrontare appuntamenti, chiamate e spostamenti con poche, pochissime ore di sonno? Io intanto sto aspettando la mia migliore amica, che mi raggiunge sempre verso quest’ora, puntualissima, sicuramente più di me. Non posso proprio addormentarmi, il suo arrivo improvviso mi coglierebbe impreparata.
Insonnia e pensieri notturni: quando l’ansia non fa dormire
Così resto qui, stesa sul letto, immersa tra i cuscini profumati di ammorbidente, concentrata a fissare il soffitto spoglio. La mia mente sembra deserta e ingombrante contemporaneamente, i pensieri che si insinuano innumerevoli tra un respiro e l’altro sono così agitati che non riesco a elaborarne neanche uno. Si spingono, scavalcano, cambiano corsia, volatili nella loro persistenza. Forse troppi, a volte penso, per il piccolo contenitore che li accoglie.
L’ansia causa pensieri incontrollabili
Mi sento esausta.
Nell’attesa provo a cantare nella testa qualche canzone di cui vagamente mi ricordo le parole, ripenso alla giornata appena trascorsa ricucendone tutte le scene e risentendone i dialoghi. Qualcuno lo cambio anche, per esempio immaginando come avrei potuto rispondere alla signora sgarbata in coda con me per comprare il giornale.
Lo schermo del telefonino appoggiato sul comodino s’illumina, è una notifica del New York Times che aggiorna il mondo sulla terribile situazione internazionale. E subito altri pensieri preoccupati ingombrano la testa incontrollabili. Sono le 3:15. Fisicamente abbandonata nel letto, mentalmente più attiva che mai: ogni notte la stessa storia.
Credo di aver creato questo rito disordinato che mi fa perdere il sonno proprio per aspettare lei, la mia migliore amica. Ci conosciamo da tanto tempo, fedelissima mi ha accompagnata in ogni fase della vita, durante la mia crescita emotiva, nelle relazioni e nelle serate solitarie. Il nostro primo incontro è stato brusco, quasi ingestibile, visto il suo temperamento invasivo e travolgente.
Non ero pronta a una nuova conoscenza, non ero preparata a una presenza tanto esuberante, incomprensibile per la maggior parte delle volte.
La mia migliore amica non mi abbandona mai. Certo, mi conosce meglio di chiunque altro, questo glielo riconosco, e cerca di proteggermi, pur parlando una lingua diversa dalla mia. Per questo spesso non la capisco e si creano così tante incomprensioni. I suoi abbracci, stretti tra la gola e lo stomaco, sono rigidi e penetranti, mi sembra abbia paura di scivolare via quando la sento così vicina al cuore, che avverto agitato in sua presenza, tanto agitato addirittura da bucarmi il petto.
Riconoscere i sintomi e ritrovare il respiro durante una crisi
Quando la mia amica è con me, sento subito mancare il fiato e non riesco a recuperare l’aria che scappa dalla bocca, così mi rifugio tra le tecniche svelatemi dalla mia terapeuta (che ci aiuta a gestire questo rapporto evidentemente complesso): tocco con mano ferma le superfici di tutto ciò che mi circonda, il muro ghiacciato, il materasso morbido, i capelli un po’ arruffati. Chiudo gli occhi e inizio a visualizzare le caratteristiche materiali degli oggetti che intercetta il mio tatto.
Così torno alla realtà, mi dimentico con chi sto condividendo pensieri e paranoie e ritrovo l’aria dispersa nella stanza. Respiro nuovamente, sento il cuore più calmo, lo stomaco libero, la gola fresca.
La mia migliore amica si chiama Ansia
e si è appena accomodata vicina a me, stesa anche lei accanto ai cuscini. Il suo grido quasi assordante si è trasformato in un sussurro. Ora riesco ad ascoltarla; parliamo spesso, noi due, dei miei dubbi e delle mie paure, dei sogni che diventano ossessioni e di tutto ciò che esiste tra una piega e l’altra della mia vita. Una vita piena, eccessivamente piena mi dicono tutti, ma non sono ancora pronta a lasciare liberi spazi da abitare, da pensare. Non ne sosterrei la leggerezza, credo.
La mia migliore amica Ansia mi aiuta a gestire l’ingestibile, prova ad avvisarmi quando tutto è troppo.
Dopo questi anni, con qualche difficoltà certo, riesco a percepirla, a darle retta, a comprenderla un po’ di più.
È diventato più semplice dialogare con lei, perché anch’io ho imparato a conoscerla bene e riesco a gestire, a fatica, la sua impulsività. Dicevo, ora mi sta sussurrando qualcosa: passa in rassegna insieme a me le scadenze del giorno dopo, m’invita ad alzarmi, a scrivere una lista delle cose da fare. Inizio a stilare un elenco dell’irrimandabile. Ho mal di testa e sento il cuore più veloce, quella sensazione di apnea riappare. Chiudo gli occhi nuovamente, prendo la mano della mia migliore amica. Poi, inizio a scrutare l’infinito ammasso di lettere e parole che ho scritto.
Potrei spostare qualche appuntamento a giovedì.
E mia madre non si offenderà se le chiedo di posticipare il caffè della mattina al primo pomeriggio. A cena dovrei vedere il mio ragazzo, ma non mi lascerebbe se dovessi proporgli un’altra data per il nostro appuntamento romantico. In fondo mi ama anche per la donna impegnata e decisamente incasinata che sono. Tra frecce e cambi di orario, la pagina dell’agenda è disordinata, ma riesce finalmente a tranquillizzarmi. Un po’ di luce intanto entra dalla finestra, sento i primi uccelli del giorno cantare.
Forse saranno le 5:00. Vado in cucina per prendere un bicchiere d’acqua, torno in camera e mi siedo a terra guardando il cielo, ormai vagamente colorato. È ancora lì, tutto intero, nella sua estrema bellezza. Mi convinco che non si spezzerà a causa dei miei piccoli cambi di programma, il mondo non implode a ogni mia incertezza, continua a girare anche durante i miei drammi notturni.
Tutto è dove dovrebbe essere. Anch’io sono al mio posto. Torno a letto per riposare un paio d’ore. Una sensazione di calma serenità mi pervade, solleticandomi la pelle.
“Buonanotte amica Ansia” le dico tra me e me, ma lei si è addormentata già da un pezzo.
Passa qualche giorno e i pensieri elaborati quella notte hanno avuto un effetto sorprende. Vivo con un’energia diversa, convinta di poter gestire la mia vita almeno per le prossime settimane.
Parlare con me stessa funziona, la mia psicologa aveva ragione, dovrò festeggiare con lei questo piccolo traguardo. A volte abbiamo più paura di ciò che rischieremmo di scoprire guardandoci dentro che del mondo spietato là fuori.
Del resto, esistono in noi piccoli “pezzi irrisolti” che sembrano celare voragini nelle quali potremmo scomparire.
Provare ad attraversarle o, addirittura, a ricucirle è un’operazione tanto fine quanto faticosa, che non sempre siamo disposti a intraprendere.
Penso a tutto questo mentre mi aggrappo alla maniglia della metropolitana (purtroppo ho un pessimo equilibrio!), tentando di schivare le gocce bollenti sputate dalla tazza di caffè americano che ho appena comprato al bar.
Tra un’acrobazia e l’altra mi guardo intorno, osservo tutte le persone che lì, schiacciate nel vagone del treno, affrontano i loro ingarbugliati mondi interiori leggendo libri, ascoltando musica, scrollando Instagram dal cellulare, e quasi mi commuovo immaginando la vicinanza emotiva che ci lega nonostante le distanze relazionali di sicurezza che forzatamente incastriamo tra noi.
L’illusione del controllo e l’attacco di panico improvviso
Sicurezza.
Questa parola inizia a risuonarmi in testa, quasi violentemente. Ed ecco qualcosa insinuarsi nella mente: chissà dov’è nascosta la mia migliore amica.
Giornate intere senza farsi sentire, neanche un cenno, neanche una parola. Le sarà successo qualcosa? Mi sarà successo qualcosa? Mi accorgo di non tollerare questa lontananza. Percepisco per la prima volta uno strano vuoto. Un vuoto che, proprio lì, tra stomaco, cuore e gola, avrebbe disperatamente bisogno di essere occupato. Ma lei non c’è. Non è mai capitato di passare così tanto tempo senza i suoi abbracci, senza le sue urla incontrollate e posso dire, con un certo timore, di avvertirne la mancanza. Questo è un aspetto affascinante della mia migliore amica, la sua capacità di rendersi insopportabile e indispensabile al contempo.
Sono proprio sicura di potermi gestire da sola?
Non sono abituata a non averla con me. La sua assenza implica uno scavare dentro quelle fantomatiche voragini interiori dentro cui, nonostante la mia arroganza emotiva, non voglio assolutamente cadere. Qualcosa, però, intanto è caduto: il caffè, da 20 minuti trattenuto dalla mia mano senza essere degnato di un sorso, adesso ha creato una pozza ai miei piedi, sporcando me e chi mi sta a fianco. Tutti mi guardano e si allontanano, qualcuno inveisce contro contro di me (non a torto) e io vorrei solo volare via, lontana da qui. Non sopporto le occhiate sconosciute, come se un riflettore di fuoco mi fosse puntato addosso. Il respiro è spezzato, mi sento paralizzata, giudicata e derisa per la mia goffaggine. Ecco che il grido insolitamente tranquillizzante della mia migliore amica riemerge e mi annebbia il cervello.
Dopo pochi attimi di confusione ne traduco le urla: «Scappa». Ed eccomi fuggire via non appena le porte di quell’infernale mezzo si aprono. Sto correndo senza direzione alla ricerca di aria. Salgo le scale verso la luce del giorno e schizzo fuori dall’uscita. Non so dove mi trovo, non riesco a orientarmi. Le persone qua fuori penseranno che io sia pazza. Mi allontano dalla strada principale, completamente disorientata e senza fiato, individuo una panchina sufficientemente isolata per sedermi qualche minuto. Mi accomodo tremante, provo a guardarmi intorno, ad attivare i sensi per riportarmi fisicamente nel presente. Ma niente sembra calmarmi. Corpo e mente non vogliono collaborare. Continuo a visualizzare il caffè che cade, le persone inorridite, la mia incapacità d’introspezione emotiva, il ritardo che sto accumulando e tutte le cose che avrei dovuto fare questa mattina, sempre più distanti, irraggiungibili. Mi sento una boa che, trasportata dalla corrente, semplicemente galleggia.
Mi viene in mente il mare, penso all’acqua e mi ricordo di una bottiglietta nella borsa. La prendo, è ancora fresca, così mi bagno polsi. Questo gesto mi aiuta. L’attenzione ora è tutta lì, sulle mie mani. Le fisso qualche istante. Tremano ancora, ma poco. L’aria solletica nuovamente i miei polmoni, la gola si apre, il cuore rallenta. A occhi chiusi ascolto il mondo e mi ricordo che continua girare. Mi concedo anche un sorriso: il sole sulla pelle è caldo,
il profumo degli alberi poco distanti è squisito. Sono tornata. Sono viva. Non so bene cosa sia successo, cosa mi abbia intrappolata questa volta. Decido anche di restare ancora un po’ seduta sulla panchina, di rinviare a domani le mie responsabilità. Ma una verità la conosco, non posso vivere senza la mia migliore amica, perché lei fa parte di me.
Accettare l’ansia: trasformare la paura in collaborazione interiore
Tutti noi siamo fatti di sfumature, pennellate chiare e scure che ci colorano dentro. E, forse, non sempre possiamo sceglierne le tonalità. Ma possiamo anche accettarle, smettere di allontanarle e di combattere i nostri tratti emotivi.
Questo voglio fare: accogliere.
Voglio trasformare in collaborazione questo stravagante rapporto con la mia migliore amica. Voglio continuare a dialogare con lei, ascoltarla, imparare la sua lingua e farle spazio tra una voragine e l’altra. Voglio accorciare le distanze, come con le persone sulla metropolitana. Voglio farla accomodare come me su questa non esattamente confortevole seduta. Per quanto difficile, sono sicura troverà posto tra gli angoli un po’ spigolosi della mia interiorità.
“Benvenuta a casa” dico tra me e me, e questa volta sono io ad abbracciare lei. Stiamo insieme su quella panchina, sporche di caffè a prendere il sole.
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