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Scappo al super, lontano dalla mia famiglia

La vita in famiglia può essere un paradiso. Ma ci sono giorni in cui è un disastro. Così, tra discussioni e rispostacce, viene voglia di scappare. Anche solo per comprare una tisana

scappo al super: una mamma esce di casa dopo una lite dei figli
CREDITS: pexels-borkography

La sera a Milano fa freddo, il mercoledì tutto è chiuso. Dal balcone vedo i cinesi della lavanderia tirare giù la saracinesca lasciando giusto tre dita di spazio. Dietro si vede una luce calda, di gente che cena tardi, stanca.

A casa mia oggi si è rotta una lampadina, e nessuno ha fatto il gesto di volerla tirar giù e cambiare. Nemmeno Edo, che ci arriva senza dover neanche prendere la scala. Io piuttosto mangio al buio una settimana, ma la lampadina da sola non la cambio.

Una sera d’inverno a Milano: l’aria pesante di casa

Da dentro Ale chiama “mamma”, pigio la sigaretta sul bordo del balcone per spegnerla e poi rientro.

«Fa freddo, cosa tieni aperta la finestra» mi guarda con quei suoi occhi crudi, che mi chiedo da chi li abbia presi.

«Cosa c’è?» gli domando.

Ha ancora addosso i vestiti dell’allenamento, la felpa rossa del basket va lavata di nuovo, non so mai se insegnargli a fare la lavatrice, prima che mi tinga tutto di rosa.

«Domani vengono degli amici e stanno a dormire» me lo dice e già non mi guarda più, ha in mano il telefono e scorre una chat con chissà chi.

Metà del suo cervello è completamente scollegato mentre gli chiedo: «Quanti siete?».

«Che?» alza lo sguardo, vedo la scintilla che fanno i suoi neuroni quando si riconnette con la realtà.

«Ah, sono Tommy, Gio e Christian» dice.

«E tuo fratello?» chiedo.

«Dorme».

Mi guarda come se fossi stupida.

Io annuisco e penso a quell’esercizio che ti dice di contare fino a dieci prima di rispondere quando sei arrabbiato. Arrivo al sei poi parlo.

«Dico, dove va lui? Non ci state in camera in cinque. Glielo hai detto a Edo?».

Ogni tanto mi sento male a pensarlo, ma da quando Edo è andato a lavorare a Londra in casa c’è più aria. Come su una navicella spaziale in cui razionano l’ossigeno. Lo vedo che Ale è più sereno e ha più spazio. E io ho meno gente che mi urla attorno.

Nelle vacanze però torna a casa, un lungo mese in cui un uomo di 26 anni e un ragazzo di 20 si ritrovano a dover dormire in letti a castello.

Un po’ li capisco.

«Boh, si attacca, se avesse una vita sarebbe fuori di casa invece che a letto alle dieci. Domani è sabato e non cambio i piani». Ale fa quella cosa di passarsi la lingua sui denti. Mi ricorda uno di quei rapper cresciuti nel Bronx.

«Be’, glielo devi dire».

«Mamma, sei una palla». Ale sospira, non mi guarda nemmeno in faccia e va di là.

Mi volto di nuovo verso il balcone, mi aggrappo alla maniglia della porta finestra e rimango lì un attimo.

Lo scontro tra fratelli e il silenzio dei genitori

Una gigantesca bestemmia mi fa voltare. Ovviamente mio figlio è andato a svegliare suo fratello per dirgli di levarsi di torno domani sera.

«Sei un idiota, cresci per una buona volta, non sei normale».

Mi affaccio in corridoio e ascolto a debita distanza. Mio marito si affaccia dalla camera da letto con l’espressione stupita di chi vede un animale fare una cosa da umani. Sembriamo due comparse su una scenografia, speculari come le figurine.

«Sei tu che torni a casa per un cacchio di mese e pensi di poter fare quello che vuoi, ci vivo anch’io in questa camera e tu sei un demente».

Mio marito inarca un sopracciglio.

Sento Edo che si alza dal letto, se gli dà un pugno finiamo per dover rifare la mascella ad Alessandro.

Faccio due passi e mi metto sulla soglia della camera.

«Sei proprio uno schifo, pensavo fosse solo che eri piccolo, ma tu sei proprio uno schifo». Edo lo guarda dall’alto, ha i capelli corti ora, un po’ alla marines, e fa ancora più paura alto com’è.

Sento la presenza di mio marito dietro di me, anche lui li osserva. Mi chiedo se pensiamo sempre le stesse cose dei nostri figli, se in questo momento anche lui tifa per uno dei due.

«Ehi, su basta» decido d’intervenire e mi becco due occhiatacce.

Edo ha la faccia da sonno, che me lo ricorda quando era bimbo, e mi guarda con la bocca piegata da un lato. Ale ha di nuovo quei suoi occhi inclementi, un po’ spiritati per la paura di prenderle.

«Che volete, adesso vi svegliate a fare i genitori? Avete American Psycho sotto il tetto e non fate niente».

Edo parla al plurale (“genitori”), ma guarda solo me.

È così esasperato che un po’ mi fa pena. Apro la bocca ma non riesco a dire niente e lui fa un verso sprezzante.

«Mamma torna sul balcone, o dove ti pare, anzi se vuoi puoi pure buttarti di sotto».

Ale fa un cenno con la mano come indicasse la cuccia al cane.

Mi giro verso mio marito pensando che per forza dirà qualcosa.

Lui si scosta un po’ di lato, come a liberarmi il passaggio se volessi davvero andarmene.

Rimango lì ferma un attimo, mi sento vuota, bidimensionale.

«Ou». Edo mi richiama con il suo vocione e torno presente.

La fuga di notte: rifugiarsi tra le corsie del supermercato

Me ne vado e non dico nulla, mio marito fa un verso e mi guarda. Prendo la giacca, poi apro la porta di casa e me ne vado.

Scendo fino al cortile del condominio senza pensare a nulla se non agli scalini. Al primo piano c’è una coppia di ragazze che litiga almeno tre sere alla settimana, sento i loro passi pesanti sui pavimenti rimbombare fino al pianerottolo.

Quando sono fuori sul marciapiede, mi fermo un attimo e penso due cose:

– nessuno mi è venuto dietro.

– dove vado?

Tiro fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni e guardo l’ora: le dieci e 40. Alzo lo sguardo e vedo il parco, a destra dopo l’attraversamento pedonale. Giro a sinistra, pensando che l’Esselunga è ancora aperta, fino alle 11 e mezza.

È impressionante come certe cose riescano a rimanere uguali a se stesse in ogni contesto. È illuminata, pulita, grande. L’Esselunga è proprio grande. C’è un barbone accasciato fuori con il vino nel cartone di tetrapack vicino ai parcheggi delle bici, per il resto potrebbero essere le due del pomeriggio.

Faccio un giro tra le corsie

le arance risplendono tutte lucide e ben impilate. Poi c’è lo stand dei rimasugli dei calendari dell’avvento, delle scatole di cioccolatini rosa e rossi di auguri di eterno amore per San Valentino e una fila di uova di Pasqua di Hello Kitty.

C’è un ragazzo con in mano un pacco di riso pronto e un flacone maxi di detersivo per il bucato. È in piedi accanto alla rosticceria e afferra un mezzo pollo avvolto nella pellicola unta. Mi chiedo che tipo sia, perché ceni così tardi, se sua madre gli ha insegnato a fare la lavatrice.

Vado nella corsia delle tisane, che è la mia preferita: le scatole colorate e messe in ordine, livellate, mi danno un senso di armonia.

L’incontro al reparto tisane: la solitudine condivisa

C’è un signore che guarda la camomilla filtrata con melatonina strizzando gli occhi, sbircio nel suo carrello e vedo un pacco di carta asciugatutto, quella morbida un po’ felpata, un barattolo di olive verdi, una scatola di pizzette e poi il brodo pronto.

«Secondo lei funziona, questa melatonina?» mi domanda.

Sposto l’attenzione sulla scatola di camomilla, sentendomi un po’ colpevole del reato non ben definito (ma simile all’invasione profonda della privacy sui siti online) che è guardare la spesa degli altri.

«La melatonina? Suppongo di sì».

Faccio una pausa, poi riprendo:

Fa fatica a dormire?

Lui si stringe nelle spalle come a dirmi: cosa credi che faccia qui, alle 11 la sera.Poi rimaniamo in silenzio, lui continua a soppesare la tisana, la rimette al suo posto e ne afferra un’altra.

Mi viene in mente quando Edo aveva portato a casa la sua prima fidanzata seria, era al secondo anno di università. Cerco davanti a me la stessa tisana contro l’insonnia che lei mi aveva regalato quell’anno per Natale. Me l’aveva impacchettata con un fiocco dorato e aveva sorriso quando me l’aveva consegnata. Sorrideva tanto e stava zitta, forse per quello piaceva a mio figlio.

Prendo la scatola, lilla con alcuni fiori sopra. Guardo il prezzo: tre euro e 90. Era stata parecchio gentile a spendere così tanto per quelle bustine.

«Questa funziona, a me piace» la porgo al signore e lui si volta lentamente a guardarla.

Studia gli ingredienti assottigliando lo sguardo e annuisce.

«A mia moglie piacerà, il viola è il suo colore preferito» dice. Poi si volta a guardarmi e mi sorride. Gli manca un dente verso sinistra, ha un sorriso sghembo che lo fa sembrare un personaggio della Pixar.

«Grazie infinite» continua. «Forse dovrebbe comprarla anche lei, se è qui a quest’ora» aggiunge.

Per un attimo mi sento come spinta in avanti, apro la bocca pronta a raccontargli tutto, per nessun motivo logico. Poi inspiro.

«I miei figli stavano litigando, si fa fatica a prendere sonno in quei casi» sospiro.

Aggiungo un sorrisetto come a fargli capire che non è una cosa grave, che non mi hanno suggerito di buttarmi dal balcone.

«Noi non abbiamo mai avuto figli» lui annuisce, «però mia sorella sì, così ho un sacco di nipoti, le pizzette piacciono a loro» aggiunge, indicando verso il contenuto del carrello.

Io annuisco e afferro a mia volta una tisana. Mi sentirei meglio se pensasse che anch’io sono lì per qualcosa di valido. Prendo su una tisana al mango e papaya che ha sopra scritto “Benessere ed energia”.

Lui sospira e guarda le mie mani. «Gli prenda delle pizzette, ai suoi figli».

«Credo siano troppo grandi per le pizzette».

Mi viene un po’ da piangere pensando quanto questa frase sia ineluttabile.

Lui mi posa una mano sulla manica del cappotto e inclina il viso.

«Come mai sua moglie non riesce a dormire?» gli chiedo.

«Si è rotta una gamba due settimane fa, l’hanno investita sulle strisce della rotonda accanto alle Poste e allora l’aiuto io a fare le sue cose. Le fa male la schiena e fa fatica a dormire» spiega.

Penso a mio marito che si sposta per lasciarmi passare.

Annuisco.«Mi dispiace per sua moglie».

Lui si stringe nelle spalle con un’espressione buffa: «Oh be’, chi non si è mai rotto un femore» dice.

Scoppio a ridere e subito dopo mi copro la bocca con la mano, chiedendomi per un attimo se magari non fosse una battuta.

Lui ridacchia e mi lancia uno sguardo complice.

«Le auguro una buona notte, allora. Anche a sua moglie».

Lo saluto con la stessa stretta sulla manica del suo cappotto, poi me ne vado.Alle casse automatiche pago la tisana tre euro e 50, poi esco.

Cammino verso casa con una mano nella tasca del cappotto, l’altra che si congela piano attorno alla confezione che ho comprato. Guardo i miei piedi sull’asfalto.

Il ritorno a casa: l’abbraccio degli altri e i nostri silenzi

All’angolo prima di casa alzo lo sguardo e vedo una coppia che si saluta davanti a un portone. Lui guarda verso il citofono e lei verso la strada. Hanno il viso nascosto l’uno nelle spalle dell’altra, si stringono in un modo che mi fa sentire di troppo perfino a quella distanza.

Guardo il cellulare:

nessuna chiamata, nessun messaggio.

Penso ai miei tre uomini su a casa, li immagino ancora nelle posizioni in cui li ho lasciati. Paralizzati dalla decisione fuori dall’ordinario che ho preso. Troppa emotività li condiziona, li blocca come acqua su sistemi elettronici. Non sanno cosa fare, completamente alieni all’idea di dover dare conforto o che dello sconforto vero e tangibile possa scaturire da una delle loro a malapena pianificate azioni.

Riguardo la coppia mentre passo oltre, andando veloce verso casa. I due sono ancora stretti in quell’abbraccio, uno di quegli abbracci violenti.

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