Luca mi aveva lasciata.
Dopo dieci anni di matrimonio.
Per una bionda. Bellissima. Più giovane di me.
Non era stato molto originale, questo è evidente.
Tra le tante, scegliere come amante l’infermiera del reparto di cui è primario, be’, fa molto commedia anni ’80.
Il tradimento di Luca
Ma non finisce qui: riccioli d’oro era pure incinta di quel figlio che Luca, con me, non aveva mai voluto.
«Abbiamo due splendide carriere, tesoro» mi diceva ogni volta che sentivo fortissimo lo squillare della sveglia del mio orologio biologico, «un bambino potrebbe destabilizzarle. Sei davvero pronta a correre questo rischio?».
No, non lo ero.
Ma non perché quel figlio non lo volessi. Semplicemente perché Luca riusciva sempre a convincermi, anche quando la pensavo diversamente.
Mi metteva davanti, come se aprisse uno di quei libroni pop up per bambini con le immagini in rilievo, la nostra vita: una bellissima villetta, viaggi per il mondo, amicizie prestigiose. E soldi. Tanti soldi, che ci permettevano di avere tutto quello che volevamo.
Così, finiva sempre che chiudevo con un tonfo il “discorso figlio” e gli davo ragione: «In effetti, è tutto così perfetto…» gli dicevo convinta di pensarlo davvero.
Sì, come no!
Perché lui invece stava con riccioli d’oro da tre anni, senza che io potessi minimamente sospettare qualcosa. Poi, una sera mi disse che dovevamo parlare. Ve la faccio breve: non provo più niente per te, ho un’altra, lei è incinta, me ne vado, ti lascio la casa.
Questi, in ordine, gli argomenti che giustificarono quel suo “dobbiamo parlare”.
Davvero tutto perfetto tra noi, eh?
Non la presi bene.
Superato lo shock iniziale, passai alla rabbia e non ci lasciammo affatto pacificamente. Fu doloroso, come lo è ogni frattura nella vita.
Passai settimane a piangermi addosso, a chiedermi in cosa avessi sbagliato o cosa ci fosse di non meritevole di amore in me.
Pensarlo con un’altra donna, in un’altra casa, a vivere una vita in cui non ero contemplata e che prevedeva l’arrivo di un bambino mi torturava ogni giorno e mi teneva sveglia la notte, in una casa improvvisamente diventata troppo grande, con la sola luce della luna a farmi compagnia.
Però. Eh sì, c’è un “però”.
E il “però” è che la vita, a volte, è attraverso le prove più dure che ci permette di ricominciare da capo. E rinascere.
Una Polaroid dal passato: il legame speciale con nonna Elizabeth
Con me accadde proprio mentre versavo pietose lacrime amare sulle immagini del nostro ultimo, meraviglioso, viaggio insieme, un mese intero in California (valle a dimenticare, certe cose!).
E ritrovai una vecchia Polaroid finita in quell’album chissà come e quando.
La foto risaliva più o meno alla prima metà degli anni ’90 e ritraeva me e mio fratello insieme a Elizabeth, la madre di mia madre, nel salotto del suo cottage nelle Cotswolds, in Inghilterra.
Sì, hai capito bene, sono per metà inglese.
Mia mamma è una londinese dai capelli rossi e gli occhi blu che, ai tempi in cui era una studentessa di Biologia, s’innamorò di un bell’italiano laureando in Giurisprudenza, moro e occhioni neri, durante un viaggio di studio a Roma.
Sembrava solo un’avventura, quella tra i due. Invece 45 anni dopo quello scambio di sguardi in piazza Navona, due figli (mio fratello Adam e io) e le varie prove della vita, sono ancora qui, insieme, che si guardano ancora come se lo facessero per la prima volta.
Mamma si trasferì a Roma senza pensarci su due volte, si sposò con il suo bel romano, diventò madre e trasformò la sua amata Inghilterra nel nostro posto del cuore, quello in cui trascorrevamo le vacanze, nel cottage di Elizabeth, appunto. Proprio quello ritratto nella Polaroid che mi trovavo tra le mani quel pomeriggio.
Tirai su con il naso, con il dorso della mano asciugai le lacrime e la guardai meglio. “Summer 1995”, aveva scritto Elizabeth con un pennarello indelebile nero in un angolino in basso.
Io avevo nove anni all’epoca (Adam 11), invece Elizabeth andava per i 70, eppure, a guardarla, nessuno ci avrebbe scommesso. Perché Elizabeth non era la tipica nonna, capelli bianchi, grembiule e catenella per gli occhiali al collo, tutta vizi e coccole.
Non era niente di tutto questo.
Elizabeth era uno spirito libero, amante della bellezza, della natura e della libertà personale, una donna bellissima con un fisico asciutto e gli occhi grandi e blu come il mare della Cornovaglia in inverno, che cuciva i vestiti da sé copiando i modelli dalle riviste di moda.
Caotiche ed estrose, le stanze del suo cottage, a ogni nostra visita, erano un caos di tele, tempere, calchi, pennelli e stoffe.
Dipingeva, Elizabeth, guidata da un istinto quasi animalesco che veniva fuori nelle pennellate a volte lineari, altre volte disordinate, ma sempre bellissime.
«Quando ti deciderai a proporre i tuoi lavori a qualche mostra, mamma?» le ripeteva sempre mia madre, ma Elizabeth, foulard amaranto e verde tra i capelli e le mani imbrattate di pittura, alzava le spalle e diceva, con quel suo accento british impeccabile: «Tesoro, io dipingo per me stessa e per nessun altro».
Con me e Adam era affettuosa in un modo quasi eccentrico, oserei dire. Era severamente vietato chiamarla nonna. Lei, per noi, era semplicemente Elizabeth.
«Ho già uno specchio a ricordarmi il tempo che passa, bambini cari. Toglietevi dalla bocca quel “nonnina” e piantatela con queste smancerie da deboli» ci raccomandava, mentre distillava lezioni di vita che per lei erano d’imprescindibile importanza.
Come quella volta in cui costrinse mio fratello a buttarsi da un albero sul quale si era arrampicato per gioco, senza provare minimamente a dargli una mano, per poi dirgli: «Solo sfidando la sorte capiamo davvero quali sono i nostri limiti».
O come quando mi capitava di lamentarmi con lei dei dolori mestruali e lei mi guardava, faceva di no con la testa e mi diceva: «Debora, cara! Questo è niente in confronto a tutte le rogne che la vita ti metterà davanti! Sopporta in silenzio e non turbare la quiete altrui».
Trovatela un’altra nonna così!
Quando Elizabeth morì, avevo da poco iniziato a lavorare nello studio notarile di famiglia, con Adam e papà.
«Ma davvero vuoi perdere il sonno e la vista su quei noiosissimi libroni, in mezzo a mille scartoffie indigeste? Dovresti vivere di passione, Debora cara, non di noia!» mi diceva Elizabeth al telefono, durante il mio tirocinio.
La vita, per lei, non contemplava il sacrificio.
Tutto era bellezza, tutto era armonia, tutto era libertà, tutto era luce.
«E cosa dovrei fare, sentiamo…» la provocavo.
«Per cominciare, viaggiare per il mondo e divertirti. Guarda che quelle tette e quel culo non li avrai per tutta la vita! È nello studio di tuo padre che vuoi seppellirti? Non ce l’hai un sogno più… come dire… più originale, più sensuale, più… più vivo?».
«No, nonnina. Mi va bene così» le rispondevo ridendo, per stuzzicarla.
«Che spreco!» sbuffava. «Nonnina un corno!».
E, puntualmente, riattaccava, senza salutare.
Se ne andò mentre dipingeva, accasciandosi tra i suoi colori. Una degna uscita di scena per una che aveva fatto della sua vita un’opera d’arte.
«Nonna, nonna…» sospirai, accarezzando delicatamente la foto.
Non l’avevo mai chiamata così. Nonna
Quel nome comune che Elizabeth tanto detestava fu come una scarica elettrica.
Fuga in Inghilterra: il ritorno al cottage di Stow-on-the-Wold
Mi alzai, facendo cadere per terra l’album. Le foto si sparpagliarono sul tappeto, ma non me ne curai.
Corsi su, verso la cabina armadio, tirai fuori la mia valigia più grande, la gettai sul letto e cominciai a riempirla di cose prese alla rinfusa e senza una connessione logica: sciarpe, calze, abiti, un bikini, cappelli, maglioni, jeans, shorts, trucchi e profumi…
Lasciai la valigia là dov’era, aperta e disordinata sul letto, presi il cellulare e mi stesi lì accanto. Chiamai mio fratello Adam, che non rispose. Allora lasciai un messaggio in segreteria: «Ho bisogno di un lungo periodo di ferie» dissi.
«Di’ a papà che per un po’ non mi farò viva».
Riattaccai, tirai un grande, gigantesco sospiro di sollievo e, per la prima volta dopo troppo tempo, mi ritrovai a sorridere.
Stow-on-the-Wold, il paese di Elizabeth, mi accolse con una leggerissima pioggerellina e un timido sole nascosto tra le nuvole.
Il cottage, poco distante dal centro, in pietra color burro, con i tetti spioventi, le finestre bianche in stile inglese e il giardino tutto intorno, era tale e quale a quando l’avevo visto l’ultima volta, circa tre anni prima, durante un fine settimana improvvisato con Luca e passato interamente a letto, senza mettere neanche per un attimo il naso fuori.
Cacciai fuori il suo ricordo come fosse un insetto fastidioso e mi avvicinai tirandomi dietro il trolley.
Era la metà di giugno, otto settimane erano passate dalla fine del mio matrimonio. Ancora Luca mi bruciava dentro, stavo male per lui e per quello che mi aveva fatto, ma non avevo preso un aereo last minute e messo in pausa il mio lavoro allo studio notarile per compiangermi.
Ero in Inghilterra, il Paese di mia madre e di mia nonna, nel mio posto del cuore: sarei entrata nel cottage lasciando fuori Luca, riccioli d’oro, il bambino in arrivo e tutto il dolore che quel tradimento mi stava causando.
Mi schiarii la gola, infilai la chiave nella serratura e aprii la porta. Lasciai il trolley all’ingresso ed entrai.
Il salotto dalle pareti color salvia, la moquette chiara, le tende colorate, il caminetto bianco e il divanetto di velluto rosso, la cucina bianca e gialla con le sedie spaiate e ciascuna di un colore diverso, il frigorifero blu, l’orologio a cucù, le lampade Liberty…
Non era cambiato nulla, in quella casa.
L’odore di Elizabeth, il suo spirito e la sua presenza quasi si toccavano. Elizabeth era ancora tra quelle stanze.
Entrai nella piccola dispensa, un incavo profondo e buio ricavato in un angolo della cucina in cui Elizabeth aveva inchiodato delle massicce mensole di legno che lei stessa aveva verniciato di fucsia, arancione e viola.
Era il mio posto della casa preferito. Lì dentro, Elizabeth teneva di tutto: dalle tele bianche alle brioche alla vaniglia, dalle conserve alle riviste di moda. Il tempo e la morte e l’assenza, però, ora si erano presi tutto.
Restavano solo qualche straccio, vecchi pennelli induriti, collane da riparare e vecchi libri.
Fu sbirciando tra questi che trovai il vecchio ricettario di nonna.
Lo tirai fuori e lo sfogliai. Le pagine erano ingiallite, la scrittura leggermente sbiadita ma ancora ben leggibile. Le sfogliai lentamente. Su di esse, per tanti anni, Elizabeth aveva annotato con la sua grafia elegante e piena di ghirigori le ricette della tradizione dolciaria inglese.
Amava i dolci e ancor di più prepararli.
«Debora cara» mi diceva sempre, «ricorda che nella vita non c’è niente che non si possa curare con del buon rum e un pizzico di cannella. Nulla che un bel dolce non possa aggiustare».
Non c’era dolce che non sapesse preparare.
Solo in quelle occasioni metteva su un grembiule. Mica uno a fiorellini. Eh, no! Anche quelli Elizabeth se li cuciva da sé e non era raro vederle addosso una roba in stile Andy Warhol.
Poi stipava il tavolo rotondo della cucina di farina, bacche di vaniglia, spezie, glassa e ciotole su ciotole. Impastava, frullava, spezzettava, amalgamava e infornava, mentre un jazz suonava alla radio e dalla finestra a ghigliottina entrava prepotente l’odore delle sue magnifiche rose gialle del giardino sul retro.
«Mettiti qui, accanto a me, e impara» mi diceva indicandomi una delle sedie spaiate e colorate. Io la raggiungevo e la osservavo mentre preparava i suoi dolci canticchiando e ancheggiando a ritmo di musica. Io le porgevo ora lo zucchero, ora una forchetta, dosavo secondo i suoi ordini gli ingredienti e assistevo alla magia di veder trasformare un impasto soffice in qualcosa di assolutamente irresistibile. Era davvero brava, Elizabeth.
Il ricettario segreto: guarire il dolore con rum e cannella
Scones, Victoria Sponge, Carrot Cake, Crumble e tanto, tanto altro veniva fuori dalle sue mani sottili e creative. Il cottage si riempiva di odori e io assorbivo tutto, ovvero quel “qualcosa di davvero grande” che un giorno mi avrebbe salvata.
Ma questo ai tempi non potevo ancor saperlo.
Con il ricettario stretto al petto, lasciai il piano di sotto e salii sopra. La camera da letto di nonna, quella con le pareti blu, la moquette rosa e i mobili presi qua e là nei vari mercatini vintage, odorava un po’ di muffa.
Aprii la finestra e lasciai che l’odore della pioggia entrasse dentro.
C’erano i suoi bracciali, sulla piccola scrivania, i suoi trucchi.
Mamma era stata perentoria, alla sua morte: niente fu toccato, venduto né buttato via.
Da quando nonna se n’era andata si occupava lei del mantenimento del cottage, pagando un giardiniere e una donna di fiducia per le pulizie due volte l’anno. In un angolo della stanza, vidi le sue tele poggiate contro il muro.
Quelle che doveva ancora perfezionare.
Quelle che stava per ultimare.
E quelle bianche, che mai più avrebbe dipinto.Una fitta di nostalgia mi colpì dritta allo stomaco.
Mi mancava Luca.
Mi mancava la nostra vita insieme.
E, soprattutto, mi mancava la Debora che ero quando stavo con lui.
«Debora cara, non sarai mica arrivata fin qui per deprimerti».
Mi sembrò quasi di vederla, mia nonna. Mani sui fianchi sottili, un foulard multicolore al collo, le unghie laccate di rosso, la testa piegata da un lato e le sopracciglia alzate.Sospirai.
«Tutto è andato a rotoli nella mia vita, Elizabeth» dissi alle stanze vuote.
Un fruscio di vento fece sollevare i foulard di nonna che mia madre aveva voluto restassero appesi su un vecchio appendiabiti, come per anni aveva fatto Elizabeth.
«Debora cara, nella vita non c’è niente che non si possa curare con del buon rum e un pizzico di cannella, nulla che un bel dolce non possa aggiustare…» mi parve di sentire sussurrare al vento.
Allora, presi uno dei foulard, rosso con grandi pois blu, che niente c’azzeccava con il blazer marrone che indossavo, lo avvolsi attorno al collo, scesi giù, aprii la porta.
E finalmente uscii.
Sono silenziose, accoglienti e protettive, le Cotswolds, quella zona collinare dell’Inghilterra meridionale a nord ovest di Londra.
I villaggi che si susseguono uno dopo l’altro, molto simili tra loro, emanano un non so che di magico con le loro stradine in pietra, i cottage dalle facciate color miele, i negozietti, le chiese e gli scorci da togliere il fiato.
Stow-on-the-Wold è così: incanta e protegge, riscalda e rianima. Percorsi le sue stradine con la sicurezza di chi le conosce a menadito, scendendo lungo Market Square, diretta alla bottega di Mrs Amy, dove nonna faceva sempre la sua spesa settimanale, un edificio in pietra dall’intonaco bianco e il tetto in pietra.
Fu un brutto colpo trovare la bottega chiusa.
Mi avvicinai e quello che vidi fu solo un locale buio e polveroso, vuoto e spento.
«Che ne è stato della bottega di Mrs Amy?» chiesi a un impiegato della biblioteca accanto, intento a smistare delle carte. Quello alzò lo sguardo e mi guardò da sopra gli occhiali.
«Da quando la proprietaria è morta, lo scorso anno, è in vendita. Un’agenzia si sta occupando della faccenda, è forse interessata?».
«Interessata io? Be’, no… grazie…» balbettai.
Era così simpatica, Mrs Amy.
“Peccato!” pensai, facendo spallucce e scendendo lungo la via alla ricerca di un’altra bottega, decisa a non lasciarmi abbattere da quella triste notizia.
La pioggia aveva smesso di cadere e un debole raggio di sole provava testardo a infilarsi tra le nuvole.
Con le buste della spesa tra le mani, tornai al cottage e preparai il dolce che più di tutti amava preparare Elizabeth, il suo preferito, la Bunbury Cake, cioè tortine di pasta sfoglia con un delizioso ripieno fruttato, speziate alla cannella, addolcite dal rum e leggermente spolverate con zucchero a velo. Il rum e la cannella, i due ingredienti per eccellenza, secondo Elizabeth.
Una vera squisitezza!
Quella stessa sera, accovacciata sul divano davanti alla tivù accesa, con la casetta che odorava di zucchero e fragole, il piattino sul tavolino con gli ultimi Scones rimasti, mi sentii dopo tanto tempo di nuovo felice.
Trascorsi un mese intero nel cottage di Elizabeth a Stow-on-the-Wold.
In quel mese, mi concessi il lusso di volermi bene, di coccolarmi con i dolci che di tanto in tanto preparavo, stringendo piccole amicizie con i vicini da casa, entusiasti di avermi con loro per tutte le torte e i pasticcini che offrivo con generosità.
La separazione faceva ancora male, ma non più come prima.
Luca non mi mancava più.
L’idea che stesse per diventare padre non mi feriva più.Saperlo con un’altra donna non mi toglieva più il sonno. Forse la nonna aveva ragione.Forse davvero non c’era nulla nella vita che un buon dolce non riuscisse a curare.
«Dovrebbe aprire una pasticceria, signorina» mi disse uno dei vicini di cottage, un vecchietto ingobbito, con il bastone e il papillon sempre ben annodato. «I suoi dolci sono eccezionali».
Accarezzai quell’idea, ma solo per poco.
La mia vita era un’altra.
Ero un notaio, il mio posto era dietro la scrivania nello studio notarile di famiglia. I pasticcini erano solo un passatempo. Almeno, questo ripetevo a me stessa.
Poi, la notte prima del mio ritorno a Roma, feci uno strano sogno.
Sognai Elizabeth. Era nel mio studio notarile, seduta sul tappeto, e strappava tutti i miei libri.
«Elizabeth, ma cosa stai facendo?» le urlai.
Lei mi guardò. Indossava lo stesso foulard rosso a pois blu che avevo messo al mio arrivo al cottage.
«Debora cara, proprio ora che hai finalmente trovato la via per essere felice?» mi disse.
Poi scomparve.
Al suo posto, tra i miei libri strappati, trovai il suo ricettario.
Mi svegliai con il cuore che martellava nel petto.
Mi misi a sedere sul letto, respirando lentamente.
La luna illuminava la stanza di traverso, con un fascio bianco e polveroso dritto a colpire la morbida moquette del pavimento.
Quando il mio respiro si fece più regolare, mi sdraiai sulla schiena e poggiai la testa sul cuscino.
Dalla finestra aperta per metà giunse un soffio di vento, insieme all’odore delle rose, che era anche quello di Elizabeth.
Che cosa devo fare, nonna?
chiesi al vento. Il vento mi accarezzò il viso.Poi, chiusi gli occhi e mi addormentai.
Da notaio a pasticcera: la nascita di “Cinnamon & Rum” nelle Cotswolds
Sono passati tre anni da quella notte.
Accanto alla libreria comunale di Stow-on-the-Wold, dove un tempo c’era la bottega di Mrs Amy, adesso c’è Cinnamon&Rum, la mia pasticceria.
Ha la facciata color vaniglia, le inglesine bianche e le tegole del tetto rosse. Dentro, alle pareti, le tele di Elizabeth regalano vivacità e colore al locale.
È pieno dell’anima di nonna, questo posto.
Così l’ho sognato, così l’ho desiderato, così ho voluto che fosse: colorato, eccentrico, rumoroso, accogliente, vivo. Come un tempo era stata lei.
A Stow-on- the-Wold, dove ha vissuto Elizabeth, dove andavo per le vacanze, dove mi sono rifugiata per curare il mio dolore, ho ricominciato da capo. Pezzo dopo pezzo, ho rimesso insieme la mia vita reinventandomi, accogliendo i miei difetti e i miei limiti, aggiustando le mie fratture, concedendomi il giusto tempo.
Ma la vera guarigione, il momento in cui ho davvero capito che una nuova Debora era appena nata, fu quando fui in grado di perdonare Luca. Il suo tradimento. Quel bambino mancato e quello poi nato. Le sue bugie. L’aver preferito un’altra donna a me.
Ho lasciato che tutto questo livore e dolore andassero via piano piano, come una vecchia pelle che si scrosta e se ne va per lasciare spazio a quella nuova. E quando nulla di tutto ciò pesò più sulla mia anima, arrivò per me la salvezza. Perché il perdono è un regalo che facciamo soprattutto a noi stessi.
Sono dietro al bancone della mia pasticceria, oggi sulle Cotswolds splende il sole. Gruppi di turisti, qualche vecchietta e una famiglia con dei bambini riempiono i tavolini in ferro battuto con le sedie spaiate, ciascuna di un colore diverso. La campanellina posta sulla porta tintinna, alzo lo sguardo dal piattino che tengo tra le mani e che sto riempiendo con una porzione di Sticky Toffee Pudding, quando vedo arrivare James.
Mi saluta, lo saluto, sperando che non si accorga delle mie guance in fiamme. Succede sempre quando di mezzo c’è James, l’architetto che ho assunto per il progetto della pasticceria e che da un po’ di tempo è qualcosa di più. Servo la Sticky Toffee al mio cliente, lo sguardo di James ancora addosso a me. Mi sorride, gli sorrido.
Forse, è amore.
Se non lo sarà, ho un bancone pieno di dolci pronti a consolarmi.Del resto, non c’è nulla che un buon rum e un pizzico di cannella non possano guarire…
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