Oggi ha una parlantina spettacolare ma, da piccola, balbettava un pochino. Immaginiamo che il lavoro di attrice per Giovanna Sannino sia stato un toccasana anche nell’acquisire sempre più consapevolezza di sé. Napoletana doc e «terribilmente curiosa», al grande pubblico si è fatta conoscere nei panni di Carmela nella celebre serie Mare fuori.
A maggio scriveva così in un post su Instagram: «L’altra sera ho avuto tutto il materiale e per un’ora non sono riuscita ad aprire quei file per paura di vedere qualcosa che non mi corrispondesse, che non rispettasse quelle emozioni provate a ogni ciak, poi, un respiro profondo e giù tutto d’un fiato. Non sono riuscita a dormire, non era insoddisfazione, ma orgoglio, non per me, per tutti noi, tutta la squadra. Sarò mielosa, ma in un momento così complesso per il cinema, riuscire a creare un piccolo ecosistema di persone che amano e donano non è qualcosa da dare per scontato. È un “nonostante” il momento, le difficoltà, nonostante la precarietà, l’ansia di dover combattere contro l’invisibilità, noi abbiamo fatto Arte e questa non cura solo l’anima, ma crea circolarità e movimento».
Parole che raccontano bene il suo modo di vivere questo mestiere. Ed è proprio da Oltre la radice, il cortometraggio che ha scritto, diretto e interpretato e che sarà presente oggi al BCT – Festival Nazionale del Cinema e della Televisione Città di Benevento, che parte la nostra chiacchierata. Ambientato nella periferia nord di Napoli, segue il percorso di tre fratelli costretti a lavorare in un cimitero per aiutare la famiglia: una storia di crescita, radici e possibilità di riscatto. Ma è anche il punto di partenza per parlare di famiglia, teatro, sogni e di tutto quello che ancora non conosciamo di lei.
Cosa ti ha ispirata?
«È una storia che mi è stata raccontata da più voci: i tre protagonisti sono in rappresentanza dei sei fratelli di mio padre. Tutto ciò che accade nel cimitero nasce dai racconti di papà e dei miei zii. Ho sentito il desiderio di trasformarla prima in una sceneggiatura e poi in un corto perché volevo raccontare una gavetta intesa come percorso di risalita. Se quei ragazzi fossero rimasti fermi dov’erano, la vita se li sarebbe mangiati. Invece, grazie alla loro tempra, hanno fatto esattamente il contrario. Io non conosco la pazienza e, ogni tanto, ho bisogno di storie che mi ricordino il valore del tempo, delle cadute e dei sacrifici. In fondo questo corto è nato anche per dire a me stessa: “Giovanna, datti tempo”. E, guardando alla mia generazione, mi piaceva l’idea di raccontare la voglia di costruirsi un futuro».
Uno dei personaggi più interessanti è proprio il padre, che a poco a poco cambia sguardo su Sofia.
«È un uomo che non parla molto e che sta scomodo in quest’epoca perché si presenta come un padre padrone, che non concede nulla alla figlia semplicemente perché è donna. A un tratto però si rende conto che non può governare i figli e li lascia un po’ andare perché stanno costruendo qualcosa di bello. Mio nonno era un uomo che non si perdeva in abbracci, dolcezze; papà è esattamente l’opposto per cui ho voluto unire queste due figure, immaginando un uomo che, a un certo punto, si incrina e mette in discussione il proprio modo di essere padre».
Nel corto si sente tutto l’amore per Eduardo De Filippo e non solo.
«Eduardo De Filippo per me è l’archetipo da cui partire quando si racconta Napoli: nessuno come lui ha saputo indagare la famiglia, nelle sue luci e nelle sue ombre. Ma ho immaginato anche Daniela di È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino».
Nel corto si parla di morte vera e propria ma c’è anche l’idea metaforica di tomba in casa.
«Con la direttrice della fotografia, Francesca Amitrano, volevo che la casa sembrasse un loculo. Se i tre non avessero varcato la porta sarebbero rimasti incastrati nelle dinamiche familiari. Oggi probabilmente nessun ragazzo lavorerebbe al cimitero, perché sembra che abbia senso solo aspettare il grande lavoro, mentre tutto il resto viene considerato un ripiego. A Napoli il rapporto con la morte ha una dimensione quasi pagana ed è un immaginario che mi affascina da sempre».
Che rapporto hai con la morte?
«Molto diretto. Mi affascinano tutte quelle credenze che la studiano e tendo a non escluderne nessuna, come se fossero voci diverse di un’unica verità. Dal punto di vista personale sono molto epicurea: se moriamo non ci siamo quindi perché spaventarsi? Ti racconto, però, una cosa: la casa che si vede nel corto è quella di nonna, in cui io non entravo da quando se n’è andata. La prima volta in cui ci sono andata avevo l’ansia perché è stato il primo lutto che ho vissuto da grande, in maniera consapevole. Non ho avuto un grandissimo rapporto con lei quando era in vita e questa cosa me la sono portata dentro anche dopo la sua morte. L’ho sognata costantemente, come se chissà fosse rimasto in quella casa. Oggi capisco quanto un luogo possa influenzare un lavoro, con le sue vibrazioni. Forse, in qualche modo, così abbiamo pareggiato i conti».
In un cameo c’è anche tuo padre.
«È il testimone di questa storia e anche l’attore più complicato con cui lavorare».
Una sorta di ribaltamento di ruoli visto che hai iniziato con lui e tua madre, già a tre anni sul palco.
«Quegli spettacoli li ricordo come la palestra più dura. Mi muovevo tantissimo e, visto che le mie braccia penzolavano in continuazione avanti e indietro, papà mi faceva fare le prove tenendo le buste per tanto tempo così da farmi restare ferma».
Hai anche insegnato teatro nel carcere minorile a Nisida. L’arte può cambiare?
«Secondo me no. Credo nell’arte-terapia, però è come quando si va dallo psicologo, dipende tutto dalla predisposizione che la persona ha nel mettersi in gioco. Ho fatto un bel laboratorio con i ragazzi detenuti, all’inizio non salutavano ma poi con il teatro si è creato un bellissimo dialogo. Il problema però era che io me ne andavo e loro restavano lì. L’arte può aiutare, ma non basta se non è accompagnata da un lavoro fatto con le istituzioni».
Ti è capitato di parlare con loro di Mare fuori?
«Sì, però non si rivedono nei prodotti che raccontano la criminalità: si sentono un po’ cavie da laboratorio, come se fossero sempre osservati da chi va lì. D’altro canto è importante aprire uno sguardo su queste realtà. Nelle prime stagioni di Mare fuori si erano riconosciuti di più, non a caso avevano anche dato più fastidio: gli sceneggiatori avevano messo nero su bianco ciò che avevano visto, in modo meno romanzato. Oggi però i ragazzi, le dinamiche e i reati sono cambiati, e per raccontarli bisogna prima di tutto dar loro voce».
Hai detto che Mare fuori ti ha cambiato la vita.
«Credo che mi renderò conto di tutto quello che è successo tra 5 o 6 anni, se non di più. Lavorare a questa serie è stato sicuramente un percorso di crescita. Oggi però sono anche spaventata da quello che può venire dopo Mare fuori, perché sento ancora addosso un’etichetta che non mi appartiene. Quando sono su altri set, non si perde mai l’occasione per ricordarmelo, come se fosse qualcosa di sbagliato. Il pubblico mi chiama Giovanna, mentre l’etichetta arriva più spesso dagli addetti ai lavori. Sono comunque pronta ad accogliere quello che verrà, con apertura e con la consapevolezza che sarà un mondo completamente nuovo».
Non è facile rompere certi schemi.
«Secondo me il salto si avrà con il film di Paolo Coletta, Interno familiare (prossimamente in uscita), in cui canto e interpreto un personaggio brillante. Mi sono divertita come una pazza! E dal primo fotogramma, grazie anche ai costumi, si percepisce un’immagine diversa di me».
Anche in quel caso si parla di famiglia.
«Sì claustrofobica, all’antica stile anni ’50 e Paolo ha sovvertito i ruoli con gli uomini che hanno molto poco potere e tutte le donne di questa casa hanno una forte personalità».
Ciò che mi stupisce di te è che hai 26 anni ma trasmetti una grande maturità.
«La mia maestra delle elementari diceva che ero una filosofa. Sono cresciuta molto con mia nonna materna, che era una donna molto riflessiva. Le cose che accadono nella vita ti affinano, ma in fondo sono sempre stata una “pesantona”, anche da piccola».
Hai deciso di aderire a Una Nessuna e Centomila e con te il tuo compagno, l’attore Gaetano Migliaccio. Come mai hai scelto di farlo?
«Ho voluto sposare la fondazione perché, come donna, ho incontrato i miei “mostri”. Ho scelto di farne parte anche come persona che, in un battito di ciglia, si è trovata in situazioni con uomini sbagliati, che non conoscevano il significato dell’amore e della delicatezza, fin quando ho incontrato Gaetano, che è l’uomo gentile della mia vita. Avrà tanti difetti, come tutti, ma di una cosa sono certa: è gentile e delicato. Quando gli ho detto che avrei voluto far parte di questa fondazione, ha deciso spontaneamente di esserci anche lui, riflettendo sul fatto di aver potuto sbagliare qualcosa in passato. Da uomo, il suo pensiero è che, un giorno, quando diventerà padre, vorrà capire come educare suo figlio, perché spesso diamo per scontate molte cose. La lotta si fa con gli uomini, non contro di loro».
Giovanna, a proposito di ciò che dicevi sul sistema: cosa vorresti che arrivasse di te che non è stato ancora colto?
«Non è semplice rispondere a questo perché penso che le persone ancora non mi conoscano bene. Non è da tantissimo che faccio questo mestiere, ma credo che al pubblico sia arrivata tutta la mia essenza. Penso invece che siano gli addetti ai lavori a non avermi ancora davvero compresa».
Due sono le strade: combattere o lasciar correre.
«Non lascio più correre perché sto cercando di darmi un valore prima di tutto ai miei occhi e di tutelare la mia dignità il più possibile. Non voglio che venga scambiata per presunzione, ma so bene cosa posso offrire quando faccio parte di un progetto: amo questo lavoro, l’ho scelto. Per questo sono disposta a scendere a compromessi, ma non ad abbassare più la testa».
Siamo in estate, ci salutiamo con cosa associ tu a questa stagione?
«L’odore della pelle cambia. Mi piace annusare il mio polso, al sole: ecco quando sento quel cambiamento capisco che è arrivata l’estate».
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