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«Mia figlia sta male, mi presti 20 euro?»

Un uomo mi venne incontro. Non sembrava avere cattive intenzioni. Era tranquillo. Lo preciso perché il motivo per cui mi fermò sembrava tutt’altro che tranquillo

Una giovane uomo sotto casa.
CREDITS: Pexels Masudriguez

Ero appena uscito da casa con il sapore di un bacio della mia compagna ancora sulle labbra. Volevo sgranchirmi un po’ le gambe e portare a passeggio le idee. Neanche il tempo di girare l’angolo ed ecco che un uomo mi venne incontro.

Non sembrava avere cattive intenzioni. Aveva un aspetto curato ed era tranquillo. Lo preciso solo perché il motivo per cui mi fermò mi sembrò tutt’altro che tranquillo. Nei suoi panni, sarei stato nella disperazione più completa.

L’incontro con Kaleb: la richiesta d’aiuto per la figlia

«Scusami» mi disse. «Ho bisogno di aiuto». Lo guardai senza capire. Lui non perse tempo.

«Mia figlia di quattro anni ha avuto un attacco d’asma. Ha bisogno di una soluzione per l’aerosol, ma sono uscito di corsa da casa senza borsello».

«Dov’è la tua bambina?».

«È a casa con mia moglie» rispose. «Abitiamo di là» m’indicò un punto non ben definito del quartiere.

«Se vuoi ti ci porto» mi disse poi, non so perché (probabilmente avevo fatto una faccia stranita).

«Dove mi vuoi portare?».

«A vedere mia figlia che sta male, se non ci credi».

«Non ho detto che non ci credo» risposi, sulla difensiva.

«Non si sa mai, lo capisco, ci sono tanti malintenzionati in giro» si giustificò lui. «Ma mia figlia sta veramente male. Tornerei indietro a prendere il borsello, ma ci metterei troppo e in farmacia non fanno credito, purtroppo. Mi dispiace essere arrivato così, come il primo sbandato che chiede soldi, ma per favore mi potresti prestare 20 euro? Poi te li restituisco, giuro!».

Avrei voluto chiedere come avrebbe poi fatto a restituirmi i soldi, ma se c’era veramente una bambina di quattro anni con un attacco d’asma in corso non c’era tempo da perdere.

Non ho contanti

dissi. «Ma posso pagarti con la carta la soluzione per l’aerosol in farmacia».

Mi ringraziò, sempre ostentando una calma che era perlomeno sospetta, o da invidiare, data l’emergenza in cui si trovava.

«Mi chiamo Kaleb» mi disse mentre ci stavamo dirigendo a passo spedito verso la prima farmacia utile.

«Piacere, Nicola».

Arrivati al negozio, però, mi prese il sospetto che Kaleb non me la raccontasse giusta.

«In questa farmacia non hanno la soluzione che serve a mia figlia» disse.

Come lo sai?

feci perplesso.

«Ci sono stato prima. Devono ordinarla, ma arriva solo nel pomeriggio» rispose pronto.

«Ma quando ci siamo incontrati non eri appena uscito da casa?» lo misi alle strette.

«Stavo tornando da me a prendere il borsello, ma poi ho incontrato te e ho pensato di chiederti aiuto…».

Qualcosa non mi tornava, ma evitai di ribattere.

«Non conosco altre farmacie qui nei paraggi» dissi, quasi più in ansia di lui.

«Questo farmacista mi ha detto che posso trovare la soluzione che mi serve in un altro posto non troppo lontano da qua».

Va bene, andiamo.

Solo quando stavamo camminando da più di dieci minuti, chiesi a Kaleb: «Ma lo sai dove si trova questa farmacia?».

Kaleb disse che mancava ancora un po’. Poi aggiunse: «Se non hai tempo, qui vicino c’è un bancomat, dove puoi prelevare i 20 euro. Poi, vado io in farmacia. Sei stato anche troppo gentile e non voglio farti perdere tempo…».

L’idea di andare a prelevare non mi convinceva. Avrei voluto pagare la soluzione per l’aerosol personalmente, solo in questo modo mi sarei tolto dalla testa ogni dubbio sulla veridicità della sua storia. Kaleb però non mi lasciava il tempo di ragionare.

«Lo sportello è proprio qui dietro. Vieni, ti faccio vedere, non voglio farti perdere altro tempo».

C’era solo un modo per capire se Kaleb stesse cercando di fregarmi: fargli perdere tempo. Se esisteva davvero una bambina da aiutare, ogni minuto era prezioso.

«Ascolta» gli dissi. «Facciamo prima a tornare indietro, dovrei avere dei contanti in casa. Poi ci vai da solo a trovare questa farmacia, va bene?».

«Va bene» disse lui sempre più calmo e, in quel momento, capii che il mondo era solo una guerra continua, in cui stare sempre all’erta e trovare il modo di sopravvivere a ogni costo.

Kaleb si preoccupava di non farmi perdere tempo ma lui, però, non si preoccupava di perderne, nonostanteuna figlia piccola che stava male.

Era interessato solo a quella banconota.

Dopo, mentre ci dirigevamo verso casa, Kaleb non si accorse del mio cambio di umore, ma io stavo ragionando su una possibile soluzione per sfuggire alla sua finta richiesta di aiuto. Lui, invece, sembrava ancora più calmo. Mi chiese che lavoro facessi e mi disse che era un muratore: lavorava tanto e guadagnava poco, ma un giorno sperava di riuscire ad avere un’impresa di costruzioni tutta sua.

«Io invece scrivo storie» dissi. «Libri».

Kaleb fece una faccia sorpresa: «Sei famoso?».

«Non direi» ammisi. «Alla gente non piacciono le tue storie?».«Alla gente non interessano quasi mai le storie» spiegai. «Vuole solo capire, ascoltando le tue parole, se sei una persona di cui si possa fidare oppure no».

Kaleb ragionò attentamente su ciò che avevo detto ma non sembrò cogliere l’allusione che gli avevo appena lanciato.

Arrivati davanti a casa, mi fermai e lo guardai dritto in faccia: «Aspetta qui» gli dissi. «Vado a prendere i soldi e te li porto».

Lui mi guardò: «Veramente?» mi chiese, come se non ci credesse neanche lui.

Mi posso fidare?

aggiunse, rigirandomi contro la mia allusione di poco prima.

Pensai che fosse proprio sfacciato, oltre che un subdolo manipolatore, ma gli risposi: «Sì, aspetta qui, torno subito».

Entrato in casa, la mia compagna mi disse: «Già di ritorno? Hai fatto presto».

Le spiegai quello che era appena successo, lei allora si affacciò dalla finestra e vide Kaleb in attesa, fuori dal cancello.

«Mmm» ragionò. «Secondo me ti ha fregato. Gira sempre più gente che gioca sulla sensibilità altrui per spillare soldi. E comunque potevi anche evitare di portare uno sconosciuto fuori casa nostra».

Mi toccò ammettere che aveva ragione, però non volevo ammettere a me stesso che una persona avesse usato la salute di una bambina solo per accaparrarsi 20 euro.

Truffa o emergenza reale? Il dubbio e la scelta

«Cosa fai?» mi disse la mia compagna quando mi vide con i soldi in mano. «Vuoi darglieli sul serio? Non uscire. Prima o poi, quando capirà che gli è andata male, se ne andrà».

«E se sua figlia stesse davvero male?».

«Non c’è nessuna bambina» mi disse la mia compagna per riportarmi alla misera realtà delle cose.

Fra la diffidenza e la fiducia nell’essere umano, scelsi la fiducia, nonostante i borbottii della mia compagna.Uscii di casa e misi nella mano di Kaleb la banconota.

Grazie

mi disse. «Giuro che te li riporto».

Poi abbandonò quella sua aura calma e iniziò a correre. Sperai che arrivasse il prima possibile in farmacia e, di conseguenza, da sua figlia, ma qualcosa dentro di me mi diceva che voleva solo allontanare il più possibile quella banconota da me.

«Ti senti meglio?» mi chiese la mia compagna appena rientrai in casa.

«Sì» dissi, anche se durante tutta la giornata la sensazione di essere stato ingenuo, oltre che vittima di una truffa, si stava impossessando di me. Mi trascinai fin sul cuscino quel senso di sfiducia generale non solo nel mondo, ma anche nei miei confronti: mi ero fatto fregare come un pivello.

Il colpo di scena: cosa è successo il giorno dopo

La mattina dopo, la mia compagna mi svegliò chiamandomi ripetutamente dal soggiorno, come se ci fosse una qualche emergenza da risolvere.

«Che cosa succede?» chiesi, ancora mezzo addormentato.

Lei era in piedi, ferma davanti alla finestra. Indicò fuori.

Mi affacciai. Kaleb era al cancello. Mi precipitai giù, mettendomi addosso la prima cosa che trovai.

«Cosa ci fai qui?» gli dissi stupito di ritrovarmelo di nuovo davanti agli occhi.

«Mia figlia sta bene, ora» mi informò. Sorrideva sereno.

Solo dopo tirò fuori dalla tasca una banconota da 20 euro.

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