Se i quiz della patente fossero una disciplina olimpica avrei una medaglia d’oro appesa al collo. Ho superato l’esame teorico con zero errori. Una roba da geni assoluti, che ti fa guardare gli altri candidati dall’alto in basso. E infatti io sono uscita dall’aula convinta di avere in mano il passaporto definitivo per la gloria, la libertà e, soprattutto, i weekend al mare.
Dal quiz della patente alla realtà: la teoria non basta
Poi è arrivata la prima lezione pratica. E ho scoperto che sapere a memoria il significato del cartello “divieto di transito alle macchine agricole” non serve a nulla quando devi far muovere una tonnellata di lamiera. Lo Stato ti permette di superare l’esame seduta comodamente davanti a un monitor, ma poi pretende da te una coordinazione motoria degna di un chirurgo d’urgenza.
Tre pedali, due piedi. Già la matematica di base non torna. Soprattutto per me, che se provo a uscire di casa con borsa e cellulare finisce che dimentico le chiavi dentro la serratura.
Eppure eccomi qui. A 30 anni.
Tutta colpa di una promozione in ufficio. Secondo il mio capo trasferirmi nella filiale fuori città rappresenta una “splendida opportunità di crescita”. Per me è un biglietto di sola andata per l’inferno. I treni per quella zona passano con la stessa frequenza delle comete: se ne perdi uno, fai in tempo a invecchiare in stazione. Così, armata di foglio rosa e di una fiducia totalmente ingiustificata nelle mie capacità, mi presento davanti all’autoscuola.
L’incontro con l’istruttore: colpo di fulmine e primi disastri
Serena?
Alzo la testa. Davanti a me c’è una Panda bianca e, accanto alla portiera, un tipo alto, con capelli scuri, spalle larghe. E un sorriso che mi fa dimenticare che sto per mettere in moto un proiettile di metallo potenzialmente letale. Imparare a guidare non era già abbastanza traumatico, evidentemente. Devo farlo con un uomo attraente, di nome Mattia.
«Sono io» rispondo. «Immagino che tu sia l’angelo custode incaricato d’impedirmi di abbattere i pali della luce».
Lui ride. «Ottimo inizio» dice. «Di solito alla prima lezione sono tutti troppo terrorizzati per parlare».
«L’ironia è l’unica cosa che mi salva da un crollo psicologico» rido anch’io.
«Allora siamo a metà del lavoro».
Quando entro in auto vengo investita da un profumo di pulito e di spezie. Decido immediatamente d’ignorarlo. Come ignoro il fatto che Mattia abbia una voce decisamente troppo piacevole per un insegnante di guida. Ignorare la realtà è la mia specialità.
«Ho fatto zero errori alla teoria» dico, convinta che questo mi garantisca un’immunità diplomatica contro i marciapiedi.
«Ottimo» risponde lui accomodandosi sul sedile del passeggero, dove troneggia la pedaliera dei doppi comandi. «Allora la teoria la sai. Ora dobbiamo convincere le tue gambe a collaborare. Una fa una cosa, l’altra ne fa un’altra. Vedrai che impariamo la coreografia. Hai già guidato?» mi chiede mentre prende una bottiglietta d’acqua e svita il tappo per bere.
«Solo nella mia testa» rispondo senza esitazione.
E com’è andata?
«Benissimo. Non investo nessuno e parcheggio sempre al primo colpo».
«Ottimo. Peccato che il Ministero non rilasci patenti sulla base dell’universo onirico».
«Già. Un dettaglio tecnico molto limitante».
Mattia sorride, poi indica una leva metallica sotto il sedile: «Regoliamo la posizione. Devi arrivare ai pedali comodamente».
Mi piego in avanti, infilo la mano sotto il sedile e la tiro con decisione. Per un istante non succede nulla. Poi il meccanismo scatta all’improvviso come una molla impazzita, catapultando il sedile e me in avanti, contro il volante.
Nel caos il mio gomito colpisce il braccio di Mattia. La bottiglietta d’acqua che aveva in mano subisce un brusco cambio di traiettoria: il liquido decolla, esita a mezz’aria e poi si rovescia interamente sulla sua camicia.
Il silenzio che segue è assoluto. Io resto immobile contro il volante mentre lui abbassa lentamente lo sguardo sulla gigantesca chiazza scura che si allarga sul tessuto. Poi rialza gli occhi su di me. Nella sua espressione non c’è rabbia. Più che altro, noto un’incredulità divertita, che peggiora la situazione più di qualsiasi insulto.
«Non sapevo che la prima lezione includesse il battesimo dell’istruttore» dice a voce bassa.
«Scusami. Io… non volevo… La leva è scattata e…». Riesco finalmente a spingere il sedile all’indietro. Mossa dal desiderio di rimediare alla figuraccia, mi allungo dietro il mio sedile per prendere la borsa e inizio a rovistare freneticamente all’interno.
Riemergo da un mare di scontrini sbiaditi e penne senza cappuccio con un pacchetto di fazzoletti di carta aperto da chissà quando. Azzerando ogni distanza di sicurezza prendo un fazzoletto e lo piazzo sul petto di Mattia, iniziando a strofinare con foga.
È solo quando il primo velo di carta si disintegra, lasciando una serie di fastidiosi pallini bianchi appiccicati sulla maglietta, che mi rendo conto della situazione. Santo cielo. Gli sto praticamente palpeggiando il torace a meno di quattro minuti dal nostro primo incontro. E la cosa peggiore è che, sotto quel fragilissimo scudo di cellulosa, sento distintamente il calore della sua pelle e la linea definita dei suoi muscoli.
Mi fermo di colpo con la mano ancora appoggiata lì. Lui mi sta guardando con un’espressione che oscilla tra il sorpreso e il “ma sei seria?”. Poi, allontana la mia mano.
«Faccio io. È meglio».
«Direi di sì» bofonchio paonazza.
«Ti giuro che di solito sono una persona… normale».
«Non ho ancora elementi per confermare questa teoria» risponde Mattia mentre finisce di liberarsi dai pallini di carta. «Adesso passiamo alle cose serie. Gli specchietti. Regola quello centrale in modo da vedere il lunotto posteriore e usa le levette sulla portiera per quelli laterali».
Eseguo l’ordine con dita tremanti, attenta a non fare altri disastri.
Mattia annuisce. «Perfetto. Mani sul volante, posizione “nove e un quarto”. Ok, siamo pronti. Schiaccia la frizione fino in fondo, metti in prima, freccia a sinistra, controlla lo specchietto e partiamo».
In questo frangente la parola “partiamo” dovrebbe essere illegale. Significa affidare la propria vita a tre pedali e a un insieme di regole che in questo momento mi sembra scritto in aramaico.
Premo la frizione, sollevo lentamente il piede e la macchina si muove. Per un istante ho la folle illusione che possa essere semplice. Ovviamente dura pochissimo. La circonvallazione ci accoglie con una quantità di traffico che il manuale dell’autoscuola aveva deliberatamente omesso. Lì le macchinine sono blu e rosse, distanziate e tranquille.
Questa invece è la giungla.
Un furgone in doppia fila mi costringe a invadere la corsia opposta, uno scooter mi taglia la strada a destra e una signora anziana attraversa fuori dalle strisce camminando alla velocità di un bradipo.
Metti la seconda
mi ordina Mattia.
Obbedisco di scatto ma, nel panico, schiaccio la frizione dimenticando il piede sull’acceleratore. Il motore emette un ruggito straziante. I passanti sul marciapiede si voltano di scatto terrorizzati.
«Scusa! Ho ucciso il motore?» urlo, aggrappata al volante.
«Tranquilla, la Panda ha un carattere melodrammatico. Le piace urlare» dice Mattia, un po’ scherzoso e un po’ no. «Ma se molli il gas un secondo prima di cambiare, le sue corde vocali ti ringrazieranno». Fa una pausa, poi riprende: «Tra poco giriamo a destra. Ci immettiamo nella rotonda del centro commerciale. Quella grande».
Sopravvivere al traffico e alla rotonda del centro commerciale
Il cuore mi sale in gola. La rotonda del centro commerciale alle sei e mezza di lunedì. Il Triangolo delle Bermuda delle precedenze, dove vige unicamente la legge del più forte.
Sento il corpo irrigidirsi. Cerco di ricordare le regole che ho studiato, le precedenze e le frecce, ma ora mi appaiono come suggerimenti vagamente ottimistici. Ci avviciniamo.
Alla mia sinistra, un Suv nero grande come un condominio avanza minaccioso senza alcuna intenzione di rallentare. Entro nel panico. Nel tentativo disperato di salvare la pelle, pesto il freno con foga sproporzionata.
Balziamo in avanti trattenuti dalle cinture e la Panda si spegne con un sussulto violento. Fermi, proprio all’ingresso della rotonda, con il muso che sporge sulla corsia di scorrimento.
Ovviamente si scatena il finimondo: clacson, insulti. Ho la chiara sensazione di essere diventata il nemico pubblico numero uno della viabilità cittadina. Prima che possa aprire bocca, una station wagon sfreccia a un millimetro da noi urtando lo specchietto laterale sinistro, che ruota all’indietro con un colpo secco.
Mattia reagisce all’istante: «Ok, resta calma. Quel genio ci ha appena piegato lo specchietto, sono completamente cieco anche sul mio visore di controllo». Si slaccia la cintura e si allunga fisicamente sopra di me, infilando il braccio fuori dal mio finestrino per raddrizzare la calotta a mano. «Un paladino della gentilezza, non c’è che dire» borbotta tra i denti.
Il mio panico da traffico viene istantaneamente spazzato via da un panico di natura diversa. Ormonale, direi.
Mi ritrovo intrappolata sotto il corpo di Mattia. La vicinanza è totale. Sento il calore del suo torace e la t-shirt ancora umida per colpa del mio disastro con l’acqua. Il suo profumo speziato mi riempie i polmoni, smetto improvvisamente di respirare.
Tutto quello a cui riesco a pensare è che, se la mia prima lezione di guida doveva trasformarsi in un abbraccio forzato con un uomo bellissimo, avrei dovuto almeno evitare di legarmi i capelli all’ultimo secondo con l’elastico per i documenti trovato sul fondo della borsa.
Cercando disperatamente di aggrapparmi a qualcosa per non svenire, allungo la mano verso il volante. Le mie dita però mancano la presa e colpiscono in pieno il centro del clacson.La Panda emette un boato prolungato che squarcia l’aria. Mattia si gira lentamente verso di me. Siamo ancora troppo vicini.
Mi fissa con un sopracciglio alzato e un accenno di sorriso ironico: «Volevi insultarlo in codice Morse o era un urlo di battaglia?» mi chiede a voce bassa.
Io… ecco…
Poi, Mattia si rimette dritto e riallaccia la cintura. Con la mano tremante riaccendo il motore. Mattia incrocia le braccia e mi fissa.
«Ok. Respira ed entriamo nel flusso. Adesso».
Lo guardo con gli occhi spalancati. «Adesso? Ma…».
«Fidati. Respira».
Pesto la frizione, infilo la prima e alzo il piede. La Panda emette un borbottio di protesta, ma si muove.
Entriamo. La rotonda ci inghiotte. Tutto attorno a noi si muove a velocità supersonica, ma io tengo gli occhi sgranati, aggrappata allo sterzo, calcolando al millimetro le lamiere che ci sfrecciano di fianco. Poi arriva il momento di uscire.
«Metti la freccia a destra ed esci alla prossima» ordina Mattia.
Peccato che, nel panico di dover fare troppe cose insieme (girare il volante e mettere la freccia), la mia mano destra si muova a tradimento per conto suo e colpisca in pieno la leva sbagliata. I tergicristalli si attivano all’istante, iniziando a spazzolare freneticamente il parabrezza asciutto.
Tra lo sferzare delle spazzole e i clacson di chi mi segue, sterzo di colpo e guadagno l’uscita per miracolo. Quando finalmente ci immettiamo sul rettilineo, spengo i tergicristalli ed esalo un sospiro così profondo che sento le costole ringraziare.
Sono viva. Ce l’ho fatta.
«Visto? Te la sei cavata alla grande» dice Mattia.
La frase è semplice, ma mi colpisce. Non suona come un incoraggiamento terapeutico per allieve ansiose. È una pura constatazione.
«I tergicristalli sul parabrezza asciutto erano per dare un tono drammatico alla scena? Comunque hai dei riflessi incredibili quando entri in panico».
«Dici che è un talento?».
Parcheggiare davanti all’autoscuola è un altro momento ad altissima tensione, eseguito con l’eleganza di un elefante. Per fortuna i doppi comandi di Mattia evitano che io abbatta il muretto dell’ufficio postale.
Non solo una lezione di guida: l’inizio di qualcosa in più
Quando spegniamo il motore, il silenzio che cala nell’abitacolo è quasi intimo. Scendiamo sul marciapiede. Mattia si appoggia alla portiera. L’espressione professionale da istruttore è sparita, sostituita da uno sguardo molto più morbido.
«Allora» esordisco. Il silenzio mi mette da sempre in difficoltà.
«Ti prego, dimmi che non mi sequestri il foglio rosa».
Lui scuote la testa, fingendo un’aria severa che gli riesce malissimo. «Be’, dovrei. Ma diciamo che chiuderò un occhio. Sei l’allieva più divertente che mi sia capitata da mesi».
Sento il viso andare a fuoco per la trentesima volta in un’ora. Mattia continua a fissarmi con un sorriso leggero che mi toglie il fiato molto più del traffico della circonvallazione. Sono completamente incapace di sostenere lo sguardo, ma del tutto impossibilitata a girarmi dall’altra parte. È lui a rompere l’incantesimo.
Mercoledì stessa ora?
Sospira, poi dice: «Magari poi, se ti va, possiamo berci un aperitivo insieme…».
«Se l’ansia non mi uccide prima, sì» rispondo. E per la prima volta accenno un sorriso vero.
«Perfetto. A mercoledì».
Risale in macchina e io resto a guardarlo mentre si allontana nel traffico. Mentre cammino verso casa, mi rendo conto che la mia testa continua a rivedere Mattia. Sento ancora il suo profumo e quella risata che ha resettato il panico in un secondo. Sorrido. Non sono diventata un pilota di Formula 1 e le rotonde continuano a sembrarmi mostri pronti a inghiottirmi, ma l’idea di questa patente non è poi così terribile. Forse il problema non era imparare a guidare a 30 anni. Era trovare la persona giusta con cui avere il coraggio di partire.
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