Credo fermamente che Tinder non sia un’app d’incontri, ma il più grande database mondiale di bugie. Se cerchi un uomo, finisci inevitabilmente a fare snorkeling in un mare di casi umani.
Il database delle bugie: la mia guida ai casi umani su Tinder
Si spazia dal cultore del selfie in palestra, un individuo che possiede più addominali che neuroni e che considera leggere l’atto eroico di decifrare le scadenze sulle confezioni di cibo proteico, al poeta maledetto, che cita Bukowski ma inciampa sul congiuntivo già alla terza parola, trasformando ogni timido tentativo di lusinga in un vero e proprio crimine grammaticale. E poi c’è lui, il cinofilo. Peccato che il 90% delle volte il cane nelle foto non sia suo, ma solo in prestito d’uso o un povero ostaggio a quattro zampe sequestrato al parco per simulare una capacità empatica che il soggetto in questione non possiede nemmeno per se stesso. Il restante 10%? Be’, spesso in quel caso il cane è l’unica creatura nel raggio di chilometri con cui valga davvero la pena scambiare due parole.
Forse non tutti gli appuntamenti sono disastrosi
Poi, nel bel mezzo di questo deserto umano, appare Michele, che si presenta così: “Lavoro nell’azienda agricola di famiglia. Amo le cose semplici”. Fermi tutti. Nel linguaggio del Web questa è la frase più pericolosa che si possa leggere. Frase pericolosa almeno quanto “ingredienti naturali” sulle merendine industriali ma io, che vanto un master in “uomini da evitare”, decido che lui potrebbe andare bene. Michele ha 30 anni e ha postato tre foto accettabili. Lui in montagna con un sorriso credibile a un’altitudine che suggerisce che non si senta il padrone del mondo ma solo uno che ama l’aria pulita. C’è un cane, sì, ma sembra convinto di stare lì: nessuna traccia evidente di rapimento. Infine, una sua una foto a un matrimonio: camicia bianca, giacca elegante, l’aria di uno che può stare in mezzo agli esseri umani senza finire a dormire sotto il tavolo del buffet dopo cinque Spritz.
L’eccezione alla regola: l’incontro e il Crodino della prudenza
Dopo dieci giorni di messaggi privi di emoji ambigue o citazioni di filosofi mai letti, decidiamo di vederci. Mercoledì, ore 19, in un bar di una piazza che è il punto esatto di equidistanza tra le nostre vite. Il primo compromesso geografico di una relazione che, tecnicamente, non esiste ancora e che sta per scontrarsi con la realtà nel modo più rumoroso possibile. Arrivo con la puntualità di un cronometro svizzero. Mi siedo fuori e ordino un Crodino. È la bevanda della prudenza, il cocktail di chi non vuole rischiare. Dice al mondo: «Guardatemi, prendo decisioni sobrie, quasi noiose».
Un primo appuntamento da 200 cavalli: l’arrivo dell’Apocalisse Verde
Alle 19 e dieci, la terra inizia a tremare. All’inizio penso: “Ok, è in arrivo un convoglio eccezionale di tir che trasportano plutonio”. Poi correggo il tiro: “No, un Boeing 747 deve aver sbagliato rotta a causa di un guasto ai radar e sta tentando un atterraggio d’emergenza tra il tabaccaio e la fontana monumentale”. I posacenere sul tavolino iniziano a vibrare con un ritmo tribale. I cubetti di ghiaccio nel mio bicchiere tintinnano freneticamente, inviandomi un messaggio disperato in codice Morse: “Scappa finché puoi”. Allora io mi volto. E lo vedo. Non è “un trattore”. È L’Apocalisse Verde. Un maestoso John Deere alto quanto un palazzo in centro. Sul tetto ha una luce arancione che ruota frenetica, lampeggiando con una furia drammatica e psichedelica tipo l’ingresso del boss in un videogioco cattivo o l’inizio di un rave party illegale per agricoltori dopati.
Il bestione affronta la curva con la flemma di chi sa di poter schiacciare l’intera civiltà urbana senza nemmeno dover scalare marcia. Entra in piazza, occupa quattro posti auto, mezza carreggiata e, presumibilmente, le prossime tre sedute dal mio terapeuta. Lo sfiato dei freni idraulici è così potente da zittire istantaneamente ogni forma di vita nel raggio di due chilometri. All’interno del bar, il tempo si ferma. Un vecchietto resta con il calice di vino sospeso a mezz’aria, la bocca aperta e lo sguardo di chi ha appena visto sbarcare gli alieni, ma con più cavalli vapore. Io, nel frattempo, sto seriamente valutando il programma protezione testimoni o il suicidio per autocombustione spontanea.
Un’entrata in scena indimenticabile
Si apre lo sportello. Tre gradini di discesa lenta, quasi in slow motion. E finalmente compare lui. Michele. Niente abito da aperitivo minimal-chic, indossa una camicia a scacchi, jeans che portano con orgoglio i segni di una giornata campestre e scarpe antinfortunistiche con residui di terra che, ne sono certa, hanno una stratigrafia geologica più complessa della mia intera vita sentimentale. Praticamente, cammina portandosi dietro tre ettari di terreno demaniale. Mi regala un sorriso enorme. Sereno. Reale. Un sorriso che manda il mio sistema nervoso in corto circuito perché non contiene traccia di malessere.
Poi, lui si avvicina. «Ciao Gloria! Scusa il ritardo, non volevo farti aspettare» mi dice sorridendo. Mi dà due baci e in quel momento m’investe un mix olfattivo di polvere, vita all’aria aperta e gasolio agricolo. Ed è qui che scatta il vero allarme rosso: tutto questo non è affatto spiacevole. «Stavo finendo di trinciare il campo qui dietro» dice con la stessa noncuranza di chi ti spiega di aver avuto un piccolo intoppo in ufficio con la fotocopiatrice inceppata o il computer che non si accende. «Se fossi tornato a casa per cambiarmi sarei arrivato alle otto. Ho pensato che preferissi vedermi sporco ma puntuale».
Lo guardo. Guardo il mostro d’acciaio parcheggiato tra le fioriere, che sta letteralmente eclissando il sole. Guardo di nuovo lui. «Nessun problema» riesco a articolare, mentre la mia dignità ammaina la bandiera e chiede ufficialmente l’esilio. «Pensavo solo arrivassi con… meno cavalli. O almeno con un mezzo che non richiedesse un permesso speciale del Ministero della Difesa». Lui ride. Ma non è quella risatina corretta, stitica, a denti stretti per non rovinare il botox. È una risata piena, sgangherata, che sembra vibrare nella sua cassa toracica con la stessa intensità del motore del suo John Deere. Una risata senza vergogna.
Si siede davanti a me e ordina una birra rossa. Quando la bevanda arriva, ne scola metà in un solo sorso con la foga di chi ha appena attraversato il Sahara a piedi e ha scoperto che quella pinta è l’unica sorgente di refrigerio nel raggio di mille chilometri. Lo osservo con lo stupore di chi ha di fronte una creatura rara, una specie protetta che non solo non sa cosa sia un filtro per sembrare più bello nelle foto, ma che probabilmente è anche immune da tutte le paranoie moderne sugli incontri online.
Quando la semplicità batte gli intellettuali da aperitivo
E qui succede il disastro: io e lui iniziamo a parlare. Normalmente, i miei appuntamenti seguono un protocollo rigido.
Fase uno: lancio di esche intellettuali per capire se l’uomo in questione ha letto almeno la quarta di copertina di un libro nell’ultimo biennio.
Fase due: analisi della velocità di risposta ai messaggi per calcolare il tasso di narcisismo latente.
Fase tre: strategia del “mi ritiro nell’ombra” per vedere se lui ha l’istinto del predatore o se si limita a fissare lo schermo aspettando un segnale di fumo. Come va a finire con Michele?
Il mio protocollo affonda dopo circa tre minuti. Perché lui mi racconta del lavoro, dei campi e di una mucca che ha deciso di partorire con la precisione di un cecchino esattamente nell’istante in cui lui cercava di farsi una doccia. E io rido in quel modo scomposto e rumoroso che le donne chic non dovrebbero nemmeno conoscere, figuriamoci praticare in pubblico. A un certo punto, tra un sorso di Crodino e un aneddoto sulla semina, mi rendo conto che non sto controllando compulsivamente il telefono per vedere se le mie amiche hanno approvato il suo profilo online. Non sto nemmeno sezionando ogni sua singola parola in cerca di traumi infantili irrisolti o complessi di Edipo latenti. E tutto questo, per me, è assolutamente sconvolgente, perché io sono abituata agli uomini “complessi”. Quelli che ordinano cocktail con ingredienti surreali («Vorrei un Gin tonic con infusione di petali di baobab e lacrime di unicorno, grazie») e che hanno più identità emotive di un profilo fake su Facebook.
Quelli che scomodano i grandi filosofi per giustificare il fatto che non ti richiameranno mai, spacciando la loro maleducazione per una crisi mistica.
E poi, è arrivato lui. Con un trattore che ha il raggio di sterzata di una portaerei e la grazia di un elefante in una cristalleria. Uno che mi parla di fertilizzanti e rotazione delle colture, facendomi sentire più viva di quanto lo sia stata negli ultimi tre anni passati a consumare aperitivi in locali dove l’unica cosa vera era il conto. La verità mi colpisce con la delicatezza di un sacco di sementi da 50 chili lanciato da un balcone: il problema non erano gli uomini complicati, il problema ero io, che scambiavo la loro instabilità mentale per profondità d’animo. «Ti accompagno alla macchina?» mi chiede Michele dopo aver pagato il conto.
Guardo lui. Guardo il trattore che brilla sotto i lampioni della piazza come un bizzarro monumento. Guardo i tre carabinieri che, poco distanti, stanno fissando il libretto delle multe con l’aria di chi cerca di capire se quel coso sia un veicolo agricolo o un’astronave caduta per errore tra le fioriere. Uno di loro sta probabilmente chiamando il comando generale o un esorcista per capire da che parte si cominci a multare un mostro del genere.
«No, davvero, tranquillo» gli rispondo. Ci salutiamo. Lui si arrampica di nuovo nella cabina, un’ascesa epica che fa sembrare la conquista dell’Everest una passeggiata in centro, e accende il motore. Le vetrine del centro storico tremano come se fossero fatte di gelatina. Le tazzine del bar tintinnano un’ultima, disperata sinfonia. Poi, il tocco finale: Michele suona il clacson.
Non è un clacson, è la tromba del Giudizio Universale. Il suono provoca un principio d’infarto a un povero Carlino che passa di lì per i fatti suoi e fa cadere un vaso di gerani da un balcone al secondo piano, sfiorando la testa di un passante che probabilmente inizierà a credere ai miracoli. Michele se ne va così, lasciando dietro di sé una nuvola di diesel, il caos primordiale e una quantità imbarazzante di pensieri nella mia testa. Rimango lì, sola nella piazza improvvisamente silenziosa, con il mio Crodino sgasato e la folle certezza che la mia vita sia appena stata travolta da 200 cavalli di semplicità e genuinità. E che non vedo l’ora di farmi travolgere di nuovo.
Dalle scarpe col tacco agli stivali di gomma: un anno e mezzo dopo
Oggi io e Michele stiamo insieme da un anno e mezzo. Un record olimpico per una che, di solito, dopo tre mesi inizia a redigere l’atto di citazione per danni morali e a cambiare numero di telefono. La domenica vado da lui in cascina. La mia trasformazione è quasi completa: ho ufficialmente sostituito i tacchi a spillo con gli stivali di gomma. E a questo proposito ho scoperto che camminare nel fango con gli stivali numero 38 richiede una coordinazione motoria che non possiedo: la scorsa settimana sono rimasta letteralmente piantata in un campo di mais come uno spaventapasseri di lusso, mentre Michele cercava di estrarmi con una carrucola senza smettere di ridere.
Ho imparato più cose sull’avvicendamento delle colture che su me stessa, il che è tecnicamente preoccupante per la mia autostima, ma strategicamente utilissimo se mai scoppiasse un’apocalisse. Michele non mi ha mai portata a mangiare caviale in un ristorante dove devi sussurrare per non disturbare il cameriere francese che ti giudica dal modo in cui impugni la forchetta. In compenso, però, mi ha fatta salire sul “mostro”. Sì, sul John Deere.
Siamo saliti lassù, in quella cabina che sembra il ponte di comando di una nave spaziale: aria condizionata sparata a palla, perché Michele sarà anche un uomo della terra ma non è un martire dell’afa, e una visuale che spazia su ettari di campi pronti per essere dominati. Fuori dalla cabina: il caos ordinato della natura, i raccolti che crescono e il mondo che corre frenetico senza sapere bene dove sta andando.
Dentro: un silenzio semplice. Di quelli che non devi riempire con citazioni dotte o paranoie esistenziali tipo “ma quindi noi, esattamente, cosa siamo oggi?”. Ed è lì che ho capito tutto. Un uomo che si presenta al primo appuntamento con 200 cavalli agricoli sotto il sedere, senza mezza scusa e con zero bisogno d’impressionarti con termini presi dal manuale del perfetto seduttore metropolitano, è uno che nella vita sa esattamente chi è. Uno che non ha spazio per le maschere perché ha troppo lavoro vero da fare nei campi. E soprattutto: non ha nessuna intenzione di fingere. Il che, a pensarci bene, è molto più raro di un cane “non rubato” su Tinder.
Fra qualche mese sarà il nostro anniversario. L’altra sera Michele mi ha guardata con quel suo sorriso sereno e mi ha detto che, invece di portarmi a Parigi a sospirare tra i musei, ha deciso di regalarmi una giacca termica professionale ad alta visibilità, con tanto di bande catarifrangenti che mi renderebbero avvistabile persino dai radar della Nasa. Ha aggiunto, con la massima serietà, che così non rischierà di perdermi di vista se dovessi finire di nuovo a faccia in giù in un fosso mentre cerco di scattare una foto artistica alle balle di fieno. La cosa davvero spaventosa?
È che mi sono ritrovata a pensare che il suo fosse il gesto più romantico del secolo. Perché, parliamoci chiaramente: nella Ville Lumière ci sono i turisti e l’arte, ma qui ho un uomo che si preoccupa seriamente che io non venga travolta da un seminatore nella nebbia. E poi a Parigi non ti lascerebbero mai parcheggiare un John Deere sotto la Tour Eiffel. Un dettaglio non da poco.
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