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I segreti dei genitori ricadono sui figli?

Tutto comincia con una foto sconvolgente, una scatola di latta in un mercato estivo e un segreto di famiglia. Il finale è invece un perfetto happy ending

L'estate del 1982: due ragazzi si abbracciano in spiaggia
CREDITS: Pexels Anntarazevich

Cammino tra le bancarelle del mercato, tra il brusio delle persone che parlano e dei bambini che ridono. La brezza marina con il suo sapore salmastro svolazza tra le fronde degli alberi e le tovaglie dei banchi e scivola sulle mie braccia. Che sollievo, finalmente un po’ di fresco!

Il segreto nella scatola di latta: una foto dal passato

Tra le cianfrusaglie di un banco, i riflessi del sole si poggiano su una scatola di latta ammaccata e macchiata. Incuriosita, la prendo tra le mani e la apro. Intanto, una folata di aria calda porta l’odore pungente di frittura di pesce misto a quello dolciastro di crema solare. Dalla scatola spunta una foto di una donna giovane, con i capelli al vento e un sorriso raggiante. Un brivido mi corre lungo la schiena, nonostante la calura:

È mia madre da ragazza!

esclamo, sconvolta dalla coincidenza.

La osservo. E faccio un’amara considerazione: non ho mai visto sul viso di mia mamma un sorriso così luminoso. Prendo tra le mani la carta ruvida di quella vecchia immagine in bianco e nero. Accanto a mia madre c’è un giovane. Il mento appena sollevato e gli occhi scuri che guardano dritti verso l’obiettivo della macchina fotografica. Alzo lo sguardo verso il lungomare e lo riabbasso sulla foto. Dove è stata scattata? C’è una spiaggia, una caletta con alcuni scogli. Dietro di loro, poche parole incise su una roccia… Un’ombra si allunga sulla mia foto: «Turista?». Mi giro di scatto e mi trovo di fianco il giovane proprietario della bancarella.

Annuisco: «Sì, sono qui con due amiche. Primo giorno di ferie». Lui mi indica con il dito l’immagine tra le mie mani:

Conosco bene l’uomo della foto: è mio padre.

Rimango a bocca aperta. «E le altre istantanee nella scatola le ha scattate lui. Era un fotografo». Scuoto la testa, incredula: «Lei è mia madre. Ha trascorso tante estati qui da giovane, ma non mi ha mai parlato del ragazzo nella foto». Lui annuisce, lento. «Questo è un autoscatto, ma mio padre ha catturato il sorriso di tua madre in altre foto. Vieni a trovarmi nel mio negozio quando riesci e te le faccio vedere». Gli porgo la mano. «Grazie passerò di sicuro. A proposito, sono Chiara…». «Molto lieto. Edoardo». Una scarica elettrica mi percorre il braccio e i nostri sguardi rimangono avvinti per un istante saturo di elettricità.

Il diario dell’estate 1982: un amore giovanile interrotto

Il giorno dopo spingo la porta della bottega di Edoardo. Un trillo acuto e metallico spezza il silenzio della stanza. il negozio profuma di legno.

«Benvenuta, Chiara. Vieni» mi dice lui sorridente.

Il ticchettio di sottofondo di un orologio a pendolo appeso a una parete scandisce il tempo.Edoardo tira fuori da sotto il bancone un vecchio taccuino: «È il diario che tua madre e mio padre hanno scritto insieme». Prende anche un libro di foto, ci sono anche negativi mai sviluppati. L’odore chimico del rullino è ancora forte.

«Sono dell’estate del 1982» mi spiega. Poi riprende, con un sorriso dolce. «Tua madre era una villeggiante e mio padre un ragazzo del posto. Il loro amore, intenso e travolgente, è stato ostacolato, forse per ragioni di ceto sociale. Lui non me ne ha mai parlato, ma poi ho scoperto questo diario e qui c’è scritto quasi tutto.

Credo che la loro sia stata una storia molto importante.

Rimango a bocca aperta. «Neanche mia madre mi ha detto nulla, ma so che non l’ho mai vista felice come in questa foto». Leggo qualche pagina del diario. «In effetti qui c’è scritto che sono stati forzati a dirsi addio».

«Tua mamma viene ancora qui d’estate?». «No, è impegnata a fare la nonna a tempo pieno dove vive mia sorella maggiore con la sua famiglia» spiego. Di solito mi piace guardare le persone dritte negli occhi, ma questa situazione m’imbarazza. Mi faccio forza e alzo la testa per sostenere lo sguardo di Edoardo. Le sue pupille si dilatano. «Ora mi è chiaro che ha mantenuto anche lei il silenzio su questo amore giovanile. Non ne sapevo nulla» dico ancora, davvero sconvolta. Mi cade l’occhio su un particolare. «E questa spiaggetta dove si trova?». Domando, puntando il dito su una foto incollata sul diario. «Non l’ho vista da nessuna parte sulla mappa turistica».

Lui giocherella con un anello al dito e si schiarisce la voce: «È la cala dei gabbiani. È lì che i nostri genitori s’incontravano». Edoardo riprende il diario dalle mie mani e lo chiude. Gli poso una mano sul braccio. «Per favore, mi porti in quel posto? Voglio chiudere il cerchio con questa storia».

Rotta verso la Cala dei Gabbiani: a caccia della verità

Qualche ora più tardi, la barca scivola sull’acqua cristallina. Il suo movimento ritmico ci culla, sembra isolarci dal resto del mondo. Ci avviciniamo a una rientranza nascosta della costa e il motore rallenta. Sento in lontananza il garrito dei gabbiani, ma nelle orecchie ho solo il battito accelerato del mio cuore. Tra poco vedrò dove s’incontrava mia madre con il padre di Edoardo. Con il suo sciabordio, lo scafo solca la schiuma bianca di un’onda, nell’aria c’è l’odore selvatico delle alghe.  Perdo l’equilibrio ed Edo mi afferra per la vita. Le sue mani sono calde sulla mia pelle, velata da un sottilissimo copricostume.

Siamo così vicini che i nostri aliti si fondono, il suo volto ha il profumo avvolgente del dopobarba al sandalo e della pelle scaldata dal sole. Lui si stacca da me e io mi mordo un labbro guardando il suo profilo. Ho le guance roventi e non è colpa del sole. «Ti confesso che mia madre è sempre stata un po’ fredda con me e mia sorella e io non gliel’ho mai perdonato. Ho paura che scoprendo tutta la verità il muro tra noi due possa diventare ancora più alto».

Edoardo ferma la barca. «Forse l’atteggiamento gelido di tua madre non è mancanza di affetto, ma un modo per proteggere un dolore troppo grande da condividere. Pensa a quanto deve aver sofferto per la fine forzata dell’amore con mio papà» dice in un sussurro. Mi sfiora una mano e i suoi occhi incontrano i miei in uno sguardo prolungato. «Ora che lo sai, però, facciamolo crollare, quel muro».

Il vento fresco del mare soffia contro il calore che divampa nel mio petto a causa della vicinanza di Edoardo. Il tocco improvviso delle sue dita sul mio braccio, per aiutarmi a scendere dalla barca, mi scatena una scarica elettrica. Non siamo più due investigatori del passato dei nostri genitori. Siamo due persone evidentemente attratte l’una dall’altra. Poco dopo, mi muovo a passi lenti nella caletta deserta. Le onde che s’infrangono contro la scogliera producono un rimbombo sordo e le gocce d’acqua che cadono dalle pareti rocciose risuonano con un tenue eco.

Edo mi sfiora il braccio: «Chiara, guarda quella scritta» dice e mi indica una parete rocciosa. Accendo la mia torcia del cellulare e la punto sull’incisione: “Per sempre. Luglio 1982”. Mi porto una mano alla bocca e mi salgono le lacrime agli occhi, ma le ricaccio in gola. «La stessa incisione che ho visto in una foto… È questo il ricordo della loro estate». Lui punta la torcia verso una sporgenza rocciosa.

Il braccialetto d’acciaio nascosto nella roccia

Alcune pareti sono umide e c’è odore di muschio, di terra bagnata e di aria stantia. «La vedi quella piccola fessura?» mi sussurra. Sorrido.

Una casella postale per innamorati? Chissà quante coppiette ci hanno lasciato il testimone del loro passaggio

Lui mi strizza l’occhio. «Ma noi abbiamo il diario dei nostri genitori e a un certo punto tua madre parla di un braccialetto d’acciaio con un incisione, che le ha regalato mio padre. Chissà, forse l’ha nascosto qui». Mi accovaccio sui talloni e c’infilo la mano. La muovo lenta e cauta, ma quello che tasto sono solo sabbia e ghiaia che mi graffiano il palmo. Scuoto la testa: «Ammesso che sia così, dopo tutti questi anni se lo sarà preso qualcun altro, oppure l’avrà portato via qualche mareggiata…». «No, qui non arriva la mareggiata… Aspetta un attimo: c’è qualcosa di metallico tra i sassi. Lascia fare a me».

Mi alzo ed è lui a chinarsi per continuare a raspare con la mano. «Lo intravedo anch’io, adesso». Mi chino e affondo le dita tra i sassolini umidi e la sabbia che mi gratta sotto le unghie. Un brivido freddo interrompe i miei movimenti: non è un sasso, ma la carezza umida di un pezzo d’acciaio ferito dal tempo. Edoardo lo tira fuori dalla fessura e me lo posa sui palmi. Le mani mi tremano così tanto che rischio di farlo cadere.

Gli occhi mi s’inumidiscono ancora e la gola mi si contrae in un singhiozzo muto. Il braccialetto pesa come il frammento di un relitto, ma profuma di sale antico e di terra bagnata. La superficie, un tempo lucida, è una mappa d’incrostazioni e macchioline di ruggine scura, come quelle che abbiamo tolto dalla scatola di latta con la foto di mia madre e suo padre. Ossidata fuori, come la rigidità e le freddezza di mia madre, per proteggere il tesoro prezioso e fragile che ha dentro: il ricordo di un amore impossibile e perduto. Alzo lo sguardo verso Edoardo:

Anche questo bracciale porta le cicatrici del tempo.

Il bijoux era freddo, ma si è scaldato subito a contatto con la mia pelle. «Mia madre lo ha lasciato lì come una sorta di offerta… Un pezzo del suo cuore rimasto ancorato a quell’estate indimenticabile». Edoardo mi mette un braccio intorno alle spalle e i nostri respiri s’intrecciano nello spazio angusto della caletta. Mi scosta una ciocca di capelli bagnati dal viso e mi guarda dritto negli occhi. Un brivido mi corre lungo la schiena. Stringo il braccialetto a me.

«Non sapevo di questa storia e solo adesso capisco che forse il comportamento distaccato di mia madre dipendeva davvero da questa storia tristissima. Credo di doverne parlare con lei».

Liberarsi dal passato per scegliere la propria felicità

Poco più tardi, la barca entra nel porto. Le case del paese e le altre imbarcazioni si specchiano nell’acqua. Le sagome dei pescatori sono in lontananza e la luce dorata del tramonto tinge tutto di color pesca. Non c’è un filo di vento e dal cemento del molo si sollevano ondate di calore. Edoardo scende sulla banchina e lega una grossa gomena alla bitta. Torna alla scaletta e mi tende la mano per aiutarmi a scendere. «Ora che sappiamo tutto sui nostri genitori, la nostra indagine è conclusa» mormoro. «Che cosa conti di fare adesso?». Aggrotto la fronte, ho un peso sul cuore.

La fine delle nostre ricerche segna anche la fine dei nostri incontri. «Tornare alla vita di tutti i giorni sarà difficile, ora che vedo mia madre e anche me stessa in modo diverso». Sospiro. «Sì, hai capito bene: anche me stessa. Ho un fidanzato storico e tutti si aspettano da noi un matrimonio. Siamo figli di famiglie molto benestanti… I loro fiori all’occhiello…». Lui mi guarda dritto negli occhi: «Ma…?».

Scrollo le spalle e faccio un respiro profondo. Ormai non ha senso nascondere la verità. «Il nostro è un rapporto morto, che si trascina da troppo tempo. Ci siamo presi una pausa di riflessione. Anch’io ho diritto alla felicità. Quella che mia madre ha dovuto soffocare».Lui mi prende la mano. «Replicare il sacrificio dei nostri genitori e andare per la strada che gli altri vogliono tracciare per noi sarebbe l’errore più grande». Il suono delle campane del paese annuncia la sera e il mormorio della risacca si fa più calmo. Nell’aria si diffonde il profumo del gelsomino notturno, che inizia a sbocciare.

Annuisco: «Già, rischiamo di diventare i fantasmi di una storia passata».«Ma se lo vogliamo davvero, possiamo diventare i protagonisti di una nuova storia». La tensione che provavo sembra svanire e anche il tessuto del copricostume che indosso adesso mi cade addosso più morbido, seguendo la linea delle mie spalle rilassate.

Sono libera dal peso del segreto di mia madre.

Un ampio sorriso mi si stende sulle labbra ed è tutto per Edoardo.

Un nuovo bacio sotto il sole: l’inizio di una storia d’amore estiva

Una settimana dopo, l’aria di fine luglio è carica di quella salsedine che si appiccica alla pelle e di un caldo che non dà tregua neppure dopo il tramonto. Edoardo e io camminiamo a passi lenti verso il muretto di pietra sbrecciata. Il punto dove aveva la bancarella il giorno in cui sono arrivata qui. Dai lidi arriva un ronzio di risate e musica, ma tra noi due è calato il silenzio. Lui tira fuori il cellulare dalla tasca dei jeans. «Voglio scattarti una foto». Metto le mani davanti e scuoto la testa, con una risatina imbarazzata: «Oh, mia madre è stata una vera bellezza, ma io non  ho preso da lei». Il battito ritmico delle onde contro gli scogli sovrasta le nostre voci.

«Non ci siamo, Chiara. Sei troppo rigida». Edoardo fa un passo avanti, mi posa le mani sui fianchi. «Ecco, così. Sorridi per te, non per lei». Un brivido mi scuote e non ha niente a che fare con la brezza serale. Abbozzo un sorriso, che mi nasce dal cuore. Lui scatta e fa un passo verso di me. «È venuta bene» sussurra, ma non guarda lo schermo. Guarda me. Si china e io non indietreggio.

Le nostre labbra calde e morbide s’incontrano in un bacio che sa di sale. Sono nella posizione dov’era mia madre nella foto in bianco e nero, ma in questo caso il nostro amore è alla luce del sole: «Questa estate non finisce in una scatola di latta ma continua in un nuovo album da riempire» mormoro. Torniamo al suo negozio di antiquariato e lui sistema la scatola su uno scaffale alto. La ruggine sulla latta non è più una ferita ma la decorazione del tempo. Lì, tra le mani di Edo e l’odore del legno, i sorrisi di carta di mia madre non avranno più paura del buio.

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