Personalmente ho poche certezze nella vita e l’abbinamento camicia bianca e maglione blu è una di queste. Insieme al fatto che la Terra gira intorno al sole, che nessuno eguaglierà mai i Take That come boyband, che il mio gatto sta certamente escogitando una modo per buttarmi fuori di casa e (last but not least) che gli uomini fra i 30 e i 50 ancora single presentano sempre magagne pesantissime.
Un risveglio difficile a Milano: addio Giulio
Questo l’ho capito dopo che lo scorso giugno Giulio mi ha piantata così, su due piedi, con le vacanze in Argentina già prenotate…
E poi mi ha anche chiesto se per caso poteva rimborsarmi la prenotazione per andarci lui con il suo amico Claudio.
Che poi in realtà ho scoperto poi si chiamava (guarda caso) Carlotta.
Un amico, certo.
Amico molto, molto stretto.
Ma lasciamo stare!
Fisso il l’armadio aperto, che a sua volta mi guarda con velata costernazione, e tiro fuori la camicia e il pullover mentre so benissimo che il resto del guardaroba mi sta silenziosamente rimproverando per la banalità della scelta.
La giornata inizia decisamente in salita: il tempo a Milano piove a dirotto da due giorni eppure i turisti sono tantissimi. Inoltre, l’umidità ormai si insinua in ogni piccola fenditura degli abiti nonostante io (come sempre) sia vestita a cipolla: pronta per il trekking in Islanda, ma anche per un pomeriggio in spiaggia!
Esco di corsa: la colazione la faccio come sempre lungo il tragitto verso l’ufficio, al bar dell’angolo, praticamente la mia seconda cucina.
Oggi devo assolutamente arrivare in fretta in ufficio e chiudere il dossier dell’evento su cui sto lavorando.
Me l’ha chiesto Angelo, il mio capo.
Angelo, devo dirlo: nomen omen!Il mio capo è infatti uno degli ultimi esemplari di professionista stimato che non mostri evidenti segni di squilibrio mentale o similari.
Una creatura zen, in stile Tiziano Terzani, che a Milano sembra totalmente decontestualizzata.
Che poi io lo zen, lo yoga e tutte le altre discipline che predicano la calma interiore le odio perché sono nevrotica di default…
E oltretutto Giulio l’avevo conosciuto proprio a una prova di Hatha Yoga nella palestra che lui frequentava da anni. Esco dalla metropolitana e mi fiondo verso la caffetteria: la luce in fondo al tunnel.
«Ciao Marghe! Mi stavo preoccupando…».
Clara, la barista (26 anni, capelli oggi verdi domani chissà…) è praticamente una di famiglia. Mi saluta appena varco la soglia.
C’è un sacco di gente accalcata al bancone: mi demoralizzo e mi si legge in faccia.
«Siediti là!» mi urla Clara, indicando il minuscolo tavolo appiccicato al muro.
Il solito?
mi chiede poi.
Faccio sì con la testa e mi dirigo dritta verso il tavolo.
Mi siedo. Intorno a me c’è un flusso costante di gente umidiccia che si muove come in una danza rituale.
Tiro fuori dalla borsa la cartellina con i documenti dell’evento che devo presentare oggi: l’inaugurazione della personale di una pittrice italo-belga che ha scelto come location una parte del Museo Poldi-Pezzoli e ha chiesto un catering fra i più esclusivi di Milano.
Il Caffè di Clara e un incontro inaspettato al bancone
Fin qui, tutto bene.
Non fosse, però, che la suddetta, eccentrica artista ha sciorinato una serie di richieste bizzarre e alquanto restrittive sul rinfresco e la mise en place. Per varie ragioni.
Nell’ordine: è celiaca, intollerante al lattosio, odia i peperoni per partito preso, detesta le bevande rosa e i cibi filamentosi (perché rovinano le foto). Inoltre preferisce che sia tutto vegan, anche le stoviglie.
Fortunatamente Gualtiero, il titolare della società di catering, ha steso un menu a prova di bomba e digeribile anche da mio nipote di sette mesi.
Insomma, come si dice: santo subito!
Mi alzo per riporre le carte nella ventiquattrore che ho sistemato sulla sedia di fronte e in quel frangente vado letteralmente a sbattere contro una parete del Cervino.
O così mi sembra.
Ma cosa ci fa il Cervino al bar?
Mi riprendo: sono appiccicata a un impermeabile bagnato fradicio e mi sembra di ballare il Tuca Tuca nel tentativo di rimettermi in posizione eretta.
Alzo lo sguardo verso la cima e su di me troneggiano un bel viso dalla barba leggera, due occhi verdi e folti capelli scuri fradici quanto l’impermeabile.
Il bel viso mi sorride: denti bianchissimi.
E io avvampo come un cerino.
«Oddio scusa!» bofonchio imbarazzata.
«Ma figurati. Ti aiuto?». Poi l’uomo con l’impermeabile si abbassa a raccogliere i fogli che ho inavvertitamente seminato per terra, sul pavimento sporco e bagnato.«Accidenti, che pasticcio» dico tra i denti.
Raccogliamo insieme le carte che ormai sono a chiazze.
Pazienza, le asciugherò con il phon dell’ufficio… (sì, essendo un’agenzia di comunicazione composta prevalentemente da donne, in ufficio abbiamo il phon).
Ripongo tutto finalmente al sicuro, aiutata dall’uomo “impermeabilizzato”, che mi passa i fogli uno a uno, scuotendoli dalle gocce marroni.
Subito dopo mi accorgo che Clara, in piedi vicino a noi, mi sta fissando con il vassoio in mano.
Ci guardiamo in silenzio: lei fa gli occhi a fessura e scorgo un impercettibile sorriso sollevare uno degli angoli della sua bocca.
Le comunico mentalmente un “ma non scherziamo!”.
Che lei coglie, ma a cui crede pochissimo…
«Lascio qui, Margherita?» mi chiede, vellutata. «Posso portare qualcosa anche al… tuo amico» sottolinea impudente.
Sempre la solita, Clara. La fulmino con lo sguardo e lei mi strizza l’occhio: dopo, quando non ci sono testimoni, la strangolo…
L’uomo (40 anni circa, un metro e 80, spalle larghe e labbra carnose) le sorride divertito: «Se posso, un espresso. Grazie».
Clara si volta e se ne va soddisfatta«Comunque, sono Luca» mi tende la mano l’uomo che ho appena conosciuto. Una mano calda, morbida.
Oddio!
Ma sto dando i numeri?
Lo fisso inebetita, poi per fortuna il mio sistema limbico si riprende e riesco a proferire parole di senso compiuto: «Ciao, sono Margherita. E… scusa per prima».
«Nessun problema: ho guadagnato un posto a sedere. Non è una cosa da poco» dice avvicinando una sedia al tavolino, grande più o meno quanto un piatto da pizza.
Siamo vicinissimi.
Lui sorride sempre.
Io lo guardo come tipo davanti a un’opera Rembrandt.
Per fortuna arriva Clara con il caffè: «Oggi lo preferisci “freddo”?» mi chiede gettando uno sguardo al mio cappuccino intonso, e poi a Luca.
“Giuro che la uccido e lo faccio sembrare un incidente!” penso ancora.
Poi afferro la tazza e butto giù il cappuccio come fosse uno shot di vodka.Lui beve il suo caffè con tranquillità.
«Mi sembra di capire che vieni qui spesso…» mi dice, blando.«Troppo forse» rispondo a mia volta, alludendo alle battute di Clara.
Ridiamo.«Lavori qui vicino?» mi chiede.
«Sì: in fondo a via Senato, tu?».
«Anche io, all’incrocio con…».
Il suono di qualcosa che a me ricorda un pigolio interrompe la conversazione.
L’aperitivo tra colleghe e un tragico scivolone in ufficio
Lui si fruga nella tasca ed estrae un cercapersone: «Scusami: un’emergenza. Devo andare subito». Si alza svelto. «È stato un piacere…».
«Piacere mio» gli sorrido. «Buona giornata!» gli auguro vedendolo sfilare verso la cassa.
Mi ricompongo (ormonalmente e pragmaticamente), poi mi dirigo a mia volta verso il bancone: «Io ti uccido. T-I U-C-C-I-D-O!» sillabo per bene a Clara, che sta già ridendo come una matta.
«Ma dàiiii, eravate così carini…».
«Sarà, ma neanche lo conosco…».
«E che cosa c’entra? Ti sei buttata fra le sue braccia… Mi sembra comunque un buon inizio».
«Clara, ti avviso: domani cambio bar».
«Non osare» mi intima sorridendo. «E comunque vai pure in ufficio: il tuo “amico” ti ha pagato la colazione».
Ammutolisco.
Poi faccio la linguaccia a Clara ed esco.
L’aria fresca e la pioggia, una volta tanto, fanno la loro e mi regalano un po’ di sollievo.
Eppure mi sento bruciare come se fosse agosto…
Ma perché?
Era tanto che non mi sentivo così leggera, euforica, di buon umore… E tutto solo per l’incontro (anzi no, lo scontro) con quello sconosciuto.
La giornata ha preso una piega piacevolmente insolita.
E la serata non sarebbe stata da meno.
«Marghe, ti aspettiamo di sotto» mi urla Carolina andando verso l’ascensore.Il giovedì ci concediamo spesso un aperitivo fra colleghe prima di rientrare a casa.
Un po’ perché siamo tutte in quella fascia d’età in cui avresti anche voglia di farti anche la serata, ma il fisico si accontenta grandemente di un bello Spritz seguito da divano+gelato+Netflix, soprattutto nei giorni feriali.
Quindi un prosecco e quattro chiacchiere sono una mano santa.
Mi attardo qualche minuto spegnendo il computer, poi infilo al volo l’impermeabile e cerco di sbrigarmi per raggiungere le altre.Ma niente: quando la giornata inizia in un modo…
Dopo lo schianto mattutino contro Luca, ecco il salto acrobatico sul marmo dell’ufficio.
Maledetta cintura del cappotto! Dovrei far causa al negozio dove l’ho preso…
Impreco in una lingua a me sconosciuta mentre cerco di ricompormi e capire se ci sono testimoni della figuraccia.
Per fortuna sono l’ultima a lasciare l’ufficio, perciò nessuno ha visto nulla (a parte il ficus, che sono certa non farà la spia).
La reputazione è salva. Almeno quella!
Però… accidenti, la caviglia destra mi fa malissimo.
Oltretutto indosso un paio di ballerine Roger Vivier con un minuscolo tacco a rocchetto che ora non vuole saperne di stare in equilibrio… Provo un dolore fortissimo.
Zoppico e borbotto sottovoce fino all’ascensore.
Quando esco, mi fiondo letteralmente sulle spalle di Carolina: «Ragazze, probabilmente mi sono sbriciolata una caviglia» dico, sofferente e agitata.
Costernazione generale, brusio, commenti a caso: si azzardano i rimedi più disparati. Finché Gloria, la più matura fra noi, prende in mano la situazione (e anche me) e m’intima di seguirla subito alla macchina.
Nessuno contraddice mai Gloria e non sarò io a iniziare proprio adesso.
«Andiamo, Marghe».
In men che non si dica sono nella sua utilitaria: «Ahia!» mi lascio sfuggire accarezzandomi la caviglia malandata.
«Adesso ti faccio fare una lastra, così vediamo che cosa ti sei fatta».
«Nooooo! Ti prego, no: ci passiamo la notte, al pronto soccorso». Sono veramente scoraggiata.
«Ma chi ha detto che ti porto in ospedale? Neanch’io ho intenzione di pernottare in ospedale: mi mancano solo due puntate dell’ultima serie sulla regina Carlotta e non ho intenzione di perdermele per colpa della tua dannata goffaggine».
Emergenza medica: perché sono in una clinica veterinaria?
Chiedo: «E allora dove stiamo andando, scusa?».
Dopo qualche curva e un rettilineo, Gloria accosta, spegne la macchina e scende: «Eccoci, siamo arrivate. Scendiamo».
Mi aiuta a uscire, alzo la testa e su un’insegna luminosa leggo Clinica Veterinaria.
«Cooosaa?» sgrano gli occhi, allibita.
Gloria, però, mi sta già trascinando dentro.«Ti sembro un Carlino, forse?» le domando scocciata.
«Margherita, non essere sciocca: ovvio che non lo sei. Tu sei molto più alta».
Argomentazione inoppugnabile.
Vorrei ribattere, ma la situazione mi sembra già abbastanza surreale.
«Siediti qua, da brava» mi dice la mia collega. «Arrivo subito».
Ubbidisco. Forse sono entrata anch’io in questo mood delirante.
Di fianco a me c’è una signora con in grembo un trasportino contenente un gatto incavolato nero.O forse è un tasso del miele, visti i rumori inquietanti.
Poi, a sinistra, c’è una coppia con un Alano grande come un My Little Pony.
Vorrei tantissimo avere almeno un Chihuahua in braccio che giustificasse la mia presenza.Invece no: sono lì, seduta come un’ebete e pure senza una scarpa.
«Tutto a posto» mi annuncia subito dopo Gloria, felice. «Ti vedono subito».
Una scena davvero surreale.
Infatti tutti mi fissano.
«Faccio la vaccinazione contro la rabbia?» le chiedo, sarcastica.
In risposta Gloria prova a sollevarmi come un sacco di patate e mi aiuta a camminare lungo un corridoio dipinto di giallo con i disegni dell’arca di Noé.
«Gloria, seriamente: che cosa stiamo facendo qui?» le chiedo, sconsolata.
La mia amica si deve impietosire perché finalmente mi spiega: «Tranquilla, Marghe: niente antirabbica, oggi. Ma per evitare la nottata in pronto soccorso, ho chiamato un’amica bravissima che lavora in questa clinica: in casi di emergenza mi ha già visitato… L’ultima volta che a padel mi sono lussata la spalla, mi ha fasciato lei ed è stata bravissima. Adesso ti fanno la lastra e capiamo come procedere…».
Deglutisco rumorosamente.
L’idea di farmi visitare da una veterinaria un po’ m’inquieta, ma tanto sono ostaggio di Gloria e non vedo altra scelta.
Entro in uno studio accogliente, dove una donna vestita in verde Tiffany e capelli ricci come un cespuglio abbraccia prima Gloria e poi me.
«Ciao sono Giusi» si presenta con dolcezza. «Come ti senti?» domanda poi.
«A dire il vero la caviglia mi fa un male tremendo…» ammetto a malincuore.
«Sì, lo so. Me l’ha anticipato Gloria. Adesso ti facciamo una visita veloce e poi una lastra. Così capiamo almeno se è rotta» mi spiega la dottoressa. Poi alza il telefono: «Puoi venire?» chiede nella cornetta. Subito dopo si rivolge di nuovo a me: «Tu intanto stenditi qui. Noi arriviamo subito».
Poi la veterinaria esce dalla stanza, lasciando me su una specie di poltrona da dentista e Gloria in procinto di andarsene con la scusa di rispondere al telefono. Il deserto dei Tartari, insomma.
Dopo qualche minuto (tempo in cui la mia caviglia ha assunto le dimensioni della zampa di Dumbo) entra Giusi accompagnata da un collega.
Pausa.
No: non un collega.
Entra accompagnata da LUI.
Il verdetto della lastra e un nuovo inizio con Luca
Io muoio in quell’istante, o così vorrei.
Nella mia ossessione per Stranger Things mi piacerebbe che adesso la porta del Sottosopra si riaprisse e mi inghiottisse per sempre. Ma purtroppo non accade.Lo guardo incredula.
E lui fissa sorpreso: «Margherita?».
«Luca?».
Giusi si blocca e Gloria rientra in quel momento: «Ah, ma voi due vi conoscete?».
«Diciamo di sì…» risponde Luca con un sorriso che abbaglia. «Ma da poco».Mi strizza l’occhio e un calore tipo fiamme dell’inferno mi assale all’improvviso.
Forse la porta del Sottosopra alla fine si è aperta.
Lui intanto si avvicina, prende uno sgabello e si mette seduto di fronte a me: solleva delicatamente la caviglia (che ormai è tipo zampogna) e la sfiora con le dita. Se non mi facesse un male indicibile, quel tocco mi avrebbe provocato un gemito gutturale.Le sue dita lunghe e affusolate percorrono il collo del mio piede, avanti e indietro, su e giù dalla caviglia al tallone, al mignolo.Io resto rapita a osservarlo.
All’improvviso lui solleva lo sguardo e i suoi occhi mi trafiggono: sono due laghi verdi e immensi.
«Facciamo subito una lastra» mi spiega, deciso.Se avesse anche detto: «Fuggiamo insieme in Nuova Caledonia», la risposta sarebbe stata comunque la stessa: «Va bene».
«Oddio, sta per svenire?» chiede Gloria, preoccupata, rivolgendosi alla dottoressa.
Mi schiarisco la voce: «No no, va tutto bene».Passo l’ora seguente in piacevole balìa del mio nuovo dottore: non voglio mai più essere visitata da nessun altro se non da lui.Non importa che sia un veterinario: io mi sento una piccola e soffice cavia peruviana che lui maneggia con la cura di un cesellatore d’oro.
Poi, arriva il responso: la caviglia è rotta.
Come ho fatto, da sola, a farmi così tanto male?
Ma non tutto il male (appunto) viene per nuocere…Infatti è passato un po’ di tempo da quella sera.
Io e Luca ormai ci frequentiamo da qualche mese: le cose funzionano a meraviglia (per ora) e io mi sento benissimo, come se fosse sempre primavera. Un sogno, insomma.
Quanto alla mia caviglia, è guarita e infatti io e Luca abbiamo prenotato una settimana in montagna per fare un po’ di trekking riabilitativo…
Clara si è autoeletta nostra Cupido e ovviamente facciamo colazione al suo locale quasi tutte le mattine.
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