ABBONAMENTI

Toglietemi tutto, ma non il caffè

La vita da ufficio non è sempre noiosa. Le giornate di Cristina, per esempio, tra presunti furti e pedinamenti folli sono pure troppo eccitanti. Anche perché c’è di mezzo Marco, un collega carinissimo

Agatha Christie c'est moi: una ragazza spia con il binocolo
CREDITS: Karolis Milisauskas

Caffè, caffè, caffè, e ancora caffè!

Ecco il mio mantra, il mio credo.

Se la giornata non comincia con un bell’espresso, poi non continua con tre macchiati e non si conclude infine con un americano, be’, allora per me non può essere una buona giornata.

Dipendenza da caffeina: un vizio di famiglia

Se sono così, diciamo “caffeinodipendente”, è colpa (si fa per dire…) di mia madre.

Una donna incredibile, che tra yoga, pilates e sedute di mindfulness sembra la sorella del Dalai Lama.

Ma c’è un “ma”: mia mamma riesce a riallineare i chakra, fare il saluto al sole e trovare la pace interiore solo ed esclusivamente se, al di là delle varie discipline, può contare sul sostanzioso sostegno della classica tazzulella ‘e caffè.

Insomma: con una madre così, la mia sorte era segnata.

Ma questo non sarebbe un problema: siamo in Italia, la patria di questa meravigliosa bevanda calda. Amarla e adorarla non è altro che un pregio, no?

Il problema infatti è un altro.

E dura da due mesi, cioè da quando in ufficio è arrivato Marco, un nuovo collega.

Un tipo in gamba e anche abbastanza carino seduto proprio alla scrivania di fronte alla mia.

Un tipo in gamba, abbastanza carino. E single.

Insomma, uno che sulla carta rappresenta il collega ideale, quello che tutte le donne non fidanzate, come me, sperano di trovare in ufficio.

Peccato che questo bellone abbia un difetto mica da poco: è un ladro.

Proprio così, è il re del cleptomani, l’Arsenio Lupin della provincia di Milano (dove lavoriamo).

E l’aspetto più perverso della faccenda è che Marco non arraffa cose di valore, ma il mio caffè. E lo fa tutte le mattine.

La scena farebbe ridere se io non fossi appunto una che senza caffeina si spegne come una rosa senz’acqua, e soprattutto, perde la testa, va su tutte le furie, impazzisce.

Il mistero del caffè scomparso in ufficio

Ti spiego meglio: la mattina arriviamo tutti in ufficio alla stessa ora, verso le nove.

Poi io e Micol, la mia migliore amica, facciamo un salto alla macchinetta, dove lei prende la solita bottiglietta d’acqua e il solito pacchetto di biscotti al cocco e io un caffè macchiato lungo, da gustarmi poi alla scrivania.

E qui cominciano i guai, perché poso il mio bicchiere di carta accanto al computer e nel giro di dieci minuti al massimo… sparisce.

Ovviamente so benissimo che, se restassi sempre seduta al mio posto, il problema non si porrebbe, ma questo non è possibile, perché c’è sempre da andare in segreteria a chiedere un documento, da fare un salto nell’ufficio accanto, da affacciarsi all’amministrazione per un chiarimento.

Soprattutto all’inizio della giornata, quando il ritmo è frenetico e il mio capo sembra urlare, fiero e un po’ fuori di testa (soprattutto un po’ fuori di testa): «Chi si ferma è perduto!».

E così, mentre io svolazzo tra un reparto all’altro e da una postazione all’altra, il mio amato caffè sparisce come per magia. All’inizio le ho pensate tutte: magari ho scordato il bicchiere alla macchinetta, l’ho fatto cadere a terra, l’ho posato sulla scrivania sbagliata.

Inutile dire che ne ho parlato anche con Micol. Ma non è andata come speravo, perché lì per lì lei è scoppiata a ridere: «Oh mamma! Sei così ossessionata dal caffè che parli di quei dannati bicchieri scomparsi come se ti avessero rubato la macchina o un orologio d’oro. Ma poi, scusa, che ti costa tornare alla macchinetta e prenderne un altro?».

Però dopo Micol si è resa conto che, per me,

la questione era seria.

E non solo per il caffè (anche se, insomma, toglietemi tutto ma non il mio espresso!), ma anche per una questione di principio: possibile che nel nostro blasonato, elegantissimo e anche un po’ snob ufficio ci sia un ladro? Senza contare che magari adesso cominciamo così, con una bevanda, ma poi tra un anno iniziano a scomparire cellulari e braccialetti preziosi.

Dicevo: Micol ha poi capito che ero davvero in difficoltà e si è addolcita.

«Sei un po’ svalvolata, Cristina, e non posso pensare che ti basti non perdere il tuo amato caffè per mettere su questa bizzarra faccia da Agatha Christie che sta per indagare su un caso misterioso. Ma su una cosa hai ragione: rubare è sempre rubare e il colpevole deve venire a galla. Vuoi che ti aiuti a scoprire la verità?».

All’inizio ho creduto che scherzasse, ma quando ho capito che invece voleva davvero darmi una mano e che aveva focalizzato la gravità del problema, mi sono sentita così felice che l’avrei abbracciata e baciata.

Che bello avere un’amica così!

Caccia al ladro: la lista dei sospettati e il nuovo collega

Fatto sta che, in una pausa pranzo, mentre io e Micol ci gustiamo (si fa per dire) un piatto di fusilli scotti, ci mettiamo a scrivere l’elenco dei sospetti. Il capo? Maddalena e Giorgia, le segretarie impiccione? Il fattorino che passa da noi cinque o sei volte al giorno (tra cui una proprio la mattina verso le nove)? La stagista sempre distratta? Quelli dell’ufficio accanto, che ci detestano (lo sanno tutti)?

La lista è lunga e a tratti assurda.

Maddalena e Giorgia sono due irrimediabili ficcanaso, vero, ma sono anche quelle che, se possono, un caffè te lo offrono volentieri. Stesso discorso per il capo, che chiaramente crede di averci acquistati al mercato nero degli schiavi, ma sicuramente non è un ladro. E anche tutti gli altri, al netto dei loro difetti, sono brave persone.

E poi, c’è Marco.

Marco, il nuovo collega.

Quello che ha sempre l’aria un po’ sospetta.

Quello che non ci ha mai offerto neanche un bicchiere d’acqua. Quello che diventa immediatamente il sospettato numero uno.

«Fuma il sigaro, è appassionato di backgammon e mangia sempre da solo. Praticamente un serial killer» scherza (ma non troppo) Micol, dopo il primo giorno d’indagini.

«Non riceve mai, e dico mai, telefonate sul cellulare. Anche questo è inquietante, non credi?» aggiungo io, prendendo appunti su un quadernetto comprato ieri al supermercato.

«Una volta mi ha detto che non ama i cani. Un mostro».

«C’è di peggio: non vuole figli» concludo severa.

«Non lo sapevo». Micol scuote la testa.

«Questa veramente me la sono inventata» rido. «Ma da uno così cosa vuoi aspettarti…».«Dài, Cristina, fai la persona seria…».

Proprio in quel momento, io e Micol ci rendiamo conto che, seduto al tavolo della mensa accanto al nostro, c’è proprio Marco. Da solo, appunto. Mentre mangia un tristissimo piatto di verdure cotte legge un libro dalla copertina scura e l’aspetto inquietante.

«Ma guardalo… Non è normale, ecco la verità» commento, e intanto mi viene in mente che dovrei trovare un modo per prendere le impronte digitali nella zona del mio computer e capire così se Marco invade i miei spazi. Voglio smascherarlo.

Ci ragiono un attimo, poi riprendo a parlare: «E se mettessimo delle webcam vicino al monitor del mio pc? E se pagassimo qualcuno per tenere d’occhio Marco quando noi siamo in riunione?».

«Calmati, Miss Marple. E comunque dobbiamo tornare in ufficio: pausa finita». Micol scherza, ma ho l’impressione che pensi che sto esagerando. Forse perché, in effetti, sto davvero esagerando.

Nei giorni successivi le mie indagini prendono una piega un po’ seria e un po’ folle, tra pedinamenti arditi, tentativi di spiare le mail di Marco, appostamenti piuttosto goffi…

«Sento che ce l’abbiamo in pugno» dico con il tono del migliore detective di una serie tivù.

Sono così presa che quasi mi dimentico che in fondo stiamo solo parlando di caffè rubati.

Ma poi, una mattina, succede un fatto strano. Arrivo al lavoro un po’ prima con il chiaro obiettivo di dare un’occhiata tra le cose di Marco.

Mi siedo davanti al suo computer, ispeziono la cassettiera lì vicino, cerco tra le penne, dò un’occhiata tra i suoi appunti.

Mentre sono immersa nella lettura di un documento poggiato sulla tastiera del suo pc, una voce alle mie spalle mi spaventa a morte: «E tu che ci fai qui, Cristina? Come ti permetti di frugare tra le mie cose? Certo che sei veramente matta».

È Marco.

«Io… be’… io stavo solo… Io…» bofonchio parole a caso, davvero a disagio. «Sono giorni che non mi molli un attimo. Si può sapere che cos’hai?».

«Tu… mi rubi sempre il caffè» sbotto, e nel momento stesso in cui parlo mi rendo conto di suonare un po’ strana. Pazza, direi.

«Si può sapere che cosa stai dicendo?». Mi guarda come se avessi un corno che mi spunta dalla fronte, o qualcosa del genere.

«Io neanche so che bevi il caffè».

«Smettila di fingere, Marco: ogni mattina prendo il caffè alla macchinetta e, appena lo poso sulla mia scrivania, che guarda caso è proprio di fronte alla tua, zac! scompare».

«Sarò sincero: non so di che cosa tu stia parlando». Marco sembra davvero sconvolto dalle mie parole.

Il colpevole che non ti aspetti: quando il caffè fa nascere un amore

Come va a finire? Nel modo più incredibile del mondo: proprio in quel momento ci raggiunge Micol, che sorride soddisfatta e dice: «Finalmente ce l’ho fatta!».

Due paia di occhi (i miei e quelli di Marco) la fissano sbigottiti: «Cosa?».

Micol è un fiume in piena: «Ho subito capito che voi due sareste stati perfetti l’uno per l’altra. E purtroppo ho anche subito capito che, da soli, senza un aiutino, non vi sareste neanche rivolti la parola». Fa una pausa, poi riprende: «Così ho ideato questo scherzetto del caffè. Perché sono io a prendertelo, Cristina. Sapevo che avresti sospettato di Marco e infatti… Eccovi qui. Insieme».

Non so come reagire.

Le amiche normali ti organizzano un appuntamento al buio, ti spingono a conoscere qualcuno su Tinder. La mia invece si è improvvisata ladra, mi ha spinta a indagare tipo Hercule Poirot, mi ha fatto fare la figura della svitata.

Eppure… come dicevo, Marco è davvero carino. E a giudicare dal suo sguardo, credo che anche lui mi trovi interessante.Infatti mi dice: «Ti sei comportata come una pazza, Cristina. Ma non è tutta colpa tua. E comunque non ti nascondo che mi piaci. Tanto. Ti andrebbe di bere qualcosa insieme? Non un caffè, però». Ride di gusto.

Gli sorrido.

Non so come andrà tra noi, ma di una cosa sono sicura: per un po’, meglio bere acqua e tè. Con il caffè ho chiuso.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

NEXT