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La mia serenata per te

Tutti vorrebbero essere belli, affascinanti, attraenti. Gabriele, però, sa di poter contare su altro: la sua straordinaria bravura nel canto. Che lo porta a Milano, in cerca del successo. E poi a casa, in Sicilia, per la serenata più incredibile di sempre

serenata: un ragazzo suona e canta per la ragazza che ama
CREDITS: pexels-cottonbro

Non sono bello, non lo sono mai stato: troppo magro, troppo curvo, troppo pallido, con un naso troppo lungo e i capelli indecisi tra il biondo e il castano. Unico di tutta la mia famiglia, non ho ereditato nemmeno gli occhi color del mare che i normanni hanno lasciato ai loro discendenti in terra di Sicilia. Non mi aiuta nemmeno la ricchezza, che riesce a far apparire bello quel che bello non è: mio padre ha una modesta drogheria in un paesino dell’entroterra di Agrigento. Un lavoro che ci dà da vivere, ma non certo soldi da buttare in vestiti di marca o in automobili costose. Madre Natura non mi ha dotato nemmeno di un ingegno brillante, che mi permettesse di fare carriera come avvocato o come medico, dandomi il fascino del prestigio.

Un talento nascosto nell’entroterra di Agrigento

Un solo talento mi è stato donato: una voce bellissima, intonata e ricca di armonia, capace d’incantare da sempre chi mi ascolta. Il primo ad accorgersene fu mio padre, appassionato di musica e direttore del gruppo folkloristico del nostro paese.

Era il giorno della recita di Natale della mia prima elementare e la maestra mi aveva assegnato la parte dell’angelo che annuncia la nascita di Gesù ai pastori.

È nato, alleluja, alleluja!

dovevo intonare, portandomi dietro il coro di angeli e pastori.

Seduto in mezzo agli altri genitori, mio padre aveva la fronte corrugata e un sopracciglio alzato, come quando dirigeva con piglio severo le prove dei suoi musicisti. Dopo, tenne la fronte corrugata e il sopracciglio alzato per tutta la strada che ci riportava a casa, senza dire neanche una parola. “Devo aver cantato proprio male…” pensai mortificato. E invece: «Il picciriddru canta come un usignolo» disse mio padre a mia madre. «La prossima volta che suoniamo me lo porto».

La sagra del mandorlo in fiore e le canzoni popolari

Detto fatto: a sette anni non ancora compiuti, esordivo in pubblico con U sciccareddu, un canto popolare in cui un povero contadino piange il suo asinello. Accompagnato da mio padre alla fisarmonica e dai suoi amici con chitarra, marranzano, tamburelli e flauto di canna, imparai il repertorio delle nostre canzoni popolari, con cui ci esibivamo a fiere e matrimoni. Tra tutte, l’occasione più attesa era la Sagra del mandorlo in fiore.

A Naro, tra febbraio e marzo si celebrava e si celebra tuttora la fioritura dei mandorleti, che una volta ricoprivano la Valle del Paradiso, alle porte del paese. Per accogliere la primavera, le vie si riempiono di carretti dipinti carichi di fiori e di ragazze in costume tradizionale, tra cui eleggere la più bella. Ma soprattutto le strade vengono travolte da musica e canti dei complessi folkloristici di tutta la Sicilia. Il nostro gruppo non mancava mai e ogni anno, per l’occasione, mio padre m’insegnava un nuovo brano, curandolo nei minimi dettagli.

Quando si accorse che l’adolescenza mi aveva cambiato la voce, il primo pensiero di mio padre fu proprio per la canzone da cantare sotto i mandorli in fiore: «Ora che hai un’intonazione da uomo, possiamo farti cantare una serenata» disse, battendomi una pacca sulla spalla. Il repertorio siciliano è ricchissimo di canzoni d’amore, una più incantevole dell’altra, da Mi votu e mi rivotu, in cui l’innamorato si volta e si rivolta nel letto tra i sospiri, a Nicuzza, che semina garofani bianchi e rossi, belli come lei.

La scelta della serenata

Mio padre ci pensò per un pezzo, facendomi provare e riprovare per capire quale si adattasse meglio alla mia voce. Alla fine, la sua scelta cadde su … e vui durmiti ancora!, che racconta come gli uccellini, i fiori e persino il sole aspettino ansiosi che la bella si affacci al balcone per mostrare il suo viso all’innamorato, che trascorre le notti insonne sotto la sua finestra.

Tra le bellissime serenate siciliane, questa è forse la più bella, con un testo poetico e una musica struggente.

Si racconta che, in una notte in trincea durante la Prima Guerra Mondiale, un soldato siciliano abbia deciso d’intonarla accompagnato dalla sua chitarra e gli austriaci abbiano applaudito commossi, anche se non avevano capito neanche una parola.La prima volta che cantai una canzone d’amore, mio padre mi diede un consiglio da vero professionista: «Le serenate non si cantano al vento» disse. «Devi avere davanti agli occhi la donna per cui stai cantando».

Immaginando la mia ragazza dei sogni non ebbi bisogno di riflettere nemmeno per un istante: fin dal tempo di quella famosa recita di Natale alle scuole elementari, non avevo avuto occhi che per Barbara. Bella, bellissima, più bella di un mandorlo in fiore.

E in aggiunta intelligente, sempre la prima della classe. E, giusto per renderla ancora più irraggiungibile, perfino ricca, figlia unica della famiglia più in vista del paese, proprietaria di vigneti, pescheti e uliveti su quelle colline che ci chiudono la vista del mare.

«Lu suli è già spuntatu ‘ntra lu mari / e vui bidduzza mia durmiti ancora» intonai, pensando ai suoi occhi neri come la mezzanotte e alla sua pelle bianca come la luna.

E bravo, Gabriele!

approvò mio padre. «Quest’anno, la sagra del mandorlo sarà memorabile».

In effetti, memorabile la sagra lo fu davvero: tra i rami fioriti, che lasciavano cadere i loro petali immacolati come una neve di primavera, c’era anche Barbara, più bella che mai nel costume antico che era stato di sua nonna, con il corpetto di velluto e i grandi cerchi d’oro alle orecchie. Una vera apparizione.Barbara ballava la tarantella con un gruppo di ragazze, suonando il tamburello, e la sua gonna rossa sbocciava e si chiudeva al ritmo della musica come la corolla di un fiore.

«Tocca a noi!» mi richiamò mio padre, e attaccò con la fisarmonica la nostra serenata.

«Lu suli è già spuntatu ‘ntra lu mari…» cominciai.

Con Barbara davanti agli occhi, la mia esecuzione fu ancora più intensa e appassionata del solito. Così appassionata che Barbara si voltò verso di me e i nostri occhi s’incontrarono per un istante. Era il primo sguardo che avesse mai posato su di me e una speranza irragionevole mi germogliò nel cuore.

“Forse, se diventassi un cantante ricco e famoso…” fantasticai a briglie sciolte. “Uno di quelli che cantano al Festival di Sanremo…”.

Passai la notte a voltarmi e rivoltarmi nel letto, mentre quel germoglio metteva radici.

Il sogno di Sanremo e il viaggio a Milano

Nel giro di pochi giorni, la speranza era diventata un progetto, e il progetto un’idea fissa. Ne parlai con mio padre, che mi guardò severo e corrucciato.

«Sei bravo, Gabriele» concesse alla fine. «Ma per farlo di mestiere, devi studiare sul serio».

Grazie all’approvazione e al temperamento deciso di mio padre, due settimane dopo partivo per Milano con in tasca l’indirizzo di un lontano cugino e una busta con i risparmi che papà aveva messo da parte per cambiare l’auto.

«Quella vecchia cammina ancora» disse quando protestai. «Adesso servono a te».

Cominciarono così due anni di studio, di lavoro e di solitudine che mi sembrarono eterni: tra la nebbia invernale e l’afa estiva, entrambe sconosciute al mio paese, passavo giornate sempre frenetiche e impegnate: le lezioni private di canto, l’impiego come cameriere (per coprire almeno una parte delle spese) e la compagnia scontrosa del lontano cugino, con cui era difficile scambiare anche solo due parole. In Sicilia non tornavo nemmeno a Natale, per risparmiare i soldi del viaggio. E un po’ anche perché volevo ripresentarmi a Barbara solo come vincitore, con il successo come trofeo da esibire.

Peregrinavo da un’audizione all’altra, comprese quelle caotiche nei centri commerciali, tra bambini urlanti e altoparlanti che gracchiavano. I primi insuccessi non mi scoraggiarono. «Bisogna insistere» sosteneva il mio insegnante, deciso.

Nessuno ce la fa al primo tentativo.

Alla fine, in effetti, la mia voce riuscì a farmi notare da un’etichetta discografica, che mi fece registrare un brano da inviare alle selezioni di Sanremo Giovani. La canzone non mi convinceva granché, ma feci del mio meglio e fummo convocati per un’audizione dal vivo.

“È fatta!” pensai. E già mi vedevo sul palco, con tanto di debutto in televisione.Invece, l’insindacabile giudizio della commissione musicale mi ributtò in un istante nel mare dei cantanti sconosciuti della Penisola. Diedi la colpa alla canzone, al mio aspetto, alla sfortuna.

«La prossima volta andrà meglio» mi consolò l’insegnante di canto.

Resistetti ancora per qualche mese. Ma dopo essere arrivato così vicino al traguardo la delusione era stata troppo grande.

Il ritorno a casa e l’ingaggio in playback

Così, una mattina di febbraio, mi lasciai alle spalle le lezioni di canto e il gelo del nord e tornai a casa.Tornavo da sconfitto, più pallido e più curvo del solito.

Mi presentai in drogheria da papà con la valigia in mano:

Non ce l’ho fatta

mormorai, senza nemmeno salutare. Papà mi abbracciò e mi diede un colpetto sulle spalle: «Vorrà dire che canterai con noi, come hai sempre fatto. C’è mancata la tua voce alla sagra del mandorlo».

Mi sforzai di sorridere e il campanello che annunciava i clienti mi costrinse a ingoiare le lacrime.

«È permesso?» salutò il nuovo arrivato, con un accento di città. «Cercavo il direttore del gruppo folkloristico». Mio padre si fece avanti, tendendo la mano.

«Mi chiamo Leonardo» si presentò l’uomo. «Voglio fare una serenata e mi hanno detto di rivolgermi a lei». Ormai da più di un anno Leonardo voleva dichiararsi a una ragazza, ma non ne aveva il coraggio e temeva un rifiuto. «Forse, con una serenata, riuscirò a esprimermi meglio che con le parole. E, soprattutto, potrò convincerla a dirmi di sì» sorrise.

Leonardo era alto, moro, con un fisico da atleta e un volto da attore del cinema. Sbirciai oltre la vetrina e vidi un’automobile di lusso.

“Vorrei conoscerla la donna che non gli dice di sì…” mormorai tra me con una certa invidia.

«Mi servirebbe per la sera di San Valentino» riprese Leonardo. «La Festa degli Innamorati mi pareva l’occasione più adatta».

Mio padre annuì: «Va benissimo. Noi suoniamo e lei canta. Che pezzo ha scelto?».

Leonardo fece un sorriso imbarazzato: «Veramente avrei bisogno anche di un cantante… Io sono così stonato che rischierei di farla scappare! Guardi, sono pronto a pagarlo qualsiasi cifra».

Per far vedere che non stava scherzando, tirò fuori dalla giacca penna e libretto degli assegni.

«Non so, più o meno 1.000 euro le bastano? Solo per il cantante, intendo».

Dal mio angolo, sgranai gli occhi davanti a quell’ingaggio favoloso. «Non è questione di soldi» ribatté mio padre. «È che la serenata la deve fare l’innamorato. Oppure perde di poesia».

Leonardo lo guardò con due occhi supplicanti. Mio padre si accarezzò il mento con la fronte corrugata e il sopracciglio alzato. Finché un’idea gli illuminò lo sguardo: «Ho trovato! La facciamo cantare in playback».

In playback?

si stupì Leonardo.

«Sicuro!» confermò mio padre. «Lei si mette sotto la finestra della ragazza e noi ci piazziamo intorno con gli strumenti. Dietro l’angolo, nascondiamo mio figlio: lui canta e lei muove la labbra».

Io e Leonardo ci guardammo perplessi.

«Nel buio della sera nessuno si accorgerà di niente» assicurò mio padre. «E vedrà che con la voce di Gabriele conquisterà qualsiasi ragazza».

Leonardo sembrò convincersi: «E va bene. Mi fido di lei» disse, tendendo l’assegno.

«Faremo una serenata da far capitolare anche il più duro cuore di pietra» strizzò l’occhio mio padre, e prese carta e penna per annotarsi l’indirizzo.

«La ragazza abita in quella bella casa antica di fronte alla chiesa» disse Leonardo. «Quella col grande portone scuro. È impossibile sbagliare».

Sì, era impossibile sbagliare:

quella era l’abitazione di Barbara.

«Mi raccomando, conto su di te» mi strinse forte la mano Leonardo e uscì con il passo sicuro dei vincitori.

«Hai visto?» disse mio padre, rimirando l’assegno. «Sei arrivato da appena due ore e guarda qua che ingaggio».

Non riuscii a condividere il suo entusiasmo. Il mio ritorno non poteva essere peggiore: non solo quel tizio aveva tutte le virtù che a me mancavano, ma adesso la mia voce lo avrebbe aiutato a sposare Barbara.

Mancavano pochi giorni a San Valentino, giusto il tempo per ritrovare la sintonia con i musicisti, con i quali non cantavo da tanto tempo. Doveva essere poco più di una formalità.

Invece: «Io vorrei capire che cosa ti hanno fatto a Milano» sbottò mio padre alla prima prova. «Ti hanno tolto la voce o solo la voglia di cantare?».

Non risposi, guardandomi le scarpe. Lo sentivo anch’io che il mio canto non era più lo stesso. Era la stanchezza, o forse la delusione per quel Sanremo mancato. Oppure, più probabilmente, lo sconforto che mi prendeva al pensiero di fare da doppiatore all’innamorato di Barbara. Per poi vederla affacciarsi al balcone, sorridere, scendere nella via, baciarlo davanti a tutti. Soprattutto, baciarlo davanti a me, nascosto nell’ombra del vicolo e costretto a scivolare via senza farmi vedere.

«Speriamo che la voce ti torni per la serenata» si preoccupò mio padre. «O finisce che quello ci chiede di avere indietro il denaro».

L’incombere di quella serenata mi guastò i giorni e le notti. Non mi rallegrò nemmeno rivedere mia madre, le mie sorelle e gli amici, dai quali ero stato lontano per tanto tempo.

La sera, a letto, mi figuravo infinite volte la scena alla quale sarei stato costretto ad assistere, sperando di abituarmi all’idea. Ma ogni volta faceva male come la prima. E avrebbe fatto ancora più male quando l’avessi vista dal vero.

La sera di San Valentino mi sentivo così a terra che pensai di darmi malato.

«Ho un po’ di mal di gola» buttai lì a cena.

Il sopracciglio alzato di mio padre mi guarì all’istante. Seguii mio papà in piazza con l’aria del condannato al patibolo. Leonardo ci aspettava impaziente, con indosso un vestito elegantissimo, che lo faceva sembrare un modello della pubblicità.

«Mettiti qua» mi ordinò mio padre, indicando l’angolo buio del vicolo, proprio alle spalle dei musicisti. «Così la direzione della voce è giusta, ma dalla casa nessuno ti può vedere».

La magia della serenata di san Valentino

Quella sera era scura e deserta. I suonatori si disposero intorno all’innamorato. La luna pensò bene di sbucare dalle nuvole per dargli una mano.

«Pronti?» alzò la mano mio padre.

Al suo via, la chitarra cominciò un arpeggio, la fisarmonica le andò dietro. Le note riempirono la via silenziosa. I più curiosi scostarono le tende per vedere che cosa succedeva. La fisarmonica terminò la sua introduzione: ora toccava a me. Alzai gli occhi verso le finestre della casa di Barbara: «Lu suli è già spuntatu ‘ntra lu mari / e vui bidduzza mia durmiti ancora» cominciai. La voce era tremolante. Mio padre mi lanciò un’occhiataccia. Leonardo corse a muovere le labbra e, nella luce incerta della luna, pareva che fosse davvero lui a cantare. «L’aceddi sunnu stanchi di cantari / e affriddateddi aspettanu ccà fora» continuai.

Una tenda si mosse dietro la finestra. Oltre il riflesso del vetro, indovinai un volto chiaro come la luna, con due occhi neri come la mezzanotte. La voce prese a sgorgarmi dal petto piena e appassionata come il canto degli uccelli quando sorge il sole.

«Lassati stari, nun durmiti cchiùi / ca ‘mmenzu a iddi dintra a ‘sta vanedda / ci sugnu puru iù ch’aspettu a vui» iniziai il ritornello.

Barbara si affacciò dal balcone, nel gesto antico della ragazza che accetta la serenata e il corteggiatore. Dal mio angolo buio riuscivo a distinguere i suoi occhi emozionati, felici.

Gli occhi di una donna che aspetta da tanto tempo una dichiarazione che sembrava non voler arrivare mai.

«… e aspettu sulu quannu v’affacciati» terminai, con il cuore che scoppiava. La fisarmonica lasciò spegnere le ultime note.

Sul balcone, Barbara rientrò di corsa.

“Ora scende” pensai. “Scende e si butta tra le sue braccia”. Un nodo mi chiuse la gola. La serratura del portone scattò con un rumore secco, come un colpo di pistola. E Barbara fu sulla soglia. Leonardo allargò le braccia. Barbara non lo guardò nemmeno.

Puntò dritta verso il vicolo e venne a buttarsi tra le mie braccia: «Sei tornato! Ma quanto mi hai fatto aspettare!» rise felice.

Prima che potessi parlare, mi stampò sulle labbra un bacio.Dalla via, mi arrivò la voce soddisfatta di mio padre: «Gliel’avevo detto che quando canta mio figlio non c’è ragazza che può resistere!» rise, battendo la mano sulla spalla di Leonardo.

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