Alzi la mano chi non hai mai creduto ai colpi di fulmine.
Non so voi, ma io sono cresciuta con il mito “eccolo, è proprio lui”: il ragazzo che entra nella stanza e come per magia il tempo si ferma. Una musica assordante risuona nella testa, le mani sudano, il cuore accelera, lo stomaco si contorce. Saranno state le serie tivù adolescenziali con cui abbiamo sognato per anni, le rubriche sdolcinate, i romance divorati fino a notte fonda, le canzoni di Taylor Swift…
Non lo so, sta di fatto che siamo sempre state in molte a credere che avremmo riconosciuto al primo sguardo l’anima gemella, perché l’amore vero è così che si manifesta. Nei miei primi 20 anni di vita ho già ha avuto il cuore spezzato svariate volte a causa di romantici colpi di fulmine. L’ultima ferita me l’ha inferta Alex, di cui ho conservato persino i fazzoletti su cui ho versato fiumi di lacrime.
Ero davvero convinta che lui fosse quello giusto.
Nonostante Jack, il mio migliore amico, mi avesse messo in guardia che era il solito idiota convinto di essere Dio in terra. Ed ora veniamo a Jack. Il suo nome in verità è Giacomo e io e lui ci conosciamo dal liceo. Quando ci hanno presentati anni fa non ho sentito scampanare proprio nulla nella mia testa né ho avuto attacchi di tachicardia.
Per questo non ho mai considerato la possibilità che lui potesse interessarmi se non in qualità di amico. La nostra amicizia è cresciuta giorno dopo giorno senza clamore. Lui era quello che chiamavo quando avevo bisogno di sfogarmi, ma anche quando avevo solo voglia di lamentarmi del mondo, del meteo o della gente che cammina troppo lentamente. E io ero quella che sapeva sempre come farlo ridere nei momenti storti, anche quando non avevo la minima idea di cosa stessi facendo. Era facile, naturale.
Con lui non dovevo essere brillante, interessante o misteriosa. Potevo essere stanca, sarcastica, disordinata. Potevo anche restare in silenzio. Cosa che, pensandoci, per me è già una dichiarazione d’amore. Potevo arrivare a casa sua in felpa e anfibi gridando: «Oggi ho il ciclo! Ti prego, stammi accanto mentre guardiamo Notting Hill e ci ingozziamo di biscotti al cioccolato!».
Lui sorrideva, andava a prendermi dolcetti e coperte di pile e mi restava accanto senza pretendere niente.
Non saprei dire quando è cambiato tutto.
Ho provato a trovare una data, un momento solenne da cerchiare in rosso sul calendario, tipo “attenzione, qui inizia la catastrofe sentimentale”.
Invece: niente. Solo una serie di eventi apparentemente innocui, di quelli che all’inizio archivi sotto la voce “amicizia” e poi tornano a perseguitarti con la forza di una verità imbarazzante. Tipo il mio mal di stomaco degenerato in gastrite quando Jack, un’estate, mi ha scritto che si era messo con una focosa ragazza irlandese del campeggio dov’era andato in vacanza. Ecco, quello, a ben guardare, poteva essere un segnale. Ma non l’ho ascoltato.
Jack per me è sempre stato solo un ragazzo intelligente, simpatico, molto carino, con un senso dell’umorismo fin troppo compatibile con il mio. Io, che di solito ho gusti complicati e una certa predisposizione per le persone emotivamente respingenti, con Jack mi trovavo fin troppo bene. Ridevamo delle stesse cose stupide, facevamo battute pessime senza giudicarci, amavamo la stessa musica, gli stessi film, i manga. Riuscivamo a parlare per ore di tutto e di niente. A un certo punto ho iniziato a notare dettagli che prima non vedevo. O che fingevo di non notare, perché la negazione è una grande alleata quando non vuoi affrontare la realtà. Il modo in cui mi guardava quando pensava che non me ne accorgessi. Il modo in cui io lo guardavo quando pensavo che non se ne accorgesse.
Il fatto che mi scrivesse per raccontarmi cose assolutamente inutili, come se fossi diventata il suo diario personale. Il fastidio inspiegabile che provavo quando parlava di altre ragazze, che io archiviavo con un dignitosissimo “sono solo protettiva, è normale tra amici”. Certo, normalissimo. Quando per esempio ha provato a uscire con Katia e io ho fatto di tutto per farla apparire come la più oca della compagnia. Le nostre rispettive conquiste non ci hanno mai convinti del tutto e duravano il tempo di un amen. Tutto questo ci sembrava normale.
Nel frattempo continuavo a ripetermi che era solo amicizia. Siamo amici, punto. Amici che si cercano ogni giorno, che si mancano quando non si sentono, che si conoscono troppo bene e che stanno inspiegabilmente meglio quando sono insieme. Poi sono arrivati i piccoli gesti, quelli che nessuno nota ma che fanno un gran casino dentro. Le mani che si sfiorano “per sbaglio” e non si spostano subito. Gli abbracci un po’ più lunghi del necessario, che praticamente diventano rifugi. Le battute ambigue dette per scherzo, seguite da quel mezzo secondo di silenzio. Ero diventata bravissima a ignorare i segnali. Una campionessa olimpica della razionalizzazione. Se il cuore accelerava quando rideva, era perché rideva troppo forte. Se mi sentivo improvvisamente calma quando mi scriveva, era solo abitudine. Se era la prima persona a cui pensavo al mattino e l’ultima la sera, era solo affetto. Certo, come no.
Eppure, in cuor mio, a un certo punto l’avevo capito.
Avevo avuto una giornata pessima, di quelle in cui tutto sembra andare storto senza un motivo preciso. L’università, mia madre, i bambini al piano di sopra che facevano un casino inaccettabile. Perfino il cielo sembrava aver deciso di mettersi contro di me. Ho scritto a Jack un messaggio stupido, uno di quelli che inizi con: “Odio tutti” e finisci con una sfilza di faccine tristi. Non mi aspettavo nulla di speciale, solo la solita risposta ironica per sdrammatizzare. Invece, dopo neanche mezz’ora lui era lì, sotto casa mia, con due birre e le patatine, quelle nel sacchetto nero, le mie preferite.
«Non sapevo che cosa portare, quindi ho preso il necessario per sopravvivere a una crisi esistenziale» ha detto, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Siamo rimasti seduti sul pavimento di camera mia a parlare per ore. O meglio, io parlavo e lui ascoltava. Ascoltava davvero. Non annuiva e basta. Era presente. E più il tempo passava, più sentivo quella tensione strana nello stomaco, una specie di calore che non riuscivo a classificare.
A un certo punto mi sono interrotta nel mezzo di una frase e l’ho guardato.
Lui era lì, con quell’espressione attenta e calma, come se niente fosse più importante di quello che stavo dicendo. Mi è venuta voglia di abbracciarlo. Non uno di quegli abbracci veloci da amici, ma qualcosa di più lungo, più fermo.
Non l’ho fatto, ovviamente.
Ho distolto lo sguardo e ripreso a parlare di tutt’altro. Come se niente fosse.
Quella notte, quando se n’è andato, la mia stanza mi è sembrata improvvisamente troppo silenziosa. Ero sempre stata benissimo da sola, ma quella volta era diverso: mi mancava qualcosa.
Nei giorni successivi ho cercato di convincermi che fosse solo una fase. Che stessi semplicemente attraversando uno dei miei soliti momenti di confusione sentimentale.
Dopotutto, era molto più facile pensare di essere strana io piuttosto che mettere in discussione anni di amicizia.
Così, ho fatto quello che mi riusciva meglio: ho ignorato la cosa.
Ho riempito le mie giornate, accettato inviti.
Ho perfino provato a interessarmi a qualcun altro. Con risultati piuttosto discutibili.
Infatti ogni volta che ridevo con qualcuno (qualcuno che non era Jack), una parte di me faceva il confronto e il ragazzo in questione perdeva sempre.
Perché con Jack era diverso. Non c’era sforzo, non c’era strategia, non c’era quella sottile ansia da prestazione che accompagna quasi tutte le relazioni all’inizio.
Con lui era già tutto già costruito, solido. Ed era proprio questo il problema: come fai a rischiare qualcosa che funziona così bene?
La risposta è, ovviamente, che alla fine non rischi un bel niente. Avevo troppa paura. Paura di rovinare qualcosa di unico e bellissimo. Paura di perdere il mio posto sicuro. Perché Jack era quello: il posto dove potevo essere me stessa senza filtri. E rischiare di perderlo mi sembrava peggio che restare in quella friendzone, quella zona grigia fatta di frasi non dette e sorrisi trattenuti.Siamo andati avanti così finché per me è diventato impossibile fare finta di nulla.
Mi piacerebbe poter dire che a un tratto è successo qualcosa di eclatante che ci ha spinto uno verso l’altra. Invece no. La svolta non è stata epica. È stata una sera normale, di quelle che non promettono niente. Eravamo stanchi, forse un po’ più vulnerabili del solito.
Stavamo rivedendo per la milionesima volta l’ultimo capitolo della saga di Harry Potter, la nostra preferita. A un tratto il cuore mi è rotolato via e ho pensato al momento in cui, dopo essere cresciuti insieme, Ron e Hermione, finalmente riescono a baciarsi e ad ammettere che la loro non era solo una splendida amicizia. All’improvviso mi sono sentita triste. Triste, ma illuminata.
E ho sentito il bisogno impellente di dire a Jack una cosa molto semplice: «A volte penso che io e te siamo come Ron e Hermione» ho sussurrato, arrossendo in ogni centimetro del mio corpo.
Jack è arrossito a sua volta e stava per dire qualcosa di stupido che mi avrebbe fatto ridere e allontanata da quell’insolita rivelazione.
Ma poi è diventato serio mi ha preso la mano e ha detto: «Non c’è nessuno con cui sto bene come con te, Bea! Con te mi sento a casa».
E lì ho capito che tutte le mie difese, le mie scuse, le mie etichette erano crollate una dopo l’altra. Perché “casa” non è un posto qualunque: casa è dove vuoi tornare, anche quando non sai bene perché. Quando finalmente ho trovato il coraggio di dirlo a voce alta (con parole confuse, poco eleganti, decisamente non da film) non è stato imbarazzante come temevo. È stato imperfetto e vero. Come quel nostro primo bacio: imperfetto, con i nasi che si scontravano e io che non smettevo di ridere. Poi però sono arrivati il secondo, senza disagio e con i nasi al posto giusto, e il terzo, e il quarto.E poi è arrivata anche la voglia di stare insieme e non lasciarci più. È passato del tempo da quella sera e oggi io e Jack siamo fidanzati da tre anni.
Siamo felici. Tanto, tanto felici.
E questa è la semplice storia di una ragazza che credeva ai colpi di fulmine e che un giorno ha capito che spesso l’amore non arriva all’improvviso a scombinare tutto, ma cresce piano, vestito da amicizia, nascosto tra le risate, le confidenze e le prese in giro. E che la relazione più romantica non è necessariamente quella che inizia con un colpo di fulmine.
Anzi, a volte è quella in cui ti innamori della persona che, senza accorgertene, è sempre stata al tuo fianco.
Quella che ti ha fatto sentire a casa molto prima che tu capissi di voler restare.
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