Se c’è una cosa che ho imparato nella vita è questa: i fiori non mentono mai. Riflettevo tra me e me su questo tema fissando le rose rosse a gambo lungo che giacevano sul mio bancone come soldati in attesa di un’esecuzione. Rose Freedom. Un nome che è tutto un programma, considerando che di solito finiscono infilate in un vaso di cristallo mentre lui cerca di spiegare perché la sua camicia profuma come la segretaria dell’amministrazione. «Troppo classico» mormorai.
«Scusa?».
Martina mi fissava come se avessi appena bestemmiato in chiesa. Indicai il mazzo: «Rose e iperico. Cioè il kit standard del “mi sono dimenticato che oggi festeggiamo un anno insieme e sono passato dal fioraio all’angolo mentre la macchina era in doppia fila”. Previsione: ancora tre mesi in coppia e poi fine. Al massimo sei, se lei ha molta pazienza o c’è di mezzo un mutuo cointestato». Martina sospirò prima di uscire per tornare a casa: «Elena, sei impossibile».
«No, sono realista».
Ed è vero. Non è che io sia cinica. È che, come dicevo, i fiori non mentono mai. Gli uomini? Quelli invece sì, e pure spudoratamente. Dicono: «Ti amerò per sempre» e poi scelgono un mazzo di anemoni che, per la cronaca, durano quanto un gelato al sole ad agosto. Ho una tabella mentale dei destini delle coppie che è più precisa di un algoritmo della Nasa: roba da pazzi?
Le ortensie, per esempio, indicano stabilità, pantofole e domeniche all’Ikea. Se un uomo le sceglie, è un tipo che non ti tradirà mai, ma probabilmente dovrai spiegargli tu come si usa la lavatrice. I gigli? Allarme rosso: sono il fiore del dramma. Profumano tantissimo, macchiano tutto con il polline e sembrano urlare: «Ho fatto un casino epico e spero che questo stelo gigante mi salvi la pelle». E poi, c’è il bacio della morte, il garofano. Se lui si presenta con un mazzo di garofani, il messaggio subliminale è: «Ti trovo simpatica, potremmo essere ottimi compagni di bridge». Praticamente la castità fatta fiore. Proprio mentre stavo per infilare l’ultima rosa nel mazzo che avrei chiamato Condanna a breve termine, la porta del mio negozio si spalancò di botto ed entrò una donna che sembrava uscita da una pubblicità d’integratori per il successo: tailleur color crema, capelli impeccabili e sguardo tagliente, che metteva paura. «Voglio un mazzo importante» esordì senza nemmeno un saluto. «Qualcosa che dica: “Sono una donna di potere e il mio compagno deve essere alla mia altezza”». La studiai: era il tipo da gladioli e infatti, i suoi occhi puntarono dritto verso i secchi in fondo.
«Quelli bianchi. E ci aggiunga anche qualche giglio». Sentii un brivido. Gigli e gladioli. Una combinazione che, nel mio codice, per una coppia significa lotta di potere con alta probabilità di lancio di piatti entro Natale. «I gladioli sono molto… rigidi» azzardai, sfoderando il mio miglior sorriso. «Non preferirebbe delle peonie?».
Le peonie vanno bene per le ragazzine romantiche
m’interruppe lei. «Io voglio i gigli. Devono profumare così tanto da stordirlo mentre gli comunico che abbiamo prenotato una settimana alle Maldive. Paga lui, ovviamente». Mentre incartavo quel monumento all’ego, non potei fare a meno di mormorare: «Spero che lui non sia allergico. Il giglio è un fiore che non lascia scampo». «Che cosa ha detto?». «Ho detto che… questo mazzo resterà impresso nella memoria del suo uomo per molto tempo». Dopo l’uscita trionfante della “donna-gladiolo”, mi concessi un sospiro di sollievo. Mi pulii le mani sul grembiule quando sentii che la porta si apriva di nuovo: «Se sei un corriere, lascia pure lì». «No, non sono un corriere». Mi bloccai. Quella voce. Alzai lo sguardo e il mio cuore decise d’inciampare. Fabio.
Era il solito, meraviglioso disastro: i capelli castani che sembravano reduci da un combattimento corpo a corpo con un ventilatore, la macchina fotografica che ciondolava contro la fibbia della cintura. E quel profumo, quell’odore di legno di sandalo e caffè forte che mi fa regolarmente dimenticare come si usa la punteggiatura.
«Ancora a lanciare maledizioni botaniche?» domandò Fabio ridacchiando. «Guarda che prima o poi qualcuno ti denuncerà per abuso della professione d’indovina».
«La mia è osservazione scientifica. Quella donna ha appena comprato l’equivalente di una bomba a orologeria profumata» risposi un po’ piccata. «Ma cosa ci fai qui? Non dovresti essere a fotografare qualche modella svedese su un ghiacciaio o in cima a un grattacielo?».
«Ho bisogno di te» disse lui, avvicinandosi così tanto che potevo vedere le pagliuzze dorate nei suoi occhi. Silenzio. Il mio cervello in tilt. Completamente.
«Scusa?».
«Ti ricordi quell’influencer per cui abbiamo lavorato qualche mese fa?».
«Quella che insegna a “piangere in modo estetico”? Difficile dimenticarla». «Ecco, si sposa fra tre settimane: 600 invitati, diretta streaming e… rullo di tamburi…. ho convinto il suo wedding planner che senza i tuoi fiori e le mie foto il matrimonio sembrerebbe una sagra della porchetta.
È la nostra occasione, faremo faville!».
Mi sorrise. Con quel sorriso che mi tiene in ostaggio da quando avevamo dieci anni e lui mi difese da un bullo lanciandogli contro il suo astuccio di Spider-Man.
Il problema è che per Fabio io sono ancora quella ragazzina. O meglio: sono una collega fidata, il suo braccio destro. Praticamente un comodino solido e capiente: utile, affidabile, ma nessuno pensa di portarselo a letto per una notte di passione. «Sarà un delirio. Ma sarà il nostro delirio» riprese Fabio.
Lavorare con lui per parecchi giorni in una villa isolata, tra petali di rosa e luci soffuse: praticamente il mio sogno proibito che prendeva forma. Poteva essere un’occasione per fargli capire che non ero solo la sua consulente botanica di fiducia, ma una donna in grado di… «C’è di più!» riprese lui.
«Visto che sarà un lavoro immenso, ho pensato a un aiuto. Chiara verrà a farmi da assistente. Finalmente potrete conoscervi». «Chiara» ripetei con la voce che aveva la stessa temperatura di un surgelato nel freezer.
«La tua nuova ragazza. Quella che su Instagram posta foto di avocado toast e tramonti con scritte motivazionali». «Dal vivo è meglio, giuro. Senti…». Fabio si sporse verso di me. «Voglio che Chiara si senta parte del gruppo. Mi aiuti, vero?». Come no. Mi farò venire un’ulcera pur di far sentire a suo agio la donna che sta occupando il posto che vorrei io.
«Certo» risposi sfoderando il sorriso più falso della storia. «Chiara sembra una… margherita. Semplice, affidabile». Lui si illuminò: «Sapevo che avresti capito». «Non vedo l’ora» mormorai mentre usciva dal negozio fischiettando, lasciandomi sola con un mazzo di rose rosse che, improvvisamente, sembravano aver deciso di appassire tutte insieme per solidarietà.
Dicevo: Chiara è una margherita. Ovvero una pianta infestante, resistente alla siccità e alle critiche. Difficile da estirpare. Il giorno dell’allestimento arrivò con la grazia di un tir in contromano e con l’umidità di una foresta pluviale amazzonica. La villa svettava sul lago con le sue guglie barocche e quell’aria di nobiltà decaduta che la “sposa influencer” aveva deciso di svecchiare con tre chilometri di tulle fucsia. Ero in piedi dall’alba con le mani che sapevano di linfa e il fegato di bile.
«500 peonie bianche, Fabio: 500!» urlai sventolando una corolla che stava miseramente chinando il capo verso il pavimento di marmo. «L’umidità le sta trasformando in stracci bagnati. Se non accendono il condizionatore entro dieci minuti, il bouquet della sposa sembrerà un contorno di verdure al vapore!».
Fabio non mi ascoltava. Era troppo impegnato a inquadrare Chiara che fluttuava tra i banchi della cappella privata indossando un vestitino a fiori. «Resta così! La luce che filtra dal rosone ti trasforma in una madonna preraffaellita» mormorava lui scattando a ripetizione. Ed ecco il vero dramma: Chiara non era un mostro. Non era nemmeno antipatica. Aveva passato la mattina sorridendo e facendo domande intelligenti. Fabio finalmente lasciò la sua reflex e si arrampicò sulla scala accanto alla mia per aiutarmi a fissare l’arco floreale sopra l’altare: «La nostra cliente è entusiasta dei tuoi tulipani neri. Dice che danno un tocco dark chic». «I tulipani neri sono come mettere un’insegna luminosa con la scritta “Siamo totalmente incompatibili, ma postiamo belle foto su Instagram”. Entro l’anno quei due saranno dall’avvocato divorzista».
Lui rise, quel tipo di risata che mi fa regolarmente mancare la terra sotto i piedi: «Sei incorreggibile, Elena. Vedi sventure ovunque. Guarda Chiara: per lei i fiori sono solo messaggeri di gioia. A proposito, adesso che la conosci un po’ meglio ti sembra ancora una margherita?». «Sì, ma è anche è unagypsophila. La cosiddetta “nebbiolina”». Feci una breve pausa. «Sai, quella pianta bianca e soffice che si mette ovunque per riempire i buchi quando mancano fiori più importanti. Sta bene con tutto, non dà fastidio, ma se la lasci da sola in un vaso… Be’, non ha una storia da raccontare». Fabio mi guardò con un’espressione strana. «La nebbiolina, eh? E tu che fiore saresti?». «Un’ortensia. Sono quella delle domeniche noiose e della stabilità. Quella che trovi sempre lì, anche quando i tulipani neri hanno finito di fare scena». Lui allungò una mano, forse per togliermi un petalo dai capelli. Proprio in quel momento Chiara si avvicinò alla scala: «Elena, ho spostato quel vaso di ortensie giganti che intralciava il catering. Ho fatto bene?». Problema: aveva spostato le ortensie proprio dove stavo per mettere il piede. Inciampai sul bordo di terracotta.

Chiusi gli occhi, aspettandomi l’impatto con il marmo e il rumore della mia dignità che andava in frantumi insieme ai fiori. Invece, ci fu solo il rumore sordo di un corpo che sbatte contro un altro. Fabio, con un riflesso da gatto, mi aveva bloccata a mezz’aria, afferrandomi al volo e tirandomi a sé.
Rimanemmo così per qualche secondo. I nostri volti a pochi centimetri. Sentivo il suo cuore battere contro il mio. Veloce. Troppo veloce per essere solo amicizia.
«Presa al volo!» sussurrò. Proprio in quel momento, si sentì un “click”. Chiara, con la seconda reflex di Fabio in mano, ci aveva appena scattato una foto: «Oddio, scusate!» esclamò, arrossendo. «Forse non avrei dovuto, ma era un’inquadratura così intensa. Non ho saputo resistere». In quell’istante, un urlo squarciò l’aria. «Il mio bouquet è diventato marrone: Elenaaaaa!». La nostra amata influencer era entrata nella cappella urlando come se avessero appena cancellato il suo account Instagram. Il disastro era ufficialmente servito. Le sue peonie avevano deciso di diventare marroni, rifiutandosi di collaborare con il sogno da copertina della futura sposa. «Elena, fai qualcosa! Sembra che abbia raccolto fiori in un parcheggio abbandonato!». Mentre Chiara cercava di calmare la cliente offrendole un muffin (pessima mossa: la futura sposa le lanciò un’occhiata carica d’odio), mi feci largo tra il tulle fucsia con la decisione di un generale prussiano. Presi quel povero ammasso di peonie avvizzite e le studiai con occhio clinico. In effetti, erano un disastro: i petali esterni sembravano pergamena bruciata.
Poi feci l’unica cosa che potevo fare: improvvisai. «Fabio, prendi la borsa termica dietro l’altare. Mi servono ghiaccio secco e acqua distillata, subito! Chiara, se vuoi essere utile, smetti di offrire muffin e passami le cesoie da potatura». Iniziò una danza frenetica. Le mie mani si muovevano veloci, recidendo i gambi morti, rianimando i fiori superstiti con getti di vapore freddo e inserendo rametti di mirto e ranuncoli color cipria che avevo tenuto nel frigo portatile come asso nella manica.
Ogni movimento era preciso, una sutura perfetta tra natura e disperazione. «Ecco» dissi, consegnando all’influencer un bouquet che, compatto e vibrante, sembrava uscito da un dipinto del Rinascimento. «Il mirto indica amore ed energia pura. E i ranuncoli… be’, i ranuncoli dicono che sei radiosa. Adesso cammina dritta, sorridi all’obiettivo e, ti supplico, non stringere questo benedetto bouquet come se volessi strozzarlo». Il matrimonio passò come un turbine di flash e cinismo. Guardai Fabio scattare foto, ridere con Chiara, che lo aiutava con i pannelli riflettenti. E sentii quella solita morsa allo stomaco, un nodo stretto come il fil di ferro che si usa per i fusti dei gladioli. Io ero l’ortensia di scorta, Chiara la margherita solare. Game over. A metà ricevimento, mentre la sposa lanciava il bouquet, decisi che ne avevo abbastanza. Avevo bisogno di silenzio e di smettere di sorridere a persone che tra sei mesi si sarebbero bloccate su Instagram. Uscii e mi sedetti su una panchina di pietra circondata da vasi di limoni.
«Sapevo di trovarti qui. È il posto meno infestato da influencer». Fabio era sulla soglia, con la giacca abbandonata sulla spalla e la camicia con le maniche arrotolate.
La macchina fotografica ciondolava al collo, pesante come tutto quello che non ci eravamo detti per anni. «La sposa è soddisfatta?» chiesi, fissando le punte delle mie scarpe sporche di linfa. «È in estasi. Dice che il tuo bouquet le ha salvato l’anima, o almeno il profilo TikTok. Ma non sono qui per parlare di lei». Si sedette accanto a me, così vicino che potevo sentire il calore del suo braccio contro il mio: «Elena, riguardo a oggi pomeriggio sulla scala quando sei caduta…». «Dimentica tutto. Erano solo le ortensie di Chiara che cercavano di uccidermi. La nebbiolina cerca sempre di soffocare le piante più solide, è una questione biologica». Lui sospirò.
Un suono profondo che mi costrinse a guardarlo: «Ho rotto con Chiara. Cinque minuti fa». Mi bloccai: «Cosa? Ma perché? È una margherita, Fabio. È semplice, solare. Perfetta per te!». «Sì. È perfetta per un servizio fotografico. Non per la mia vita» disse lui, passandosi una mano tra i capelli e rendendoli se possibile ancora più spettinati. «Mentre scattavo le foto agli invitati continuavo a tornare con il pensiero allo scatto sulla scala. L’ho riguardato in ogni pausa, mentre lavoravo. Ho cercato di cancellarlo, ma ogni volta che guardavo lei, o la villa, o quegli stupidi tulipani neri, tutto mi sembrava improvvisamente sbiadito. Fuori fuoco» disse poi in fretta, visibilmente a disagio.
Mi porse la reflex. Sullo schermo c’eravamo noi. Era un’inquadratura “sporca”, rubata. Ma era anche la cosa più bella e vera che avessi mai visto. Io terrorizzata, aggrappata a lui come a un’àncora, con gli occhi che dicevano tante cose e, soprattutto, dicevano quello che non avevo mai avuto il coraggio di ammettere. E lui… lui mi guardava come se avesse appena scoperto che l’inquadratura perfetta non era un tramonto esotico o una modella danese, ma il mio viso stanco e sciupato, con una macchia di polline sullo zigomo. «Avevi ragione sui tulipani neri, Elena, ma sbagliavi sulle ortensie». Fece una breve pausa, poi riprese: «Le ortensie non sono noiose. Sono le uniche che restano quando il resto appassisce. E comunque» aggiunse poi con un sorrisetto furbo, «per la cronaca la nebbiolina mi ha sempre fatto starnutire. Troppo eterea, impostata, quasi stucchevole. Ho sempre preferito altri fiori, quelli che hanno più carattere. Quelli che sanno di terra, di fatica e di vita». E mi baciò. Non fu un bacio delicato da matrimonio. No, fu un bacio che sapeva di 15 anni di attesa, di petali stropicciati e di una promessa che non aveva bisogno di essere analizzata. Scomparvero i flash, scomparvero i dubbi e il cinismo che usavo come scudo. Sulla mia tabella mentale, segnai un’ultima voce. Io e Fabio: querce. Durata prevista: per sempre. Non eravamo fatti per stare in un vaso di cristallo, questo è certo, ma per affondare le radici nello stesso pezzo di terra. E stavolta, non c’era bisogno di chiedere consiglio ai fiori.
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