«Presto, presto/ fai presto/ più presto». Chissà che queste note di Battisti non siano tornate in mente a Donatella Finocchiaro mentre attraversava una delle sue giornate apparentemente ordinarie, quelle in cui il lavoro e il desiderio di tornare a casa finiscono per rincorrersi.
Se nel celebre brano 7 e 40 centra il treno, lei, dopo ore sul set, corre a Fiumicino, aereo per Palermo e subito in auto verso Castellammare del Golfo per fare la madrina della prima edizione del CFSF – Cinema Film & Series Festival, co-diretto da Annamaria Alaimo e Antonio Enea.
«Siamo in un luogo meraviglioso» dice. E in quella frase c’è già molto del suo rapporto con questa terra e con le sue radici. «Manifestazioni così sono un’occasione di incontro con il pubblico ma anche di confronto tra noi artisti».
Alla kermesse ha ricevuto un meritato riconoscimento per il film L’amore che ho di Paolo Licata (basato sulla biografia ufficiale di Rosa Balistreri, ndr), appena acquisito dalla Rai per una prossima messa in onda. Proprio da qui parte il nostro viaggio.
Rosa Balistreri è una figura che senti profondamente vicina, non solo per le tue radici siciliane. Che cosa ti ha lasciato l’incontro con la sua storia?
«Rosa per noi siciliani è un’icona. Non si tratta ovviamente solo di folclore, appartiene al canto popolare, a quella Sicilia arcaica che non c’è più. Mi ricorda nonna e, infatti, quando l’ho interpretata nel film mi sono molto ispirata a lei e alla sua forza.
Nonna raccontava di essere figlia di un principe di Sortino – poi chissà se è vera (sorride teneramente, ndr) – rinnegata, quindi lasciata nella ruota, successivamente adottata e cresciuta attraversando la guerra e la miseria».
E della Balistreri cosa ricordi?
«Ho questi flash del suo volto nel corso di un’intervista, quando il poeta Ignazio Buttitta dice che lei è un romanzo, un sogno, un dramma e Rosa piange ascoltando queste parole…
Rosa è qualcosa che fa vibrare l’anima perché era il canto della gente emarginata. Lei, lo diceva sempre, era una di loro. Si sentiva un’attivista politica così come nonna divenne una sindacalista e lavorò in un orfanotrofio».
È celebre la frase della Balistreri: «Io vorrei che il mio canto diventasse un grido di speranza per la povera gente». Tu hai fatto un doc, Andata e ritorno, e nelle note di regia scrivevi: «A Catania, come nel resto d’Italia, la cultura è la prima a salire sull’altare sacrificale». Come vedi oggi?
«Allora era il 2010 e c’era un imbruttimento. Ma oggi è peggio. Adesso arriviamo a negare che c’è il problema climatico, che la cultura sia fonte di nutrimento e di lavoro per tantissimi settori e persone, ma anche per l’anima.
Vedo un appiattimento dei sentimenti: reprimiamo troppo le emozioni. E allora esplodono nella violenza, nei femminicidi, nelle guerre. Le persone frustrate finiscono per sfogare sugli altri ciò che non riescono a elaborare dentro di sé».
Anche per ciò che dici senti vicina la Balistreri.
«Da anni, con il chitarrista Vincenzo Ganci, giriamo con Rosa cunta e canta. Quest’estate si è aggiunto La vuci di Rosa, un viaggio teatrale e musicale in cui canto e il cui testo è stato scritto da Luana Rondinelli con cui ho un rapporto speciale.
Abbiamo collaborato tante volte e lo stiamo facendo ancora, con lo Stabile di Catania, per uno spettacolo sul disagio giovanile. Abbiamo fatto un laboratorio per selezionare i giovani tra i 18 e i 25 anni che coinvolgeremo in una residenza teatrale. Credo nella nuova drammaturgia».
Ma anche nel confronto tra generazioni.
«È essenziale. Da adulti abbiamo una grande responsabilità nel fornire una strada ai ragazzi che hanno bisogno di punti di riferimento. Questi giorni di workshop per me, Luana e Michela Culmone (aiuto regia e producer, ndr) sono stati preziosi».
C’è qualcosa di speciale anche nel modo in cui lavorate insieme, voi tre.
«Siamo un trio magico. Ogni volta che ci ritroviamo siamo prima di tutto amiche: ridiamo, scherziamo, ci divertiamo. E poi c’è un’intesa intellettuale e artistica molto forte, un feeling che rende tutto più naturale. Quando trovi persone con cui stai così bene e con cui condividi tanto, non le lasci più».
Volevi studiare canto lirico e cantando Rosa Balistreri ti prendi la tua soddisfazione. C’è un suo brano che ti è particolarmente a cuore?
«Terra ca nun senti: è meravigliosa perché è proprio la nostra terra che non ci ascolta. La Sicilia è magica, ha tutto: la bellezza, una natura impervia che, nonostante le brutture che abbiamo costruito, continua a trionfare.
Non è un caso che la gente, soprattutto d’estate, invada il Sud: qui trova una bellezza che resiste, ma anche il nostro carattere accogliente, amorevole, leggero».
Cosa ti fa pensare alle tue radici?
«Gli odori. E poi la luce che quando vengo in Sicilia percepisco proprio in modo diverso. Ricordo i primi tempi in cui facevo avanti e indietro da Roma, quando ritornavo in treno, iniziavo a sentire dal vagone il profumo del gelsomino ed era come se si aprisse il respiro. Per me la Sicilia è questa, senza dimenticare quando passi per la Vucciria di Palermo e ti invade il profumo della frittura di panelle».
Parlando dei giovani si dice che a 12 anni si sia già formati, che l’imprinting sia ormai dato. Tu ci credi?
«Speriamo di no perché mia figlia ne ha proprio 12. Da madre sento questa responsabilità, ma credo che dovrebbero sentirla tutti gli adulti che hanno un ruolo nella vita di un ragazzo: uno zio, un fratello, un cugino. Soprattutto pensando a quelli che stanno crescendo adesso e a chi ha attraversato il Covid in un’età delicata, come l’adolescenza.
Ci sono tantissimi casi di depressione e credo che una delle ragioni sia che in famiglia non siamo abituati ad ascoltare davvero le emozioni.
Lo dico anche per esperienza personale: a noi veniva chiesto se avessimo mangiato, come fosse andata a scuola, ma l’ascolto è qualcosa di più profondo. Significa chiedere: “Che cosa hai provato oggi? Perché mi stai raccontando questa cosa? Che cosa ti ha turbato di questo episodio?”. Se non ci abituiamo ad ascoltarli davvero, i ragazzi finiscono per chiudersi. E io sono contenta di aver scelto, a mia volta, di fare analisi una volta alla settimana».
Un gesto per il tuo star bene.
«Per me è fondamentale. Si parla certo con l’amica, ma è diverso perché la psicoterapia ti dà gli strumenti per interrogarti, guardare dentro quello che ti succede e provare a trovare delle soluzioni».
Non c’è l’abitudine all’ascolto.
«Con mia figlia ho fatto l’alto contatto per cui da piccolina la tenevo vicino al seno, oltre all’allattamento. So che ci sono diverse scuole di pensiero a riguardo tra cui quella di lasciarli piangere nella culla finché non si calmano da soli. Nina è sensibile e gioiosa ed è proprio questo che amo di lei: anche quando si arrabbia, è sempre pronta a giocarci sopra».
A proposito di madri, su HBO Max in In Utero interpreti la madre di Angelo, un biologo trans. È una serie che mette al centro anche il tema della genitorialità e dell’identità di genere.
«È un progetto lungimirante. Alessio Fiorenza si è rivelato un talento. È interessante vedere come oggi si possano raccontare queste realtà con maggiore libertà. L’anno scorso, con il film Unicorni di Michela Andreozzi, avevamo affrontato un tema simile: se prima si ragionava molto per categorie e si aveva paura persino di parlare ai propri genitori della propria omosessualità, credo che oggi i ragazzi si sentano meno giudicati e siano più liberi di sperimentare. Il piacere dovrebbe essere qualcosa da vivere con i propri partner, senzadover subire il giudizio della società e nemmeno quello dei genitori».
Il lavoro e l’analisi ti hanno aiutata a gestire meglio le emozioni?
«Sì, anche il set è un grande allenamento. Per Game Over, la serie diretta da Jan Maria Michelini, abbiamo girato per quattro giorni sottoterra, in un caldo infernale. Jan ci ha invitati a trasformare la fatica in una risorsa. È stata dura, ma ne sono uscita molto contenta».
Hai portato a teatro Virdimura, prima donna medico; stai montando il doc sulla calciatrice Alice Pignagnoli. Cosa ti affascina di queste donne?
«Ormai sono una femminista attivista. Come diceva Michela Murgia: tutto cambia dalle parole. Abbiamo vissuto troppi anni di patriarcato, ora c’è una maggiore consapevolezza della necessità di combatterlo, ma c’è ancora tanto da lavorare. Il documentario racconta una donna che ha dovuto lottare per poter fare la calciatrice e che, grazie anche a un’interrogazione parlamentare, ha contribuito a cambiare una legge sulla maternità. Sento molto l’assenza della Murgia, amavo il suo piglio, la sua forza, quando leggevo mi risuonava tutto: il suo Stai zitta è un libro meraviglioso che vorrei leggessero tutti gli uomini. “Stai zitta” è un’espressione che mi fa accapponare la pelle: un uomo la dice quando non riesce a dialogare con una donna, quando gli dà fastidio ciò che dice. Ma qual è il punto? Parliamone. La comunicazione è complicatissima».
La professione ti ha aiutata?
«Soprattutto la psicanalisi. Invito sempre mia figlia a cercare ciò che le piace e ad ascoltare corpo, mente e spirito. Anche la meditazione mi è stata di aiuto».
Da ragazza quali punti di riferimento hai avuto?
«Per me è stato fondamentale papà: un uomo di grande dignità e onestà, che mi ha trasmesso valori e idee politiche. Mi impose di studiare giurisprudenza, anche se avrei voluto fare architettura. Era una presenza un po’ invadente, ma io mi ribellavo e da figlia femmina lo addolcivo».
E se vedessi la Donatella degli inizi?
«La guarderei con tenerezza. Meglio adesso, centomila volte. Quando ho cominciato ero sempre con l’ansia di essere perfetta. Ora mi chiamano e vado sul set, a un festival, ma molto slowly».
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