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Per una volta offline

La storia di Chiara ti suonerà familiare: è single e le sembra che la sua unica relazione stabile sia con… Instagram! Così, organizza con un’amica un weekend lontano, lontanissimo dal Web

CREDITS: Ninari Pexels

A 30 anni la mia vita era un paradosso squisitamente moderno: di giorno inventavo slogan per aziende che volevano sembrare “fresche e dinamiche”, di sera mi trasformavo in un’agente dell’Fbi per spiare la nuova fiamma del mio ex, quello che mi aveva liquidata con un “Non sei tu, sono io” e un’emoticon di un omino che saluta.

Mi chiamo Chiara e la mia unica relazione stabile, quella che non mi ha mai deluso, è con la mia bacheca di Instagram.

La mia migliore amica, Giulia, è il mio esatto opposto, la mia roccia granitica, sempre elegantemente vestita con tailleur e agenda tra le mani. Project manager impeccabile, è fidanzata da due anni con Gabriele, con cui pianifica persino le “serate toast” tramite un calendario condiviso.

Lei corre dietro alle scadenze, io ai like. Due criceti su ruote diverse, che girano all’impazzata nella stessa stanza.

L’idea della “fuga” è nata una sera, sul mio divano, davanti a una vaschetta di gelato al pistacchio che fungeva da seduta di psicanalisi.

«Basta, non ne posso più!» sbottò lei, gettando il telefono sul cuscino come se scottasse. Le era appena arrivata l’ennesima mail dal suo capo. Alle dieci di sera. «La mia vita è una notifica continua. Ho bisogno di silenzio. Di aria. Di un posto senza campo!».

La guardai con il cucchiaino a mezz’aria: «Senza campo? Giulia, ma ti sei bevuta il cervello? Come faccio a monitorare l’attività social della nuova fidanzata del mio ex? È una che fa Bodytonic e Kangoo Power al tramonto e cita Coelho, capisci? Devo sapere quando pubblica la prossima foto del suo saluto al sole per poterla odiare con cognizione di causa!».

Lei mi fulminò con il suo sguardo da “ora-ti-spiego-le-cose-come-stanno”. «Chiara, il punto non è spiare la sua vita, ma riprenderti la tua. E io la mia. Siamo esaurite. Tu sei ossessionata da un’esistenza che non è la tua, io sono schiava di un lavoro che non mi lascia respirare. Dobbiamo scendere da questa giostra, almeno per un weekend».

La scommessa del weekend: un mese di colazioni per un digital detox

La sua logica era inattaccabile. E così, con l’efficienza che la contraddistingue, aveva prenotato in un agriturismo. La descrizione online era una minaccia velata: “Nessuna connessione Wi-Fi per una totale e autentica immersione nella natura incontaminata”.

La nostra scommessa? Un mese di colazioni pagate da chi avesse ceduto per prima.

Il viaggio in macchina del venerdì fu un lungo addio alla civiltà. Mentre Giulia guidava con la concentrazione di un pilota di Formula1, io cercavo disperatamente l’angolazione perfetta per un ultimo, drammatico autoscatto.

«Rallenta Giulia, la luce qui è pazzesca! Voglio un’ultima immagine da postare con la didascalia “in fuga dal mondo”».

«Chiara» sospirò lei, «stai per caso documentando la tua stessa sparizione? E poi, “in fuga dal mondo”… sembra il titolo di un film con un finale tragico».

Il segnale morì su una collina desolata, lasciandomi con una foto mossa e pixelata come ultimo, patetico, saluto al mondo digitale.

L’arrivo fu persino peggio delle mie più cupe previsioni. L’agriturismo era più “autentico” del previsto.

Benvenute in agriturismo: addio Wi-Fi e benvenuto Nonno Peppe

Un casolare in pietra che sembrava uscito da un romanzo gotico, due galline sull’attenti che ci squadravano come se fossimo due intruse e un cartello scritto a mano con un pennarello nero: “Benvenuti all’agriturismo. Per qualsiasi problema non risolvibile per conto vostro chiedere a Nonno Peppe”. Seguiva quello che doveva essere lo stesso messaggio, ma in altre lingue.

Nonno Peppe, un omone con baffi da moschettiere e un ghigno sornione, ci accolse sulla soglia: «Ah, eccole qui le signorine della città. Siete arrivate. Il silenzio qui non manca, state tranquille».

Ci mostrò la nostra camera. Un letto in ferro battuto che cigolava al solo guardarlo, un armadio che odorava di canfora, un quadro inquietante di un cervo con gli occhi così storti che sembrava guardare in due latitudini diverse.

E, ciliegina sulla torta, una sola presa elettrica, già occupata dalla spina di una vecchia abat-jour.

«Scusi, Nonno Peppe…» mormorai, con un filo di voce ma soprattutto di speranza. «La connessione, per caso? Dove posso trovare un segnale, anche debole?».

Lui rise, una risata forte e roca che fece vibrare i vetri. «La connessione? Qui abbiamo solo quella del trattore. Se volete parlare con qualcuno, c’è la gallina Gigia. È un’ottima ascoltatrice».

E se ne andò, lasciandoci al nostro destino.

Eravamo due naufraghe su un’isola di fieno.

La prima notte fu insonne, ogni fruscio di foglie mi sembrava un mostro in agguato, ogni verso notturno un presagio di sventura.

«Giulia, hai sentito? Sembra un orso! O un cinghiale!» sussurrai nel buio pesto, scuotendola.

«È un gufo, Chiara. O Nonno Peppe che russa. Per favore, dormi» bofonchiò lei, già persa nel mondo dei sogni.

La mattina dopo, Nonno Peppe, evidentemente divertito dalla nostra palese inettitudine, ci propose un’attività che definì “rilassante”: raccogliere le uova fresche.

Nel pollaio troneggiava un gallo maestoso, che sembrava il boss di un cartello sudamericano di stupefancenti aviari. Ci accolse con uno starnazzare bellicoso, poi gonfiò il petto, ci fissò con i suoi occhietti maligni e caricò a testa bassa.

«Giulia, fa’ qualcosa, usa una delle tue tecniche di negoziazione!» strillai, nascondendomi dietro di lei.

Lei, raddrizzando le spalle come se fosse in riunione, si protese. «Senta, signor gallo, noi vorremmo solo un paio di uova. Potremmo trovare un accordo reciprocamente vantaggioso».

Una conversazione quasi surreale. Con un gallo. Il pennuto, per tutta risposta, le sferrò una beccata secca sulla caviglia.

«Ahia! È una bestia! Non capisce il linguaggio del business!» gridò la mia amica, saltellando su una gamba sola.

Nonno Peppe, dall’ingresso, se la rideva. «Ci vuole rispetto, signorine! Qui l’ordine lo mantengono loro, non i vostri telefonini».

Umiliate e ferite, passammo il resto della mattinata a guardare il vuoto.

Per pranzo, il nostro aguzzino ci mise alla prova con la pasta fatta in casa: «Farina, uova, e un po’ di olio di gomito. Forza!».

Nel giro di pochi minuti trasformammo la cucina in un campo di battaglia. Io riuscii a impiastricciarmi di farina persino le ciglia, creando una nuvola bianca ogni volta che sbattevo gli occhi.

Giulia, nel tentativo d’impastare con metodo, si ritrovò le mani intrappolate in una massa informe e collosa: «Non riesco a staccarle, è come una massa di sabbia mobile» disse, sconsolatissima.

«Nonno Peppe, aiuto! È una situazione critica» gridai.

Lui arrivò, ci liberò con due mosse esperte e con una facilità disarmante trasformò il nostro disastro in un panetto liscio.

A pranzo mangiammo tagliatelle divine, ma con l’amara consapevolezza che, da sole, saremmo morte di fame.

Senza connessione, tra pianti e risate

Nel pomeriggio, nel tentativo di riprendere il controllo, Giulia propose una passeggiata: «Seguiamo quel sentiero, che sembra sicuro».

Un’ora e mezza dopo eravamo perse. Completamente.

Il sole iniziava a calare, gli uliveti erano diventati un labirinto spaventoso. E lì, crollai.

«La tua vita è una mappa mentale, Giulia! Tutto perfetto, pianificato, ma la mia non è un progetto di lavoro! Io sono qui a leccarmi le ferite per un cretino che mi ha lasciata con un’emoticon e passo le notti a ricaricare la pagina del suo profilo sperando in un segno, in una crepa nella sua nuova felicità. È patetico! Mi sento come se la mia vita fosse in pausa, in attesa che qualcun altro mi dia il via».

Le lacrime scendevano, impastandosi con la polvere e il sudore. Giulia si sedette su una roccia, il suo solito piglio da manager che si sgretolava: «Hai ragione» disse, con una voce che non le avevo mai sentito. «Penso che, se controllo tutto, non potrò fallire. Ricordo quella volta che ho preparato una presentazione di 15 pagine per la nostra vacanza in Portogallo, con grafici sui ristoranti migliori e le ore di sole previste. Gabriele mi ha guardata e ha detto: “Giulia, io volevo solo passeggiare sulla spiaggia con te”. In quel momento mi sono sentita un’idiota. Ho paura, Chiara. Paura che tutta questa mia perfezione sia solo un guscio vuoto».

Rimanemmo lì, in mezzo al nulla, finalmente oneste con noi stesse. Piangemmo, e poi, non so come, ridemmo della nostra stessa, tragicomica stupidità.

Perdersi per ritrovarsi: la vera lezione di un weekend offline

Fu il belato di una capra a salvarci.

L’animale sbucò da dietro un cespuglio, ci guardò con aria di sufficienza e s’incamminò. La seguimmo come due Re Magi disperati e ci ritrovammo sulla strada dell’agriturismo.

Nonno Peppe era sulla soglia, con le braccia incrociate: «A volte bisogna perdersi per ritrovarsi» disse, senza aggiungere altro. Non serviva. L’ultima sera fu diversa. Cenammo in un silenzio pacifico e dopo, sedute sulle sedie a dondolo, guardammo un cielo così pieno di stelle che sembrava finto.

«Sai una cosa?» dissi. «Non mi manca il telefono. Per niente».

Giulia sorrise. «Neanche a me. Anzi, ho quasi paura di riaccenderlo».

Della scommessa non c’importava più. In un modo o nell’altro, avevamo vinto entrambe. La domenica mattina, quando accendemmo nuovamente i telefoni in macchina, una valanga assordante di notifiche ci travolse. Messaggi, email, like. Sembrava un rumore lontano, fastidioso, di un altro mondo.

Guardai la foto mossa che avevo scattato all’inizio del viaggio. La cancellai senza esitazione. Mi sentivo diversa. Avevo capito che il silenzio non era vuoto ma pieno di risate, confidenze e gufi che possono essere scambiati per lupi mannari. E che la connessione più importante, quella che non ha bisogno di campo né di batterie, è tenersi per mano quando ci si perde in un bosco. Anche se poi, per ritrovare la strada, ci si deve affidare al belato di una capra.

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