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Sara Lazzaro: «Come il primo giorno di scuola»

Le farfalle nello stomaco, la curiosità per quello che ancora non conosce e il desiderio di poter scegliere. L’attrice di DOC racconta una nuova stagione, fatta di possibilità, sfide e di una casa finalmente dove tornare a essere semplicemente Sara

Sara Lazzaro
CREDITS: Maddalena Petrosino

Dopo anni nei panni di Agnese in DOC – Nelle tue mani, Sara Lazzaro si trova davanti a una nuova fase, personale e professionale, con finestre diverse che si stanno aprendo. Sul suo divano preferito, con una tazza d’orzo, Sara si è fermata a riflettere su questo passaggio. Una domanda attraversa questo nuovo capitolo: che cosa desidera davvero quando a scegliere non è più soltanto l’attrice ma anche la donna? La risposta ha preso la forma di una casa, ma non solo.

Partiamo da Agnese. Quattro anni fa, parlando di DOC, avevi detto che quella serie ti aveva «messa sul radar». Ora saluti il personaggio attraverso cui milioni di persone ti hanno conosciuta. Che effetto ti fa?

«È toccante. Sono molto affezionata ad Agnese. Stamattina riflettevo sulla teoria di Rudolf Steiner secondo cui la crescita umana avviene attraverso cicli di sette anni. Mi sono resa conto che DOC ha accompagnato interamente uno di questi cicli della mia vita e che l’inizio di Agnese ha coinciso con una nuova fase della mia carriera. Interpretandola sono cresciuta anche come donna».

Sapevi già da tempo quale sarebbe stato il suo destino?

«Sono stata informata quasi due anni fa. Ho trovato che fosse una scelta naturale rispetto alla storia. Raccontando la medicina abbiamo una responsabilità verso chi affronta realmente determinate malattie. Agnese ha un mesotelioma al IV stadio. Sarebbe stato sbagliato proporre una guarigione poco aderente alla realtà, soprattutto pensando a chi vive quella condizione. Andrea (Luca Argentero, ndr) e Agnese arrivano a una forma di pace ed è coerente con il loro percorso».

Nelle ultime scene colpisce il modo in cui Agnese affronta ciò che sta accadendo. Chiede ad Andrea di continuare a vivere senza perdere la speranza e gli dice: «Lascia che accada di nuovo», invitandolo anche a innamorarsi ancora. Un gesto d’amore enorme.

«Quando una persona comprende che non ci sono più possibilità di guarigione, può arrivare a un’accettazione che porta una particolare lucidità nel vivere il presente. Lui, invece, ha davanti altre possibilità. Agnese cerca di accompagnarlo verso una porta e di indicargli come attraversarla».

C’è anche il suo desiderio di vivere tutto fino in fondo.

«È una delle caratteristiche che ho amato di lei: la compresenza di dolcezza e forza, vulnerabilità e determinazione. Agnese ha affrontato tante difficoltà e non ha mai smesso di lottare. Anche alla fine vuole essere lucida e vivere tutto il tempo che le rimane con Andrea. Ha lottato in amore, ha lottato con amore, ma con tenacia fino all’ultimo».

Hai una voce molto riconoscibile, ma in queste scene sembra emergere una dolcezza diversa. L’hai cercata?

«Mi sono chiesta come si possa dire all’amore della propria vita che non dovrà più preoccuparsi per te e che desideri che rivolga altrove il suo amore e la voglia di vivere: è un messaggio radicale, che non deve essere imposto né sminuire il dolore di nessuno. Ho pensato che potesse arrivare attraverso la dolcezza e una vulnerabilità accogliente. Ho sempre detto che i personaggi nascono dalla mia creta e, per raccontare Agnese, ho dovuto attingere anche alla mia dolcezza».

Quando, invece, il personaggio è molto distante dalla tua materia, come Teresa della serie La legge di Lidia Poët, anche nella voce e nell’aspetto, trovi più stimolante colmare una distanza oppure lavorare su una donna che senti più vicina?

«Dal punto di vista ludico trovo molto interessante interpretare personaggi distanti. Entra in gioco l’immaginazione: puoi dare corpo, voce e psicologia a un’identità che non ti appartiene. Indossare le vesti di un’altra persona permette anche di esplorare caratteristiche di te che non ti era mai stato chiesto di utilizzare. A volte è persino più arduo trovare qualcosa di nuovo in un personaggio che senti vicino».

Per te la costruzione di un personaggio passa attraverso tanti elementi.

«Quando faccio le prove costume divento quasi una scienziata in laboratorio! Guardo accessori, colori e guardaroba. Tutto contribuisce a costruire il mondo del personaggio. Per me è un lavoro d’artigianato».

Tutto questo mi fa pensare anche a Marianna dello spettacolo Scene da un matrimonio, che avevi detto essere un personaggio che nel tempo cambiava insieme a te. C’è qualcosa di lei che è entrato nel tuo modo di guardare i legami?

«Scene da un matrimonio è una radiografia dell’essere umano: mostra sia quello che vogliamo vedere che quello che preferiremmo non guardare. L’abbiamo preparato per circa cinque settimane, analizzando ogni parola, scena e dinamica. Con Fausto (Cabra, ndr) ci dicevamo che quel testo ci stava facendo diventare “strani”. Entrava nei sogni, nei pensieri, nel modo di guardare le relazioni. Per me è stato quasi un viaggio psicomagico».

Ci racconti di più.

«Abbiamo fatto lo spettacolo nel 2024 e nel 2025. Nel frattempo sia io sia Fausto avevamo vissuto esperienze nuove che inevitabilmente sono entrate nei ruoli. Questa è la meraviglia del teatro: devi accettare che il rapporto tra personaggio, attore e vissuto rimanga sempre aperto. Io non riesco a fare esattamente la stessa cosa ogni sera e non posso non esserci con tutta me stessa».

C’è un momento in cui Marianna si rende conto di essersi chiesta per gran parte della vita che cosa gli altri volessero che lei volesse, anziché che cosa volesse davvero. Ti è capitato?

«Se porti sul palcoscenico una donna che si pone certe domande, devi avere il coraggio di portele anche tu. Abbiamo fatto una cinquantina di repliche e ogni volta uscivo con un tassello nuovo, talvolta inaspettato. Più che darmi una risposta definitiva, Marianna mi ha aiutata a comprendere meglio chi sono, nel bene e nel male. Mi ha portata a farmi domande sul rapporto di coppia, su come lo vedo, come l’ho vissuto e su quello che desidero. Mi ha fatto riflettere anche su quanto oggi manchino dolcezza e gentilezza, sulla necessità di ritrovare compassione ed empatia e di non dimenticare il benessere e la libertà dell’altro. Crescendo comprendo sempre di più quanto l’amore sia un’azione, una scelta da portare avanti ogni giorno. Non è qualcosa che semplicemente accade».

Ecco, pensando a questa nuova fase che si sta aprendo – e che ti sei conquistata – e alla necessità di ricalibrare dove vuoi andare, sta cambiando anche il modo in cui sei autrice del tuo percorso?

«Sì, è una fase che sento molto dentro di me. Oltre a DOC, è finito La legge di Lidia Poët, Call My Agent al momento non abbiamo novità se si proseguirà o meno ed è emozionante e, tra virgolette, terrificante. Una tela bianca dove adesso possiamo lavorare con tutto il mio team, con cui c’è un’aderenza di approccio».

Che cosa senti di poter cercare adesso?

«Questo ciclo di sette anni, fatto di lavori, ruoli e visibilità, mi ha dato una possibilità di scelta maggiore rispetto alle cose che vengono proposte. Mi piace sperimentare, per esempio quest’estate ho girato un horror – genere che non avevo ancora fatto – e ho recitato di nuovo in inglese e mi mancava (è bilingue, ndr). Adesso guardo con curiosità il percorso che si sta creando e quello che c’è all’orizzonte. Vivo con le farfalle nello stomaco, come se fosse il primo giorno di scuola».

Lo trasmetti.

«Vorrei non perdere mai questa emozione davanti alle avventure che mi aspettano. Questo è un ciclo nuovo, che sento sia come persona sia come attrice. Vedremo cosa arriverà… come Agnese voglio avere il cuore e la testa aperti».

Mi fai pensare anche alla scelta di Venezia. Hai abitato in tanti luoghi, anche all’estero, e per il tuo mestiere sarebbe stato più prevedibile restare a Roma. A un certo punto hai sentito il bisogno di avere un luogo tutto tuo, indipendentemente dal lavoro?

«È stata una necessità viscerale. Londra, Scozia, Italia, Polonia, America, tournée interminabili. Poi DOC mi ha “costretta” a fermarmi in un luogo e Roma è stata casa per diversi anni. Quando si è presentata la possibilità di investire sul mattone, mi sono fatta una domanda: “Ma io, Sara, non Sara Lazzaro l’attrice, dove vorrei essere?”. Avevo trascorso la vita a plasmare le mie scelte in funzione di formazione e opportunità di lavoro. Per una volta volevo capire dove desiderassi vivere a prescindere da tutto. La risposta è stata Venezia, dove ci ho studiato e passato tanti momenti della mia vita».

Che cosa hai trovato lì?

«Una casetta meravigliosa in cui posso coltivare me stessa, essere Sara indipendentemente dal lavoro. Ho scelto Venezia come filosofia di vita. Quando attraverso il Ponte della Libertà e so che sto rientrando nel mio posto, ritrovo una città in cui ci si muove sull’acqua, so che devo calcolare anche 40 minuti per arrivare in stazione, il tempo assume un altro ritmo. Ci sono bambini che giocano per strada, il mio cane può andare libera per le calli. Vivere qui è difficilissimo pure per l’overtourism, ma ci sono anche persone non veneziane che continuano a sceglierla: è un atto di resistenza. Venezia è fragile, ha bisogno di amore e cura. Mi piacerebbe, stando qui e conoscendola ogni volta di più, riuscire in qualche modo a contribuire anch’io alla sua vita».

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