C’è un capo d’abbigliamento che occupa pochissimo spazio nell’armadio ma, a volte, un’enorme porzione dei nostri pensieri. Arriva l’estate, apriamo un cassetto, tiriamo fuori il bikini e, all’improvviso, non stiamo più scegliendo cosa indossare: stiamo misurando il rapporto che abbiamo con il nostro corpo. Eppure quel due pezzi era nato con una promessa molto diversa: quella di liberarci.
Dal pudore ottocentesco alla rivoluzione “atomica”
Nell’Ottocento, per le donne andare in spiaggia significava indossare abiti pesanti e coprenti: l’imperativo era nascondere le forme e preservare il pudore. All’inizio del Novecento qualcosa cambia. L’abbigliamento da mare si alleggerisce e si accorcia e, grazie anche al coraggio della nuotatrice australiana Annette Kellerman, compare il primo costume intero.
Ma la vera rivoluzione arriva nel 1946, quando in Francia nasce l’iconico bikini. Il nome del due pezzi è quello di un atollo delle isole Marshall sede di test nucleari statunitensi: il nuovo costume è considerato così audace da essere definito “atomico”. Sdoganato da dive come Brigitte Bardot, il bikini diventa presto un simbolo di emancipazione femminile. O almeno questa è la promessa.
Quando l’emancipazione diventa pressione
A partire dagli anni Sessanta, media e pubblicità iniziano a parlare di “corpo da spiaggia”, preparando il terreno a un’espressione destinata a segnare generazione dopo generazione: la “prova costume”. L’emancipazione lascia così spazio a una nuova forma di pressione, quella secondo cui per indossare un bikini sarebbe necessario avere il corpo giusto.
«È il paradosso della contemporaneità: abbiamo più libertà, ma anche la forte convinzione di dover sempre performare», spiega Chiara Salomone, psicologa esperta in psicologia della moda e dell’immagine (su Instagram @modaepsiche). «Il corpo è raccontato come un progetto permanente da migliorare, fotografare e sottoporre a valutazione. Così il bikini, che avrebbe dovuto rappresentare la fine del controllo sociale sul corpo femminile, finisce spesso per renderlo ancora più visibile e giudicabile».
Il peso simbolico di un pezzo di stoffa
La parabola del bikini ben racconta quanto il costume, lungi dall’essere un semplice pezzo di stoffa, sia uno dei pochi indumenti che continua a suscitare un carico simbolico enorme. Ed è anche quello che più di tutti espone al giudizio altrui.
«Quando indossiamo il costume da bagno cambia il modo in cui ci rapportiamo al nostro corpo, che diventa immediatamente più visibile, più centrale e quindi anche più facilmente immaginato come oggetto di sguardo», spiega ancora la psicologa.
Quel corpo osservato dall’esterno
«Può attivarsi così quello che in psicologia viene chiamato auto-oggettivazione, cioè una sorta di sdoppiamento dell’attenzione. Invece di vivere il corpo dall’interno, come qualcosa attraverso cui ci muoviamo, sentiamo e facciamo esperienza del mondo, iniziamo a guardarlo come se fossimo fuori da noi stessi, quasi assumendo il punto di vista di un osservatore esterno. Il cervello tende a simulare quello sguardo esterno e a comportarsi come se dovesse prepararsi a un giudizio».
Una dinamica che, con l’arrivo dell’estate e delle giornate al mare, può portare a sperimentare una sensazione di disagio e persino di ansia, per la quale è stato coniato un termine ad hoc: “sindrome da bikini” o “bikini blues”.
Un esercizio di autenticità
Oggi che espressioni come “prova costume” o “remise en forme in vista della spiaggia” cominciano a essere, finalmente, messe in discussione e criticate come pericolosi veicoli di modelli di bellezza irrealistici, si apre forse una nuova era. La sfida? Non quella di piacersi a tutti i costi ma piuttosto di tornare a vivere il corpo anziché limitarsi a guardarlo.
E in questo senso, proprio il longevo bikini può essere d’aiuto. «Il costume può trasformarsi in un piccolo esercizio di autenticità e di possibilità di stare con quel che c’è, nelle cose che adoriamo di noi e in quelle che con più fatica riusciamo ad apprezzare, allenando un rapporto più gentile e meno giudicante con noi stessi», invita a riflettere Chiara Salomone.
«Scegliere un costume può diventare un piccolo atto di libertà se ascoltiamo ciò che davvero piace a noi e lasciamo che la voce e lo sguardo degli altri non abbiano la meglio. La tendenza a correggere, aggiustare il corpo spesso è molto radicata e confonde il sentire, invece dovremmo chiederci: il costume che ci piace è davvero quello che ci permette di abitare il nostro corpo nel miglior modo possibile?».
Un atto di libera espressione
È allora che il bikini può trasformarsi in un gesto d’amore per se stesse, in una piccola terapia che può concederci il lusso, almeno in estate, di rompere le “nostre” regole abituali. «Durante l’anno i nostri vestiti rispondono quasi sempre a codici impliciti o espliciti: lavoro, contesti sociali, praticità…», conclude la psicologa.
«Anche quando ci piace vestire in modo creativo, siamo comunque dentro un perimetro. Il bikini o qualunque altro costume può diventare invece un’occasione di espressione autentica di sé. Colori che normalmente non useremmo, fantasie più audaci, combinazioni insolite: tutto ciò che nella vita quotidiana viene spesso filtrato dalla coerenza o dall’opportunità può trovare spazio in spiaggia».
Non solo e non tanto per vedersi belle, ma per sentirsi bene.
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