Maschiaccio

Cuore
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Leggi sul blog la storia vera più apprezzata del n. 5 di Confidenze

 

Sono un tipo mascolino, a cominciare dal lavoro che faccio. In amore mi piacciono gli uomini decisi, che mi tengono testa. Però, una mattina, ho visto quello sconosciuto dall’aria svagata, con un ridicolo trolley rosso, e qualcosa è scattato in me. L’ho fatto salire sul mio taxi, poi ho solo seguito il cuore

STORIA VERA DI LARA Z. RACCOLTA DA ELENA VESNAVER

Ci sono nata, maschiaccio, maschiaccio fatto e finito, e se avessi avuto qualche fratello che mi portava a tirare calci al pallone o un papà camionista che mi permetteva di giocare con il volante, sarebbe stato abbastanza logico, immagino. Invece a casa siamo tre sorelle, papà e mamma sono insegnanti e figuriamoci se avevano mai pensato di crescere una figlia pazza per le automobili.

Mi piace guidare, mi piace davvero tantissimo, mi butto in strada e sono capace di macinare chilometri e chilometri senza stancarmi mai, mi diverto a sbrogliarmela nel traffico, e naturalmente il più bel regalo dei 18 anni è stata la patente.

Mi sarebbe piaciuto fare l’autista di camion, ma mia mamma piangeva come una fontana solo all’idea, e va bene essere liberi e indipendenti, ma una mamma è brutto farla disperare troppo, così ho detto che camionista no, ma almeno tassista, perché no?

«Però eri talmente brava a scuola» aveva tentato mio padre. «Non ti va di provare con l’università? Ti iscrivi e poi vedi come va».
No, non mi andava. Punto e fine della discussione.

Ho fatto tutto da sola, i soldi che mi servivano per la licenza e tutto il resto li ho guadagnati con mille lavori, ma mille sul serio e a un certo punto i miei genitori si sono arresi, perché se mi impegnavo in quel modo un aiuto lo meritavo e adesso sono contenti di quello che sono diventata.Veramente mia mamma mi ha fatto giurare e spergiurare di non fare mai corse notturne e io ho ceduto, non mi va che si preoccupi troppo.

Comunque, sono una tassista, e i tempi saranno pure un po’ cambiati, ma molti continuano a non considerarlo un lavoro da donna. Ho fatto una gran fatica per farmi accettare dai colleghi e in questo caso essere quella che sono è stato un aiuto. Essere cosa? Un maschiaccio, ovvio.

Anche in amore lo sono, credo di aver capito, almeno è quello che mi ripetono tutti gli amori passati. Quelli che ho lasciato e quelli che mi hanno lasciata e sempre per la stessa, identica ragione.

«Vuoi comandare. Vuoi prendere tu l’iniziativa. Pure io ogni tanto ho voglia di portare i pantaloni». Così, più o meno, sempre la stessa solfa. Che detto da degli uomini fa parecchio ridere, visto che sono da sempre quelli che vogliono comandare e portano i calzoni.

«Spaventi quei poveracci» mi ha rimproverato una delle mie sorelle e pure questo fa ridere, perché i miei fidanzati sono sempre cosiddetti ”maschi alpha”, tutti muscoli e testosterone, se poi si spaventavano, non so davvero cosa farci.
Il giorno che ho incontrato Giulio, ero persa in questi pensieri, e non era il momento giusto, le mattine fredde e piene di nebbia a me fanno venire una malinconia tremenda. Stavo davanti alla stazione, con i treni delle sette e mezza arriva sempre un sacco di gente, e ragionavo sulla mia ultima storia finita male, ma veramente male, sulle colpe che mi sentivo scaricare addosso ogni santissima volta, sul fatto che se andava così forse era meglio che restassi sola per conto mio, e in quell’istante preciso l’ho visto.

Si guardava attorno con aria un po’ smarrita, il bavero del cappotto rialzato e un trolley rosso accanto. Mi sono detta che sarebbe stato il collega davanti a me a caricarlo ed era un vero peccato, ho sempre avuto un debole per i tipi alti e dinoccolati e lui aveva pure quell’aria svagata che ti faceva venire la voglia di chiedergli se aveva bisogno di qualcosa anche solo per sentire la sua voce. A me di sicuro faceva quell’effetto.

E proprio per colpa della sua svagatezza, un tipo molto più banale, tarchiato e deciso, quasi lo spinse da una parte per precipitarsi dentro al taxi del mio collega e soffiarglielo sotto al naso. Be’, era il mio turno, allora. «Non credo voglia restare qui tutto il giorno, vero?». Mi ero sporta e avevo spalancato la portiera, lui è montato e mi ha sorriso, il sorriso più disarmante che io abbia mai visto, e il più bello.

Dalle indicazioni che mi ha dato, ho capito immediatamente che non conosceva per niente la città e che aveva un appuntamento di lavoro. Peccato, mi sarebbe piaciuto fargli fare il giro più lungo, non per i soldi, ma perché era bello averlo nel mio taxi, perché parlava bene, aveva una risata simpatica e poi mi sembrava tanto un pesce fuor d’acqua. Mi veniva il desiderio di proteggerlo, però se c’è di mezzo il lavoro, non si scherza, e allora l’ho fatto arrivare non solo puntuale, ma addirittura in anticipo e lui non la finiva di ringraziarmi.
«E dopo, che impegni ha?».
Ancora lo vedo sul marciapiede che allarga le braccia e fa spallucce. Disarmante.
Dopo di lui ho fatto un altro paio di corse, ma non riuscivo a togliermelo dalla testa.
Quell’uomo si sarebbe perso in un bicchiere d’acqua, ne ero sicura. Comunque.

«Comunque, non sono affari tuoi» ho sospirato, infilando di nuovo il viale dove l’avevo lasciato.
Quanto può durare un appuntamento del genere? Avevo tempo, e se mi andava di fare una buona azione accompagnando Guido, mi aveva detto di chiamarsi così, dove aveva intenzione di andare, perché no? Non mi disturbava per niente.

Non mi ricordo quanto ho aspettato, un’ora, due, un orecchio alla radio, gli occhi sulla grande porta a vetri dietro alla quale era sparito. Poteva essere già andato via, certo. Oppure poteva uscire accompagnato, possibile, eppure non mi sono mossa e quando, alla fine, è uscito solo e si è guardato attorno come per cercare di capire da che parte andare, ho sorriso e ho dato un colpo di clacson.

«Non serviva aspettarmi» ha riso, ma si vedeva che era sollevato e si sarebbe sistemato dietro se non gli avessi detto che poteva sedersi vicino a me, dopo aver messo quel suo trolley rompiscatole nel bagagliaio.

«E adesso?».
Già, adesso. Mica lo sapevo, non ci avevo ragionato, però, visto che era tanto che non mi prendevo una vacanza, si poteva fare, perché no? Non sarebbe cascato il mondo di sicuro.
«Mi chiamo Lara» ho detto solo. Poi ho messo in moto e mi sono buttata incontro alla nostra giornata.

Che è stata strana e non abbiamo fatto nemmeno grandi cose, per dire la verità.

Colazione insieme nel bar che frequento di solito tra una corsa e l’altra e Guido si è sporcato la punta del naso con lo zucchero del cornetto, che se non glielo facevo notare, di sicuro sarebbe andato a spasso così, ci scommetto, poi a fare una passeggiata al parco dove ho l’abitudine di andare a correre e mi ha chiesto se lo faccio ogni giorno.
«Sempre. Mi fa stare bene».
Alla fine, è venuto con me in libreria, tanto dovevo passarci, ha preso qualcosa anche lui e siamo andati a pranzo. Niente di particolare, appunto, una mattina normale, solo che mi piaceva portarlo in giro con me, sentirlo vicino, mi piaceva averlo attorno e lui pareva divertirsi.
«Non ti ho chiesto come è andato il tuo appuntamento, che maleducata». Eravamo seduti al tavolo e aspettavamo gli spaghetti con le vongole, in quel posto li fanno spettacolari e Guido mi stava versando il vino.

«Molto bene. Devo tornare domani, però, per concludere e io speravo di cavarmela in giornata. Lo conosci un buon albergo?».
Certo che lo conoscevo, ma perché avrebbe preferito tornarsene a casa? C’era qualcuno che lo aspettava? Una fidanzata, una moglie, una compagna? Accidenti, ricordo di aver pensato, perché fai la gelosa? Non è da te.

«Se mi sopporti ancora qualche ora, mi farebbe molto piacere» aveva sorriso e io mi sono sentita stupidamente felice, tipo una quindicenne con il suo primo filarino. Robe da non credersi.

Durante tutto quel pomeriggio, mi sono chiesta più di una volta cosa mi stesse succedendo sul serio; mentre lo portavo all’albergo, mentre aspettavo che si liberasse del trolley onnipresente, che chissà cosa ci teneva dentro, mentre andavamo in giro senza meta e quasi non mi ricordavo più dove avevo parcheggiato il taxi, cosa mai successa in tanti anni. Ci ho pensato eccome, anche perché Guido non era proprio quello che potrei definire il mio tipo.

Cioè, l’ho detto, io sono attratta dai maschi alpha, decisi, sicuri, e lui invece sembrava buono, intelligente, in gamba, spiritoso, ma era talmente timido, santissima pazienza, e proprio imbranato. Avevo dovuto soccorrerlo in albergo, per via della camera, altrimenti non se la sarebbe cavata. Combinava pasticci, si sporcava con lo zucchero, come quella mattina, e non se ne accorgeva, senza contare che ogni tanto arrossiva, un uomo che arrossisce, ma si è mai visto? Ma questo mi piaceva, mi piaceva parecchio, tanto da portarlo a casa mia.

Io non porto mai nessuno nel mio appartamento, non al primo appuntamento, nemmeno al secondo, raramente al terzo. A dire la verità, i miei fidanzati hanno visto molto poco la mia casa.

A parte il fatto che Giulio non era uno dei miei fidanzati e quello non era né il primo, né il secondo, né il terzo appuntamento, non era un appuntamento e basta.
«È bella la tua casa. È calda ed è molto simile a te».

Una dote di Giulio è che dice le cose che si ha il bisogno di sentire.
Io voglio bene alla mia casa, mi piace quando qualcuno la trova accogliente ed è vero che mi somiglia, ma pochi lo notano.

A quel punto non avevo più voglia di uscire. Potevamo restare lì e dopo la cena lo avrei portato in albergo, non c’erano problemi a parte uno: in cucina sono pessima. «Se mi lasci campo libero la cena la preparo io, è il minimo, mi pare».

I miei maschi alpha non si sono mai sognati di cucinare, ma l’idea che lo facesse lui l’ho trovata subito interessante. Intanto si sarebbe risparmiato la mia eterna pasta con il tonno e poi vederlo muoversi nella mia cucina con le maniche della camicia rimboccate e senza cravatta era un bel vedere.

Non mi ha lasciato il tempo di guardarlo troppo, però, e mi ha spedito a fare la spesa.
«Sembra la cucina di mio fratello, solo scatolette» si è messo a ridere. «Prendi la lista e vai, maschiaccio». Fermi tutti. Io posso dirmi maschiaccio e nessun altro, quando lo fanno le mie sorelle mi incavolo di brutto, quando lo fa un uomo, non ne parliamo. Solo che. Solo che Guido lo diceva bene, suonava bene, mi piaceva da matti. Sembrava una parola d’amore.

Sono corsa al supermercato prima di cominciare a fare castelli in aria.

In cucina ci sapeva fare sul serio, ho scoperto. Il tempo di apparecchiare e dai fornelli si era sprigionato un profumo di buono che neppure mia mamma e il vino che mi aveva fatto comprare era perfetto e lui dentro casa mia era perfetto.

Non correre, Lara, ho continuato a ripetermi, ma alla fine ho smesso e ho deciso di godermi la serata e basta.
Abbiamo chiacchierato tanto, parlato di un sacco di cose, credo di non aver parlato con nessuno come ho fatto quella sera con lui ed era bello e mi sentivo bene.

A un certo punto abbiamo guardato l’orologio ed era tardissimo.
Tra un attimo dirà che deve tornare in albergo e io risponderò che certo, che pure io devo andare a lavorare la mattina dopo, prenderò le chiavi della macchina e dopo dieci minuti lui sparirà dalla mia vita.

Me lo sono immaginato e non mi andava, non mi andava per niente.
E allora l’ho baciato.
Sì, l’ho baciato io, mi sono avvicinata io e so di averlo spiazzato perché si è irrigidito, ma solo per un momento, poi mi ha stretto anche lui e ho capito che quel bacio lo desiderava come lo avevo desiderato io e chissà da quanto. «Non mi va di andare in albergo» ha sussurrato contro la mia bocca e sono sicura che è arrossito un pochino. Non avevo nessuna intenzione di lasciarlo andare da nessuna parte, nessuna proprio e io non mi comporto così al primo appuntamento, neanche al secondo, quasi mai al terzo, ma non volevo che quell’uomo lì, quasi uno sconosciuto, se ne andasse e allora ho deciso di non usare la testa, per una volta potevo farne a meno, non sarebbe cascato il mondo, proprio no.

Non è stato bello, è stato molto di più ed è difficile spiegare il perché.

Aveva qualcosa a che fare con il ritrovarmi all’improvviso davanti alla persona che aspettavo da una vita e non lo sapevo, come vivere quello in cui non avevo mai creduto, il colpo di fulmine. Che ormai avevo smesso di pensarci e invece eccolo, capitava proprio a me.

Non è stato bello, è stato molto di più, è stato fare l’amore come se ci conoscessimo da un’eternità, eppure tutto era una magnifica sorpresa, anche la luce che al mattino mi è entrata negli occhi, svegliandomi.

Giulio si stava rivestendo e a me è venuta una paura terribile. Che volesse sparire.
«Ho quell’appuntamento, lo sai, ma tu dormi».
Mi sono alzata, ho preparato il caffè, non sapevo cosa dire, Giulio invece sì, sembrava un fiume di parole e poi continuava ad abbracciarmi e andava benissimo, anch’io non potevo fare a meno di toccarlo.

«Accidenti, ho un lavoro pure io, devo muovermi».
Un giorno di vacanza, passi, ma due non era proprio il caso.
«Un momento» lo fermai che era già sulla porta. «Sai come arrivarci?».
Giulio mi assicurò che certo, che sicuro, non era mica un bambino e mi diede un bacio di quelli che ti lasciano confusa e felice.
Mi sono fatta un altro caffè, a me il caffè fa ragionare come si deve e ho cercato di capire cosa mi era capitato. Mi ero innamorata, per quanto folle potesse sembrare, di un uomo conosciuto ventiquattr’ore prima, anzi, mi ero innamorata di lui non appena lo avevo visto fermo davanti alla stazione, con il bavero rialzato fin sotto gli occhi e quel trolley improbabile. Rosso, perché cavolo aveva un trolley rosso, glielo dovevo chiedere.

E stavo sorridendo, non riuscivo a smettere di sorridere e di pensare a Giulio, a lui in cucina, a lui vicino a me sul divano, al suo naso con lo sbaffo di zucchero sul naso, a lui, a noi, e basta.

Ho continuato a sorridere mentre mi facevo la doccia e mentre mi vestivo, ho sorriso anche al citofono che aveva suonato proprio nel momento che stavo per uscire. Era Giulio.

«Senti, ma secondo te, devo andare a destra fino in fondo al viale, o a sinistra verso la fermata dell’autobus?». Mi sono messa a ridere, ho preso le chiavi della macchina e sono scesa a salvarlo. ●

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