Ti lascio per non perderti

Cuore
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«Non ho mai detto che i bambini non mi piacciono. Ho detto di non sentirmi pronta a diventare madre» mormorai. Il silenzio tra noi mi parve interminabile

Storia di Lidia T. raccolta da Giovanna Morini

Nella fotografia che continuo a conservare, Filippo sorride accanto al pupazzo di neve che aveva appena finito di costruire; uno dei suoi sorrisi aperti, coinvolgenti, contagiosi. Eravamo in montagna per una breve vacanza, quella sera avevamo cenato in albergo accanto al camino. E la notte, dopo aver fatto l’amore, ci eravamo addormentati abbracciati, guardando la neve che cadeva oltre il vetro. Allora non sapevo che l’avrei lasciato.
Ci incontrammo nell’agenzia turistica che gestisco, era venuto a chiedere informazioni per un viaggio che voleva fare in estate con alcuni amici, poi cominciò a chiamarmi per invitarmi a cena. E dopo qualche telefonata, finii per accettare. Fin da subito fu come se ci conoscessimo da anni: tante cose da dirci, tante risate; stesso amore per il cinema, i viaggi, la musica. E una complicità immediata, profonda, istintiva. Quando prendemmo a frequentarci in modo stabile, gli confidai di non essere tagliata per fare la mamma e di non volere figli. Filippo mi abbracciò: «L’unica cosa che voglio, è che tu ti trasferisca al più presto da me, Lidia. Non capisci che muoio dalla voglia di vivere con te?» aveva detto prima di baciarmi.
E così cominciò la nostra convivenza. Appena possibile facevamo le valigie e partivamo. Ci eravamo baciati sulla Torre Eiffel, avevamo camminato abbracciati in Trafalgar Square e, sopraffatti dalla bellezza, in Egitto avevamo contemplato le piramidi al tramonto. Nelle calde notti d’estate, spesso andavamo nel parco vicino casa a guardare le costellazioni; avevamo sempre tante cose da dirci, spesso rimanevamo per ore a parlare del film che avevamo visto. al cinema E ogni tanto improvvisavamo strampalate cene etniche per i nostri amici.
La sorella di Filippo, che vive negli Stati Uniti, a San Diego, spesso gli inviava le foto di suo figlio Peter, un bambino di tre anni con i capelli biondi e gli occhi azzurri. E quando lei e suo marito, entrambi cardiologi, vennero in Italia per un seminario che si teneva a Milano, ci lasciarono Peter. Fu un’esperienza insolita occuparmi di un bambino così piccolo. Fortunatamente conosco bene l’inglese, così la sera, dopo averlo messo a letto, gli leggevo le favole. E quando poi si addormentava stringendo il suo orsetto di peluche preferito, spesso Filippo e io, inteneriti, c’incantavamo a guardarlo. Per lui avevamo riempito la casa di pupazzi e giocattoli, e mi piaceva preparargli i pop corn per vederlo battere le manine quando i chicchi di mais scoppiettavano nella padella. Una mattina i genitori vennero a riprenderlo e per un po’ la casa ci parve improvvisamente vuota, la tavola stranamente spoglia, senza la sua allegra scodella arancione con i pagliacci e le posate colorate.
«Peter ti manca?» chiesi a Filippo che, pochi giorni dopo la partenza del nipotino, sedeva pensieroso sul divano.
Lui mi accarezzò il viso: «Mi basti tu, Lidia» mi sussurrò con dolcezza. E io gli credetti.
Dopo quella breve parentesi, la nostra vita riprese come sempre. Piena di impegni, di viaggi, di serate al cinema o con gli amici. Quando Carlo, il migliore amico di Filippo, ebbe un bambino, una sera ci invitò a cena per farcelo conoscere. Ovviamente lui e sua moglie, euforici, non fecero che parlare del piccolo. Fu quando Carlo lo prese delicatamente dalla culla e orgoglioso lo mise tra le braccia di Filippo, che accadde: negli occhi del mio uomo notai qualcosa che non avevo mai visto prima, neppure quando giocava con Peter.
Più tardi, tornando a casa in macchina, Filippo guidava assorto, perso in chissà quali pensieri. Per la prima volta il silenzio tra noi era pesante, saturo di parole non dette. Poco dopo, mentre eravamo a letto, Filippo posò sul comodino la rivista che stava leggendo «È bello il bambino di Carlo, vero?» mormorò.
«Bellissimo» risposi. Filippo esitò, come a cercare le parole. «Sai, quando mia sorella ci ha lasciato Peter per una settimana, sono stato felice. E mentre ti occupavi di lui, lo imboccavi, gli raccontavi le favole e gli facevi il bagnetto io pensavo… che saresti una mamma molto dolce».
Sospirai. Avevo paura, adesso, perché poco prima, mentre teneva il figlio di Carlo tra le braccia, negli occhi di Filippo avevo letto un dolore segreto, una specie di rimpianto. «Non ho mai detto che i bambini non mi piacciono. Ho detto di non sentirmi pronta a diventare madre, e che probabilmente non lo sarò mai» mormorai. Il silenzio tra noi mi parve interminabile.
«D’accordo, non ne parliamo più» disse poi Filippo senza guardarmi. Quella notte rimasi sveglia a lungo: sapevo cosa fare, e quella decisione mi avrebbe spezzato il cuore.
La mattina dopo feci le valigie e andai a stare da mia sorella. Filippo cominciò a telefonarmi, a mandarmi messaggi sul cellulare. Ma ormai avevo deciso: dovevo lasciarlo libero. Era ingiusto imporgli la mia scelta di non avere figli. Un sabato ero sola in casa, pioveva. A un tratto sentii gridare il mio nome: Filippo nella strada, sotto la pioggia, mi pregava di tornare da lui. Scendere di corsa le scale e volare tra le sue braccia era tutto ciò che desideravo al mondo. Ma rimasi immobile accanto alla finestra, con le lacrime che mi bagnavano il viso. Poco dopo lui se ne andò. Non mi cercò mai più.
Sono passati quasi cinque anni da allora. Ho un nuovo appartamento e una vita piena: lavoro, viaggi, amici. Ho anche avuto un paio di storie finite male. Tempo fa ho sentito dire che Filippo ha sposato la cugina di un collega ed  è diventato padre di due figli. Una sera sono in centro a caccia di saldi quando a un tratto, inaspettatamente, mi va il cuore in gola: c’è Filippo laggiù. È con sua moglie. Lei spinge una carrozzina, lui tiene per mano un bambino imbacuccato. Filippo è ingrassato, un po’ stempiato; sembra stanco. Sua moglie, scarpe da ginnastica e mollettone di plastica tra i capelli ha l’aria trascurata. Non credo sia il tipo che nelle sere d’estate guarda con lui le costellazioni. Ma magari insieme sono felici, che cosa posso saperne io? Mi viene da pensare che se quel sabato di pioggia fossi corsa tra le sue braccia adesso le cose sarebbero diverse. O forse no.
A un tratto lui si accorge di me, ci guardiamo per un attimo. E in silenzio, questa volta ci diciamo addio.

Testo pubblicato su Confidenze n. 27/2016

Foto: Getty Images

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