Un’estate speciale

Cuore

“Un’estate speciale mi ha colpita in modo particolare! È una storia magica e vera, delicata e toccante. D’altra parte i racconti di Barbara Benassi non mi deludono mai!” scrive Anna sulla pagina Facebook. Vi riproponiamo sul blog una delle storie vere più apprezzate del n. 35 di Confidenze

 

Mi sono chiesto infinite volte cosa fosse quella presenza che tormentava il sonno di mia figlia. Fantasia? Immaginazione? Certo è che l’ha aiutata. E forse lo fa ancora oggi

Storia vera di Amedeo A. raccolta da Barbara Nenassi

 

Ricordo tutto di quell’estate. Come potrei dimenticare? Fu per tutti noi molto speciale e forse ciò che accadde allora, ancora oggi a nostra insaputa, ci accompagna.

Io e mia figlia Sofia ci siamo traferiti nella casa al mare all’inizio dell’estate. Il posto era bellissimo e almeno di questo eravamo molto felici.

Venivamo tutti e due da un periodo difficile: Camilla, mia moglie, la sua mamma, aveva deciso di ritornare in Inghilterra, suo paese natale, dove le avevano offerto un posto di lavoro in un Istituto di credito britannico con maggiori prospettive, a suo dire, rispetto all’Italia. Io avevo il mio studio medico avviato a Roma e in quel momento non potevo certo trasferirmi insieme a lei. Anche la bambina aveva fatto parecchia resistenza all’idea di lasciare i nonni, la scuola, i compagni di classe. Insomma, noi due eravamo decisi a restare, mentre Camilla voleva tentare un salto professionale che non le era stato possibile in passato, con la figlia ancora troppo piccola.

Così quell’estate ci separammo e nessuno di noi aveva ben chiaro quanto tutto questo sarebbe durato. In verità, anche se nessuno dei due voleva ammetterlo, qualcosa di invisibile ma non meno letale, da tempo si era insinuato nel nostro rapporto ed entrambi cercavamo di far fronte al meglio alla situazione.

Il giorno stesso in cui Sofia e io accompagnammo all’aeroporto Camilla, dopo averla salutata, alternando sorrisi e lacrime, decidemmo sulla via del ritorno che per le vacanze avremmo preso in affitto una casa al mare vicino a quella di mia suocera, Amy, una donna dolcissima e molto affezionata a noi.

Così nel giro di 15 giorni avevo già firmato un contratto per un’enorme casa di villeggiatura. Aveva un giardino piacevolissimo ed era completamente arredata, eccetto per il letto nella cameretta di Sofia, cosa alla quale ovviò mia suocera con molto piacere. Dopo aver cercato per giorni, riuscì a trovare un letto d’antiquariato in ferro battuto che fece letteralmente impazzire la nipote.

Così, una volta che la nostra casa delle vacanze fu pronta, mi presi i primi 15 giorni di ferie per permettere a mia figlia di adattarsi all’assenza della madre.

I giorni passavano veloci. Andavamo al mare, ci facevamo scaldare dal sole e ci tuffavamo nell’acqua verde e spumeggiante, mentre a casa, mia suocera ci preparava piatti prelibati e faceva di tutto per alleviare l’assenza di Camilla. Nonostante questo, Sofia riusciva a passare indenne l’intera giornata, per poi crollare la sera in uno stato di nostalgia e prostrazione straziante. Un pianto sommesso la coglieva e non la lasciava fino a notte fonda. Poi subentrava un sonno agitato, fatto di sussulti e gridolini in cui invocava il nome della madre, movimenti bruschi e coperte gettate a terra.

La bambina la mattina si presentava in uno stato terribile, sempre più stanca, con occhi gonfi e occhiaie scure che non svanivano fino all’ora di pranzo.

Sempre così, un giorno dopo l’altro, fino a quella notte.

Eravamo andati a letto abbastanza tardi. Sofia aveva parlato con la mamma al telefono e l’animo invece di sollevarsi si era rabbuiato ulteriormente. La distanza si faceva sentire e le promesse di rivedersi presto non bastavano a distrarre la sua profonda nostalgia. Dopo aver provato a fermare il suo pianto parlandole a lungo, con tanti abbracci, una partita a carte e un paio di lunghe storie, Sofia finalmente era crollata esausta in un sonno che speravo profondo. Mi illudevo.

Nella notte, infatti, venni svegliato dalla piccola mentre si stava facendo spazio sotto al lenzuolo e cercava di raggomitolarsi al mio fianco sussurrando con un filo di voce:

«Sto qui con te. Di là c’è la bambina che non mi fa dormire». Pensai fosse in dormiveglia e stesse sognando, così mi limitai a farle spazio e a tenermela stretta tra le braccia, certo che l’indomani ogni ricordo sarebbe sparito con i fumi del sonno. 

Invece, mentre facevamo colazione, Sofia tra un boccone e l’altro, sempre con gli occhi gonfi e pesanti per il pianto che anche quella notte insieme a me l’aveva consumata, mi disse che sperava che la bambina avesse dormito bene nel suo letto di ferro. Stupito, feci finta di nulla e mi sforzai di non dar importanza alla cosa. Ma solo fino alla notte successiva.

Ci eravamo coricati presto quella sera. Eravamo davvero stanchi, in quanto la giornata in gommone ci aveva ben arrostiti e provati. Ma quella notte non ci fu concesso molto riposo.

Dovevano essere più o meno le due del mattino quando sentii con chiarezza Sofia posarmi la sua manina calda sulla guancia.

«Papà di là c’è la bambina che vuole dormire con me. Posso stare qui?».

Aprii gli occhi e vidi chiaramente che mia figlia non era sonnambula, che in quel momento era sveglia e sembrava parlare con cognizione di causa.

«Chi c’è di là?» domandai bisbigliando.

«La bambina che viene per dormire. Ma in due non ci stiamo. Io voglio stare qui» rispose Sofia mentre già si stava coricando al mio fianco.

«La bambina, tesoro?» chiesi sempre con un filo di voce. Consapevole che indubbiamente qualcosa di nuovo stava accadendo nelle nostre vite.

Sofia si limitò ad annuire, poi chiuse gli occhi e si assopì nel suo sonno perennemente agitato. Per me invece fu impossibile dormire di nuovo, così mi alzai cercando di fare il meno rumore possibile per andare nella sua camera a controllare.

Tutto nella stanzetta era immobile e silenzioso. Il letto, con la splendida testata in ferro battuto appoggiata alla parete, era assolutamente vuoto. Nessuna bambina dentro, ovviamente. Ma poi quale bambina? Chi popolava i sogni di mia figlia?

L’indomani al mare, provai a farle qualche domanda. Aveva riposato bene? Si ricordava di aver parlato di una bambina?

«Sì, la bambina» mi rispose con un filo di voce. «La sento quando mi dice che vuole venire a dormire con me. È leggera, quasi trasparente. Quando la guardo mi sembra uno straccio bagnato».

«Uno straccio bagnato?» chiesi con il cuore che mi pulsava nelle orecchie. Sofia mi sorrise e non aggiunse altro, lasciandomi solo con troppi interrogativi in testa. La separazione dalla madre aveva sicuramente causato in lei un bisogno di attenzione che si acuiva nella notte, una forma d’ansia da abbandono che non le dava pace. Dovevo cercare di alleviare la sua sofferenza.

Quella sera al momento di andare a dormire mi trattenni con lei più a lungo e dopo la consueta favola parlammo della mamma. Progettammo che saremmo potuti andare a trovarla o che lei sarebbe potuta venire da noi per qualche giorno a Ferragosto.

Sofia mi sembrò più tranquilla e riuscì a prender sonno.

Infatti, quella notte passò senza sorprese, Sofia non venne a cercarmi e io ne fui davvero felice. Parlando della madre sicuramente l’avevo rassicurata e si era potuta permettere un buon sonno. La mia soddisfazione comunque durò ben poco.

Sofia scese a colazione e prima ancora di dire buongiorno esclamò:

«Si chiama Eleonora. Me lo ha detto stanotte».

Lasciai la scatola di cereali e contemporaneamente mi afflosciai sulla sedia.

«Eleonora chi?» riuscii a domandare.

«La bambina. È molto carina, ha capito che non può venire nel mio letto e mi tiene solo la mano. La sua è morbida e umida. Dice che vuole farmi compagnia».

Ecco, questa parola “umida” credo mi sia rimasta incagliata nella mente da quel momento. Infatti le chiesi «Come umida?» conscio oramai di soffermarmi su un dettaglio assolutamente insignificante.

«Umida, come un po’ bagnata. Mi stringe la mano nella sua e mi fa compagnia. È buona e profuma di pongo».

Dopo queste esternazioni, dopo “umida”, dopo “pongo” decisi di prendere altri giorni di ferie e di stare molto vicino a mia figlia, di parlare di Eleonora che la visitava la notte e soprattutto della madre, per consentirle di esprimere i suoi veri sentimenti nella speranza di liberarla da pensieri che le procuravano eccessive fantasie. Ma in tutta sincerità queste chiacchiere non mi fecero stare più tranquillo.

Sofia mi raccontò con disinvoltura che la sua amica immaginaria le teneva la mano tutte le sere e che era quel suo tocco leggero che la faceva dormire tranquilla. Eleonora era dolce e gentile ed era lì per aiutarla quando era triste. Aveva detto proprio così, seria e composta, con gli occhi asciutti, grandi e brillanti finalmente senza alcuna ombra di pianto.

Ora, da medico, francamente, l’idea che mia figlia tutte le notti immaginasse una bambina che le teneva la mano non era il massimo, ma almeno potevo constatare che i suoi sonni non erano più disturbati e ogni mattina la ritrovavo sempre più allegra e riposata.

In pochi giorni si riprese del tutto, le mancava sempre la madre certo, ma non aveva più crisi profonde e questo fece sì che riuscissimo a finire le nostre vacanze in serenità.

L’ultimo giorno facemmo i bagagli e chiamai una ditta per il trasporto del letto che, come dono della nonna, ci avrebbe seguito anche a Roma. Mentre sorvegliavo il lavoro dei facchini, notai dietro la testiera, nascosta alla vista, una targa in metallo. Mi avvicinai, inforcai gli occhiali e il mio cuore si fermò per un istante. Una grande lettera E dipinta in color oro vi era incisa sopra. La mia formazione scientifica mi impedì di lanciarmi in conclusioni affrettate. E poteva voler dire tante cose e fra queste anche Eleonora è vero, per questo nel dubbio preferii tenere la cosa per me.

Oggi Sofia dorme ancora in quel letto, è una ragazzina serena e va spesso a trovare la madre in Inghilterra.

Di qualsiasi cosa si sia trattato davvero quell’estate al mare, fantasia, immaginazione, presenze e non so che altro, certo è che Eleonora in quelle notti ha aiutato tanto la mia Sofia. E stando ad alcuni discorsi bizzarri che ogni tanto le sento fare, sospetto e spero che ancora oggi, la notte, ci sia sempre una bambina fatta di luce, leggera e che profuma di pongo che stringe la sua mano umida in quella di mia figlia per allietarle il sonno nei momenti tristi e per proteggerla da ogni avversità.

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