Sono cresciuta in un piccolo paese dove la scuola elementare era a dieci minuti da casa e i bambini rincasavano per pranzo e trovavano la mamma o la nonna ad aspettarli. Al tempo non lo consideravo un lusso: mi pareva ovvio che ci fosse qualche familiare pronto a prepararmi il pranzo, ad aiutarmi con i compiti… Ecco, nel mio caso il familiare era mia madre.
Da bambina l’unica certezza era questa: dopo la scuola, mia mamma mi aspettava in cima alle scale e non esisteva giorno che non mi sorridesse appena arrivavo, come se avesse visto la persona più importante sulla Terra.
Quel tempo lontano non era scandito dal serrato susseguirsi d’impegni che oggi, a volte, pervade la mia vita. Non che mia madre non avesse incombenze, fra la gestione della casa e del lavoro. Quando ero nata, mio padre le aveva proposto di lasciare l’impiego: lei aveva risposto che si sarebbe presa cura di me, ma avrebbe continuato a lavorare: «Non ho studiato per farmi mantenere da un uomo» aveva detto.
Mia mamma lavorava in uno studio contabile. Non aveva nessun capo che le diceva cosa fare, ma solo tre soci con cui condivideva le spese e il pacchetto dei clienti. Certi giorni il telefono di casa non faceva che squillare. Raramente volevano mio padre, cercavano sempre mia mamma per risolvere problemi di contabilità o di tasse.
Nonostante le richieste dei clienti, mia madre non mi ha mai fatto mancare attenzioni. E di ciò le sarò sempre grata.
Il sogno di fare la principessa
Ricordo un giorno in particolare di quando facevo le scuole elementari: al suono della campanella, corsi più che potevo verso casa. «Mamma!» gridai già dalla strada. «Mi hanno scelto per il ruolo della principessa nella recita».
Mia madre non stava nella pelle e per settimane aveva instancabilmente ripetuto la parte con me. L’allegria però durò poco. Perché, se a casa recitavo senza intoppi, quando salivo sul palco non riuscivo a ricordare neanche una parola.
La recita era fissata per la fine del mese ma ben prima la maestra mi prese da parte per comunicarmi di aver inserito inserito nella storia una voce narrante, che sarei stata io, mentre invece il ruolo di principessa sarebbe stato affidato a un’altra bambina.
Quel giorno a pranzo non dissi niente a mia mamma, che però si accorse subito che c’era qualcosa che non andava. Così, mi chiese se volevo fare due passi in giardino.
Ogni fiore è stupendo a modo suo
Era una splendida giornata e sotto gli enormi olmi si scorgevano dei ciuffi di denti da leone gialli fra l’erba. Mia madre si chinò per osservarli meglio. Li accarezzò con la punta delle dita: «Tutti i fiori sono belli».
Indicò un punto più in là nel giardino. «Tuo padre ha piantato delle rose, ma a me piacciono i denti di leone». Mi fissò con uno sguardo serio. «Ogni fiore è stupendo a modo suo, no?» mi chiese poi. «E questo vale anche per le persone» aggiunse. «Non tutti nella vita possono fare la parte della rosa. Per fortuna, direi, altrimenti nessuno potrebbe conoscere la bellezza di un dente di leone».
Scoppiai a piangere e le raccontai cos’era successo. «Sarai un’ottima voce narrante» mi rassicurò dopo avermi ascoltata. «Vorrei tanto essere al posto tuo».
Mi fece strano sentire quelle parole da una donna che, se solo lo avesse desiderato, avrebbe trovato anche il modo di toccare il cielo con un dito. «Non c’è niente di più bello di raccontare le storie» mi disse.
Un dente di leone tra le pagine
Nelle settimane successive imparai a sentirmi orgogliosa del ruolo che mi era stato affidato. A ogni tentennamento ricordavo le parole di mamma. E mia madre era pronta ad aiutarmi a calarmi nella parte della voce fuori campo, dandomi consigli sull’intonazione e sul respiro.
La sera dello spettacolo, quando ero dietro le quinte, mi sentivo nervosa. Anche se avevo il copione in mano e non avrei potuto dimenticare neanche una parola, sentivo una leggera ansia salirmi lungo la schiena e in gola.
Presi a sfogliare velocemente il copione, come una specie di gesto antistress, finché trovai un fiore incastrato fra due pagine. Era un dente di leone. Dietro c’era sicuramente lo zampino di mia mamma, e meno male. Solo vedere quel fiore mi fece sentire più tranquilla.
Dalle facce in prima fila e dai complimenti ricevuti dopo la recita, direi che andò bene. Mia mamma parlò di capolavoro ma, certo, è mia mamma.
Sei proprio uguale a tua madre
È passato tanto tempo da allora e alcuni mesi fa sono andata a trovarla. Dovevo dirle una cosa di persona. Mia mamma non ha perso il suo intuito, infatti, appena mi ha visto, mi ha toccato la pancia e mi ha abbracciata.
«Sarai una splendida mamma» mi ha detto.
«E tu una splendida nonna».
Lei ha fatto un gesto della mano come per dire “chi lo sa”. Non mi ha dato consigli, solo uno: «Una delle poche cose giuste da fare in questa vita, e lo si capisce sempre troppo tardi, è amare chiunque sia pronto a essere amato. E non esiste nessuno al mondo più pronto a essere amato di un bambino».
Poco prima del nono mese, ho trovato una busta nella cassetta delle lettere: dentro c’era un dente di leone. L’ho accostato alla pancia e in quel preciso istante ho capito che sarebbe andato tutto bene.
Mio marito, la stessa sera, a tavola ha iniziato a farmi un discorso ingarbugliato sui costi di una famiglia, sulla possibilità di accettare un’offerta di lavoro che gli avrebbe permesso di guadagnare di più. Infine, mi ha chiesto se volessi valutare l’idea di prendermi un periodo di pausa dal mio impiego.
L’ho guardato seria e gli ho detto che sarei stata vicinissima al bambino, ma avrei continuato a lavorare. «Non ho studiato per farmi mantenere da un uomo» gli ho detto.
«Sei proprio uguale a tua madre» ha detto lui.
Ha ragione.
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