Eccomi qua, inadeguata, incerta, titubante (e chissà quante altre cose) mentre valuto se spingere o meno la maniglia di questa porta e intanto vengo travolta da un misto di mistero e ansia elettrizzante.
Non è stato tutto pianificato e no, non la chiamerei nemmeno “pazzia”, perché non è una di quelle cose che fai col cuore e poi ti mettono nei guai. Semmai è un’azione più di pancia, una sorta di “pazzia organizzata”, forse.
Macché, mica mi sono tinta i capelli di qualche colore strano, tipo turchese (anche se potrei sempre farlo in futuro) e, no, non ho nemmeno comprato quel paio di scarpe rosa confetto che mi piaceva tanto.
Lo so, lo so, magari non ci crederete, ma… mi sono iscritta all’università. Per la prima volta, alla soglia dei 40 anni. Che, poi, non sono proprio 40, ma esattamente 39 e 232 giorni.
Una pagina tutta da scrivere
Perché l’ho fatto? Non credo si tratti di una sorta di rivincita, in fondo recuperare il tempo perduto non è mica possibile, eh. E allora perché? Credo che si tratti di una scelta personale, un germe che covi dentro, spesso lentamente, nel mio caso in maniera maldestra, del tipo che un bel giorno ti alzi e ti accorgi che non puoi più tornare indietro.
E allora eccomi qua, mentre compilo questo maledetto modulo d’iscrizione che somiglia terribilmente a quell’altro, quello che ho firmato la settimana scorsa, ovvero il documento di dimissioni spontanee dal mio lavoro.
Sì, ho lasciato un lavoro che non mi valorizzava più (e allora, se ormai da tempo non mi valorizzava più, perché è stato così difficile lasciarlo?).
Che poi questa cosa dell’università non si può nemmeno archiviare come una scelta al buio e, a onor del vero, neanche come il classico “colpo di testa” perché, se analizziamo bene il mio trascorso, io di colpi di testa ne ho fatti davvero pochi. Sempre così ligia al dovere, sempre così attenta a non scontentare nessuno che poi la vera scontenta sono finita per essere proprio io.
Il coraggio di cambiare
Che cosa facevo al lavoro? Registravo dati, preparavo fatture, rispondevo alle telefonate, gestivo clienti che non avevo mai visto in faccia neppure una volta.
Allora forse è proprio per questo motivo che adesso sento il bisogno di riempire questo modulo, di inebriarmi del sapore di una pagina bianca, vergine, tutta da scrivere. Lo so, è così strano fissare tutti questi spazi vuoti pensando di doverli riempire.
Sì, magari può avere influito anche l’ultimo viaggio che ho intrapreso in Olanda. Lì, ho acquisito la strana consapevolezza che anche i tulipani più belli in alcune fasi dell’anno deperiscono. Succede a causa del calore eccessivo, quando la luce del sole è troppo forte oppure se non arriva un adeguato nutrimento ai loro steli.
Be’, io in fondo mi sentivo come quei tulipani, come se l’acqua non riuscisse a raggiungere le mie fonti di vita e pian piano stessi appassendo. E allora eccomi qui.
Una pazzia organizzata
«Il suo nome?».
L’addetto alla portineria ha la mia età, lo leggo dalla targhetta che porta in dote, su cui ci sono scritti nome, cognome e data di nascita. Proprio per questa ragione vorrei tanto sapere come mai tiene così tanto a darmi del lei, a mantenere le distanze.
E pensare che lo avevo notato sin dalla prima volta, merito del suo savoir-faire, merito del profumo che emana. Non è certo la prima volta che passo di qui, che percorro il tragitto fino a questo sportello, semmai è la prima volta che metto insieme un po’ di coraggio per compilare i moduli, questo sì.
E allora eccomi qua. Coi miei documenti: la patente appena rinnovata, la carta d’identità con la fototessera ingiallita dal tempo.
«Ha già estinto i bollettini?».
Certo, sono mesi che ci penso, che ci rimugino sopra. Ripeto: è stata una pazzia organizzata.
Lui sorride, io sorrido.
«Organizzata, vedo».
Finalmente iscritta
Be’, quando la tua vita diventa un pasticcio deforme, dopo un po’ ti abitui a convivere con quel caos, lo organizzi, riempi i vuoti con amici, pasti fuori casa… Arredi il tuo tempo, magari speri che qualcuno possa abitarlo, farne parte nel frattempo che apri le finestre, pitturi le pareti e metti un po’ di musica.
«Manca altro?».
«Sembrerebbe di no».
Non potrei mai accettare che qualcosa andasse storto, penso.
«Questo è l’altro modulo che deve firmare. Quello aggiuntivo. Lei è fuoricorso, vero?»
Già il fatto che lui me lo chieda depone a mio favore, no?
«Così sembra».
La mia risposta è perentoria, ma non dà l’idea di essere convinta. Allora ci riprovo: «Così sembra!».
Adesso va molto meglio. Più decisa, da persona risoluta quale sono diventata. Lo sono diventata, sì.
Durante l’adolescenza invece ero la classica ragazza secchiona coi capelli a caschetto, quella che trova l’amore solamente in quinta superiore, che studia fuori orario, che arriva sempre in anticipo e che ama il rumore della pioggia e i ragazzi che sanno ascoltarla.
«I documenti sembrano a posto, perfetti».
Un sospiro di sollievo.
«I moduli anche».
Meno male.
«I bollettini sono tutti pagati, le risulta?».
Certo che mi risulta.
«Quindi credo che possa definirsi iscritta».
Mi accorgo che sto tremando.
«Questa, poi, è la tessera per entrare in biblioteca e negli altri spazi comuni. I nostri, quelli universitari, per gli studenti e per noi addetti ai lavori».
Rimango ad ascoltare.
«Sa come funziona?».
Tra i corridoi, un incontro inatteso
Se c’è una cosa che non sopporto è non sapere. Per quello sono qua, perché so di non sapere. Quindi mi costa un po’ di fatica fare segno di no con la testa, per questo mentre lo faccio mi mordicchio il labbro superiore.
«Se le va allora le faccio vedere».
Mi va, nemmeno lo faccio finire. Mi va.
E allora lui mi fa cenno di aspettare, si libera del suo gilet e mi raggiunge.
«Che cosa vuole vedere?».
Una piccola sosta.
«Le aule principali?».
E allora eccomi qui, a 39 anni e (quanto era?) 232 giorni a parlare del niente con uno sconosciuto che dice di chiamarsi Gianmatteo. Anzi, lo dice la sua targhetta, perché lui mi ha pregato di chiamarlo solamente per cognome, visto che tutti qui lo conoscono così, e a lui sta bene in questo modo.
È strano, erano mesi che non mi trovavo faccia a faccia con un uomo, ed è strano come quei corridoi assomiglino tanto ai viali alberati dove ero solita giocare all’età di 12 anni.
Non lo so, mi sento bene. Saranno i suoi modi di fare, così rigorosi e distaccati, a farmi sentire protetta. Lo so, è un controsenso, ma tutta la vita lo è, dico bene?
«Lei fuma?» mi chiede all’improvviso, conducendomi verso una porta a vetri che dà su un piccolo atrio dove le uniche ombre sono assicurate da due pini sempreverdi e da un corridoio decisamente claudicante.
«No, non fumo» rispondo. «Non più».
Lui scuote la testa, anche se non sono certa stia ascoltando, almeno non così attentamente.
Mi riempie di domande, ma ho come la sensazione che fatichi ad aprirsi, sarà il suo ruolo, sarà che io non sono certo cintura nera nell’imbeccare conversazioni o risposte sagaci.
E se provassimo a darci del tu?
«Hai intenzione di finirla, l’università?» mi chiede.
Questa domanda mi trova del tutto impreparata. In fondo io non sono una che lascia le cose a metà, non l’ho mai fatto, e non sono nemmeno una persona che prende tutto alla leggera (semmai il contrario). Eppure, non ci avevo mica mai pensato.
E se non riuscissi a terminare gli studi? Sarebbe una sconfitta? Sarei in grado di riprendermi? E se ci volesse più tempo del previsto? E se scoprissi di essere inadatta? E se Milly, la mia cagnolina, iniziasse a sentire la mia mancanza quando sono a lezione?
Poi lui mi chiede se vivo da sola, se leggo Herman Melville, cosa ne penso di Jung e allora lì, sono decisamente più spigliata tant’è che rispondo in maniera più precisa.
«Da qui si vede un bel tramonto» mi assicura con tono quasi sognante, e lì le sue barriere sembrano un po’ meno invalicabili.
Allora provo a sorridere, lui fa lo stesso, e intanto mi ricorda che nell’angolo biblioteca si possono prendere in prestito tomi, volumi e testi, si può parlare (ma solo a bassa voce e di cose inerenti i corsi), studiare, scrivere, leggere, sfogliare quotidiani cartacei e online, consultare i tablet, accendere i computer.
Poi aggiunge: «Se vuole uno di questi giorni possiamo dividere un cruciverba».
L’unica cosa che mi sento di rispondergli è: «E se provassimo intanto a darci del tu?».
E poi gli faccio un sorriso grosso come una casa.
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