Irene Maiorino è scalza. Un’immagine semplice, quasi un piccolo fuori programma, che sembra raccontare bene il modo in cui affronta il suo mestiere: lasciando che siano le domande ad aprire strade nuove e inattese.
I personaggi, del resto, ogni volta la accompagnano proprio lì, verso territori che non conosce ancora di sé. È accaduto con Lila ne L’amica geniale, incontro artistico e umano che continua a portarsi dentro, e con l’apparentemente fragile Nadia Marzano di Portobello, affrontata sotto lo sguardo del maestro Marco Bellocchio.
Succede ora con Teresa Bonaiuto, vicecomandante in Minerva – La Scuola, su Netflix dal 22 settembre, una donna lontana da lei che l’ha spinta a interrogarsi su regole e coscienza, appartenenza e potere, sulla possibilità di osservare da un’altra prospettiva anche ciò che sembrava immutabile.
Teresa crede nelle regole, non necessariamente nelle tradizioni. Come si costruisce una donna che vuole cambiare dall’interno l’istituzione a cui appartiene?
«Mi interessava raccontare un cambiamento nel rapporto con le tradizioni senza che Teresa rinnegasse i principi ai quali ha giurato fedeltà. Da una parte c’è l’integrità del sistema, rappresentato dal comandante interpretato da Massimiliano Gallo, dall’altra lo sguardo più naïf della professoressa di Cristiana Capotondi.
Teresa aderisce a un sistema patriarcale e maschilista, mentre io sono chiaramente dall’altra parte: indagarne le motivazioni è stata una sfida, anche emotiva. Nel momento storico che stiamo vivendo si sta ribaltando tutto, con conseguenze positive e negative. In questo caso trovo positivo poter mettere in discussione un sistema granitico. Con il regista Ivan Silvestrini e gli sceneggiatori abbiamo cercato di darle tridimensionalità, costruendo due figure femminili diverse, ma non necessariamente contrapposte».
Teresa viene definita “una giusta” e nel rapporto con il comandante emerge anche un’altra idea del potere. Quanto ti riconosci in lei?
«Teresa anela al potere, ma il suo è un modo quasi più sano di concepirlo perché crede nell’etica e non vuole scavalcare il comandante. C’è una delusione umana verso chi è stato un punto di riferimento per lei e le ha insegnato la lealtà.
La caduta del comandante, quasi una caduta dell’eroe, può rappresentare anche quella di un sistema e mi piace lasciare questo come un punto interrogativo da rilanciare allo spettatore. È anche per questo che mi ha convinta Minerva, perché non elogia unilateralmente un sistema rispetto a un altro, cosa che non avrei potuto fare nel momento storico che stiamo vivendo.
Credo negli ideali, dalle assemblee di classe di quando ero ragazza alle manifestazioni a cui vado ancora oggi, e nel potere umano, collettivo rispetto a quello politico. Mi piacerebbe che noi italiani facessimo più gruppo, se fossimo uniti come quando c’è il calcio, potremmo fare grandi rivoluzioni».
In Minerva si dice che “il corpo conta quanto la testa”. Anche l’autorità di Teresa passa da postura, divisae dal modo di occupare lo spazio. Quanto hai lavorato sul corpo?
«Abbastanza. Portare la divisa ogni giorno non è stato facile e ci tengo a non scimmiottare. Abbiamo riflettuto anche sul make up perché Teresa si piace nella divisa e può avere voglia di un filo di fard. Farne un “maschiaccio” mi sembrava meno interessante.
La cosa più bella di questo lavoro è il dialogo perché noi attori possiamo portare una proposta che incontra quella del regista e degli sceneggiatori. È un fare insieme, una fucina chemi arriva dal teatro e mi salva sempre».
In Minerva parlavi di mettere in discussione un sistema. In Portobello, sul caso Tortora, Bellocchio ne racconta uno che perde la capacità di dubitare.Il dubbio può essere una forma di responsabilità?
«Non vedo l’ora di avere dei dubbi. Li declino sempre in un’accezione di possibilità. Sta a noi avere spirito critico, capacità di giudizio e responsabilità. È importante mettersi in discussione senza confondere questo atteggiamento con l’insicurezza. Dubitare significa chiedersi: “Forse ho sbagliato io? Ho capito davvero?” e avere la modestia di fare un passo indietro. In Portobello tutto riparte dal dubbio di un magistrato che decide di ricominciare da capo. Anche il pubblico aveva delle perplessità, ma si lasciò abbagliare dalla ribalta. Interrogarsi può diventare un modo per scoprire, per cercare più a fondo. È come porsi una domanda invece di darsi subito una risposta».
C’è un personaggio che, lavorandoci, ti ha fatto scoprire qualcosa di te che non conoscevi ancora?
«Anche Teresa. Non so se ho quell’autorità, ma con lei ho scoperto che la mia forza è diversa.
Con Lila, invece, ho ritrovato parti di me bambina, più autentiche, meno addomesticate, più dritte e capaci di rischiare, che non pensavo potessero essere così profonde. È stata lei a portarmi lì, insieme allo studio che ho fatto su di lei. Poi parlo di Lila come se fosse un’entità, ma per me lo è. Elena è la scrittrice, l’alter ego, la Ferrante; Lila invece è quella immaginata, amata in tutto il mondo, sognata, fantasmagorica. Interpretarla è stata davvero una sfida e ho fatto un lavoro sul femminile molto trasversale, da Partenope a Cassandra.
Lei è quella che mi ha lasciato più di tutti. Poi c’è tanta maternità nei miei personaggi, che è una cosa che vivo attraverso il lavoro. Non sono madre, però è qualcosa che mi viene molto naturale. E anche per questo, alla fine, rimane un lavoro magico».
A 25 anni sei andata a Parigi per le prove di uno spettacolo. Che cosa ha rappresentato per te quell’esperienza?
«Parigi è stata un po’ mistica. Il francese non l’ho mai studiato e ho scoperto lì che è una lingua che mi si confà. Mia nonna era francese e si chiamava Lina, che è anche il vero nome di Lila. Avevo 25 anni e Parigi aveva un po’ i contorni di quello che poteva essere il mio sogno, proprio la ragazza con la valigia. Sul palco stavo bene. Una lingua non mia e un’altra città erano sfide che mi rinvigorivano. Quindi lì ho sognato».
Tanto cinema, tv, serie eppure, se ti immagini “a casa” come attrice, ti vedi sul palcoscenico pur non frequentandolo da un po’. Come mai?
«Forse perché lì sono nata e, per me, alla fine tutto torna sempre al teatro. Anche Bellocchio, durante le deposizioni di Portobello, parlava di teatro, con gli altri dietro quasi come un coro greco. Parafrasando De Filippo, “è la vita già che è un teatro”, poi siamo noi a farlo. Ho fatto il Dams e da ragazza guardavo film da sola per ore: Bertolucci, il primo Salvatores, Godard. Sognavo che qualcuno si innamorasse artisticamente di me attraverso la macchina da presa. Con Lila ho sentito di poter fare proprio quel tipo di lavoro. Però, se devo immaginarmi a casa, mi vedo ancora sul palcoscenico. Anche adesso sono scalza, sono molto materica. A teatro i corpi, il contatto, la presenza sono linfa. Il cinema, invece, è tutto più dentro: è come mettere quella materia in uno scatolino prezioso e poi centellinarla».
Hai seguito un laboratorio di drammaturgia con Antonio Latella, secondo cui “tutto diventa scrittura, persino il gesto dell’attore”. Hai anche co-scritto per il teatro e continui a scrivere. Farlo cambia il modo in cui reciti le parole degli altri?
«Tanto. Latella mi disse che scrivevo come una regista perché avevo in mente le inquadrature della vita, davo immagini, quasi dei quadri. Mi piace fotografare e credo sia lo stesso modo di guardare le cose che lui aveva riconosciuto nella mia scrittura. Continuo a scrivere racconti e tengo la scrittura separata dal lavoro».
Che cosa hai conservato della ragazza con la valigia che eri allora?
«Il cuore selvaggio, un po’ gitano. Mi piace mischiarmi con le culture. A Parigi mi sono sentita subito a casa, eppure era una città straniera; mentre a Roma forse non mi sento ancora a casa (nata a Napoli e cresciuta a Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno, ndr). Dopo vent’anni ho messo per la prima volta la targhetta al citofono, ma è di plastica, attaccata con lo scotch. Non mi decido ancora. È difficile ricreare le proprie radici».
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