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Il matrimonio a Lipari

Crescere su un’isola, poi scappare a Roma per amore, poi andare a Parigi per la più grande passione… E poi fare i conti con una brutta malattia e tornare a casa. La vita di Silvia è un ottovolante di emozioni. Ma molto deve ancora succedere

CREDITS: Pexels Cristian Rojas

È da poco iniziato settembre ed è un magnifico pomeriggio di domenica tutto per me, con Margot placidamente addormentata ai miei piedi, nel retrobottega a finire un bozzetto.

Qualcuno bussa alla porta a vetri. Margot alza la testolina per dare un’occhiata poi, insonnolita, torna a dormicchiare sotto la scrivania. Una scrivania sommersa da tulle, merletti, pizzi… È il mio disordine, il mio caos e la mia energia, quella scrivania. Lei, il regno. Io e Margot, le regine assolute.

«Morirete sommerse da tutti questi rocchetti, tu e Margot» mi dice sempre la mia amica Giada.

Almeno moriremo felici!

le rispondo sempre.

Abiti da sposa a Lipari: un incontro inaspettato

Guardo l’orologio: sono le 17 in punto.

Dietro la porta c’è una ragazza esile che cerca di sbirciare dentro l’atelier, zaino in spalla e sguardo speranzoso.

Alzo gli occhi al cielo.

Dal retrobottega giunge veloce il rumore dei passi di Margot, che arriva infastidita: “Chi osa spezzare il nostro incantesimo?” mi chiedono i suoi occhi.

Perché Margot parla, lo fa con lo sguardo.

«Speriamo che non sia uno di quei turisti incuriositi dal negozio…» le dico. Intanto, mi avvicino alla porta: “È chiuso! Oggi è domenica!” mimo con le labbra.

Mi dia solo un attimo, la prego

E io, che non so dire di no, apro. «Grazie mille» dice d’un fiato la ragazza. «Sarei dovuta arrivare venerdì a Lipari, ma alcuni voli sono stati cancellati per via del maltempo, per fortuna ce n’era uno per oggi. Ho un unico giorno libero, domani sera dovrò tornare a casa, quindi praticamente ho solo ora per scegliere l’abito. Per favore, mi conceda un po’ del suo tempo…». Sta quasi per scoppiare a piangere.

Tè e qualche chiacchiera

«Ok» le dico, cercando di arrestare quello tsunami di parole. «È un’emergenza, ho capito. Faccia un bel respiro e si accomodi qui, su questa poltrona. Le andrebbe del tè?».

«Sarebbe meraviglioso».

Margot, che è una barboncina egoriferita convinta di essere un essere umano, guarda la ragazza con disappunto. Poi le volta le spalle e mi segue nel retrobottega: “Non potevi lasciarla fuori?” mi dicono i suoi occhi.

Fai la brava, Margot

le sussurro. «Sai bene che io e te dobbiamo essere pronte anche alle emergenze…».

Quando torno di là, l’ansia e il dispiacere sono scomparsi dal viso della ragazza.

«Ecco a te…» le porgo il tè.

«Martina, mi chiamo Martina» risponde.

«Roma?» chiedo poi per rompere il ghiaccio.

«Si sente così tanto?».

Prendo un sorso di tè: «Be’, ci sono accenti che difficilmente si mascherano. Come quello romano, appunto» concludo. «Allora, Martina, sei qui per l’abito…».

«Oh, sì» fa lei, bevendo due sorsi. «Ho scoperto il suo atelier su Internet. Ero alla ricerca di qualcosa di unico, di un posto che mi desse la possibilità di vivere il mio giorno più magico con un pizzico di originalità. Quando ho visto che l’atelier si trova proprio a Lipari, la location delle nozze, quasi non ci credevo! Mi sposerò l’estate prossima».

Dal primo bozzetto alla scelta dell’abito perfetto

Margot ci raggiunge dal retrobottega. Ha capito che c’è da lavorare e, da brava collega, arriva a darmi una mano. O, meglio, una zampa.

«Lei è Margot. Margot, lei è Martina. Bene, fatte le dovute presentazioni, direi che è il momento di dare un’occhiata ai bozzetti. Sei pronta?». Recupero alcuni degli ultimi disegni e li porgo a Martina. «Questi sono i più recenti, non ancora realizzati su stoffa.

Quando ti sposi?

«Luglio prossimo. Il rito sarà celebrato in spiaggia, al tramonto, invece la festa sarà in un giardino privato» sfoglia i bozzetti, poi alza lo sguardo. «Questi abiti sono bellissimi, davvero, ma non ce n’è uno che sento… Come dire…».

«Tuo?».

«Sì. Mio».

È allora che Margot corre verso il retrobottega per tornare qualche secondo dopo con un bozzetto tra le fauci. È quello dell’abito su cui stavo lavorando prima che Martina bussasse alla porta. La giovane donna resta a bocca aperta.

«Non sorprenderti» mi rivolgo poi alla mia cliente. «Margot è intelligente ed empatica. Spesso è lei che consiglia le future spose, in modi del tutto inaspettati. Come adesso».

«È davvero incredibile, straordinaria!».

«Sì, è vero. Guarda il disegno e, ti prego, diamoci del tu» le dico porgendole la bozza.

La ragazza mi sorride, poi abbassa lo sguardo sul bozzetto. Un abito lungo, in raso e chiffon, con una silhouette scivolata.

«Come immagino tu abbia letto sul nostro sito, mi occupo anche della sartoria. È tutto fatto a mano, i nostri abiti sono pezzi unici. In questo, per renderlo più particolare, potremmo inserire una sottile fascia di pizzo francese sullo scollo, oppure impreziosire la coda con il merletto…».

«No» sussurra Martina, gli occhi fermi sul disegno.

È già perfetto così

È… è come l’ho sempre sognato».

Domande e spaghetti

Bastano i suoi occhi felici per farmi capire che, ancora una volta, uno dei miei disegni ha fatto breccia nel cuore di una futura sposa.

«Come mai avete scelto proprio Lipari per le nozze?». Glielo chiedo davanti a un piatto di spaghetti con le vongole, in una trattoria a pochi passi dal litorale.

L’ha voluta Martina, questa cena. Un modo carino, credo, per ringraziarmi di quella domenica lavorativa del tutto fuori programma.

Martina intinge uno dei crostini nella sua zuppa di cozze dal profumo delizioso: «Sono stata sull’isola molti anni fa, ero ancora una bambina. Ricordo di esserne rimasta incantata, rapita dalla sua bellezza semplice. Quando il mio fidanzato, Samuel, mi ha chiesto di sposarlo, non ho esitato un attimo. “Ci sposeremo a Lipari” gli ho detto».

«E lui?».

Ha accettato subito

Mentre parla, Martina è radiosa.

«E la tua famiglia? Voglio dire, non è proprio una passeggiata organizzare un matrimonio a chilometri di distanza…».

Martina sorride: «È vero, non lo è. Ma se ho scelto Lipari, un po’ è anche colpa di papà… Mi ha trasmesso lui l’amore per quest’isola. Da bambina mi raccontava spesso delle sue estati da ragazzo passate qui. Quella che ha storto un po’ il naso è stata mamma. Lei è più un tipo da matrimonio classico nella parrocchia del quartiere. Sono così diversi, quei due! Dài, ti faccio vedere una foto!».

Piena di un entusiasmo quasi infantile, Martina sfila dallo zainetto il suo cellulare.

«Tu hai sempre vissuto qui?» mi chiede poi, lo sguardo basso mentre scrolla la galleria.

«Ho vissuto a Lipari fino alla maturità, poi me ne sono andata via, lontano. Avevo bisogno di nuovi spazi da occupare, di nuove immagini da vedere…».

Il ricordo di quegli anni mi prende lo stomaco.

Una foto che sorprende

«Eccola, l’ho trovata!». Lo schermo del suo smartphone mi mostra una bellissima famiglia stretta intorno a una torta. «Ecco mia sorella Clara. Lei, invece, è Daria, la piccola. E loro sono mamma e papà, Sonia e Guido. Non sono bellissimi?».

Guardo la foto. Prima il volto di lei. Poi il volto di lui. Non è possibile: Guido.

Un tuffo nel passato: il ricordo dell’estate 1989

Rivedo quegli occhi, il viso leggermente cambiato dagli anni passati, e in quel momento il tempo si riavvolge velocissimo, è un rullino che va indietro a una velocità inarrestabile, e poi si ferma di colpo ed è di nuovo l’estate del 1989.

A quel ricordo, il mio cuore perde improvvisamente un battito.

Era luglio e Lipari era al massimo del suo splendore: luminosa, fresca, perfetta.

Eppure, già da un po’ aveva iniziato a starmi stretta. Smaniosa di conoscere, allungavo lo sguardo alla ricerca di qualcosa oltre l’orizzonte, scrutavo il mare e mi chiedevo che posto ci potesse essere per me fuori da quel chicco di riso galleggiante nel Tirreno.

Avrei compiuto 19 anni quell’autunno.

Non ero fatta per lo studio, questo era chiaro. Con la testa sempre tra le nuvole, passavo il tempo a disegnare, i libri di scuola dimenticati nello zaino, tra i sospiri di mia madre che mi voleva fidanzata con un bravo isolano dalla buona posizione.

Io invece sognavo di andar via e vivere un’esistenza che Lipari non mi avrebbe mai concesso.

Guido arrivò proprio in quel momento, quando di me non sapevo ancora nulla, cosa volessi fare né chi fossi veramente. Guido, coi suoi occhi grandi dal colore del mare di Lipari quando è in tempesta, e i capelli ricci, e il sorriso che ti prendeva e ti toglieva il sonno.

Arrivò da una città che io non avevo mai visto se non in tivù o sulle riviste, Roma. Arrivò, mi parlò dei suoi studi all’università e io gli inventai sogni che non avevo mai sognato e progetti che non avevo, mentre passeggiavamo la sera, al chiaro di luna.

Un nuovo progetto

Voglio fare l’università

dissi una domenica ai miei.

«L’università?» chiese mio padre, quasi soffocando.

«A fare che?» chiese mia madre, che in quelle parole così importanti vedeva solo rischi e pericoli.

«Voglio studiare Giurisprudenza, diventare un avvocato» dissi, senza nemmeno sapere che cosa stessi dicendo. Era quello che da un anno faceva Guido. «A Roma» conclusi.

Ci furono liti. Ci furono pianti. Ci furono ceri accesi alla Madonna. Ci furono minacce.

Alla fine, però, vinsi la battaglia.

L’università a Roma

Guido venne a conoscere i miei la sera dell’ultima settimana per lui a Lipari. Mia madre gli cucinò il cous-cous di pesce con le mani che tremavano, mio padre fumò con lui un pacchetto intero di sigarette, le mie amiche mi sussurravano: «Accidenti, Silvia. Ma dove l’hai trovato?», perché era questo l’effetto che Guido faceva alla gente: emozionava, incantava.

Finì l’estate. Lo seguii.

Mi iscrissi all’università. Quei libroni con quelle parolone me li sognavo la notte, nei miei peggiori incubi. Non riuscii a dare nemmeno un esame.

Nel frattempo, vivevo quel mio amore acerbo per Guido.

Lui, così innamorato e protettivo e dolce e maturo e pieno di progetti. Io, così leggera e frizzante e piccola, col blocchetto dei disegni sempre tra le mani.

Non riuscii a combinare nulla. Lasciai Giurisprudenza, iniziai Lettere. Lasciai Lettere, iniziai Lingue. Tutto questo mentre dall’isola mio padre e mia madre mi chiedevano di tornare.

Stai solo perdendo tempo

mi dicevano. «Vedi tua cugina Laura: l’anno prossimo si sposa, presto si sistemerà. Perché non sei come lei?».

Io non volevo essere come nessuno, ma questo loro non lo capivano.

La svolta

Lasciai anche Lingue, dopo un paio di bocciature. Fu allora che Guido mi propose di provare l’Accademia di Belle Arti. Già. Perché non ci avevo pensato prima? Il primo esame superato lo festeggiammo nella piscina della villa dei suoi e poi a letto e poi di nuovo in piscina e poi di nuovo a letto. Non avevamo neanche 30 anni, eravamo liberi, leggeri, come la vuoi vivere, la vita, a quell’età, se non al massimo?

Quando Guido prese la laurea, io stavo già al secondo semestre dell’ultimo anno. E quando lui iniziò a lavorare nello studio di famiglia, io mi laureai. Vennero i miei, portandosi dietro quanti più parenti possibili. Quella corona d’alloro sulla mia testa era segno che non avevo perso tempo.

Il corso a Parigi

«C’è un corso in modellistica e sartoria da sposa che vorrei frequentare» dissi a Guido una sera di qualche settimana dopo.

«Sembra interessante…» mi rispose lui distrattamente.

«Dura due anni. A Parigi. E voglio farlo».

Guido mi guardò:

Due anni interi in Francia?

Feci di sì con la testa. Avevo deciso non appena ne avevo avuto notizia, avevo deciso ancor prima di comunicarlo a casa, avevo deciso ancor prima di dirlo a Guido. Avevo deciso da sola.

Due settimane dopo Guido mi chiese di sposarlo: «Tornerai dalla Francia e coroneremo il nostro sogno».

Dissi di sì.

Mamma, alla notizia del prossimo matrimonio, uscì di casa e lo disse a tutti, ai vicini, ai parenti, agli amici più stretti, e pazienza per quei due anni a Parigi.

Così partii. E non tornai più.

M’innamorai di Parigi, il suo fascino mi rapì, la passione per quel che stavo imparando a fare cominciò a bruciare così forte da incenerire tutto, Roma, Lipari, la mia famiglia, i ricordi.

E Guido, che lasciai nel modo più infantile e meschino e codardo e vigliacco.«L’amore che ti ho dato e quello che avrei potuto ancora darti non te lo darà mai più nessuno» mi disse.

Non lo sentii più. Non lo rividi più. Di lui non seppi più nulla.

E mentre sull’isola mia madre aveva ricominciato ad accendere altri ceri alla Madonna per quell’unica figlia senza testa, io lavoravo sodo nel primo atelier in cui ero stata assunta. Finalmente avevo trovato la mia strada.Vissi a Parigi dieci meravigliosi anni, pieni di soddisfazioni, amicizie, viaggi e amori intensi ma tutti sbagliati.

La malattia e il ritorno a Lipari

Poi, arrivò lui. A mettere tutto in discussione. A mettermi con le spalle al muro.

Un nodulo al seno, una biopsia, una diagnosi, una sentenza, un’operazione, poi un’altra, poi la chemio e la paura e la terra che ti manca sotto i piedi e le unghie che si spezzano per quanto cerchi di aggrapparti a quella vita che ami ma che ti sfugge dispettosa.

Fu allora che il ricordo di Guido cominciò a farsi strada dentro di me, con un’urgente nostalgia di quell’amore che avevo rinnegato, che non avevo voluto. Eppure, pur sentendone forte la mancanza, non feci nulla per rintracciarlo. Mi ero persa un’altra volta, un’altra volta il caos era entrato prepotente tra le mie cose, nella mia vita.Tornai a Lipari quando capii che solo all’origine di tutto avrei potuto salvare me stessa.

Puoi lasciare l’isola e scappare da lei per un tempo lunghissimo, ma arriverà un momento preciso, prima o poi, in cui lei verrà a riprenderti.

Tornai e dissi ai miei che non me ne sarei mai più andata.L’atelier arrivò un anno dopo la morte di mamma, tre dopo quella di papà, cinque dalla mia guarigione. Un posto caldo, colorato e accogliente dove i sogni si disegnano e diventano realtà.

Quando arrivò Margot, tre anni fa, capii che ero davvero guarita.In tutto quel tempo, mentre le cose accadevano, i volti scomparivano, nuove cose prendevano vita, il ricordo di Guido mi accompagnava silenzioso. Mi mancava l’amore. Mi mancava sentirmi amata.

Il coraggio di ricominciare e guardare al futuro

Il tramonto quella sera è incantevole. Me ne sto in disparte a osservare la scena.

Quando lo vedo incedere con Martina, accompagnato dal suono dolce del violino, il mio cuore perde di nuovo un battito. Guido è là, a pochi metri da me.

La cerimonia è emozionante e, quando gli sposi vengono investiti dal riso, i miei occhi e quelli di Guido, forse per sbaglio o forse perché così vuole il destino, s’incontrano.

Lui mi sorride e fa per avvicinarsi a me, ma io stringo forte il guinzaglio di Margot e vado per la mia strada, perché per quello che non ho voluto in passato non ci può più essere posto in questo presente.

È un tempo scaduto, il nostro.

Me ne vado a passo veloce, sentendo addosso a me il peso di quello sguardo che per lungo tempo ho rimpianto.Più tardi, sulla terrazza di casa, sotto un cielo blu pieno di stelle resto silenziosa sulla sdraio. È stato un pugno allo stomaco, rivedere Guido. Un pugno all’anima, scappare per l’ennesima volta via da lui.Margot salta sulla sdraio e mi lecca le mani.

Le accarezzo la testolina riccia: «Va tutto bene, tesoro mio. È solo un po’ di nostalgia…».

La barboncina poggia una zampa sul mio petto. Là, dove ci sono le cicatrici, a ricordarmi da dove sono ripartita.

Restiamo così, con le cicale che cantano e il mare con i suoi movimenti lenti, strette l’una all’altra, pronte a voltare un’altra pagina, altri disegni, altri sogni da realizzare. Una vita insieme ancora tutta da vivere.

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