Ho un fuoco nel cassetto di Francesca Cavallo

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L'autrice di Storie della buonanotte per bambine ribelli ora è in libreria con un nuovo titolo. E ci spiega perché è importante guardare oltre le paure. Soprattutto per le bambine

Francesca Cavallo, imprenditrice e scrittrice, autrice insieme a Elena Favilli del bestseller mondiale Storie della buonanotte per bambine ribelli, ha appena pubblicato un nuovo libro, Ho un fuoco nel cassetto (Salani, 14,90 euro), che in parte è la sua storia personale.

Come mai hai deciso di parlare di te?

«A me piace molto incontrare i lettori e parlando con loro mi sono resa conto che alcune cose, che a me sembravano normali, potevano essere utili ad altri. Io ho sempre esercitato la mia libertà e ho capito che condividere certe scelte poteva ispirare altre donne a fare lo stesso. E che questa poteva essere una ragione sufficiente per raccontare scelte della mia vita che altri avrebbero altrimenti considerato impraticabili. Per esempio, ci viene detto spesso che non vale la pena di esporsi a certi rischi, e ci adeguiamo, ma non ci rendiamo conto che la posta in gioco è altissima».

Cito dal tuo libro, un passaggio sulla tua adolescenza: “Mettevo etichette sbagliate su tutte le mie sensazioni e sul loro significato, perché solo con le etichette sbagliate quello che sentivo poteva essere accettabile”. Tu qui ti riferisci al fatto di essere lesbica, in un ambiente e in un mondo che, in apparenza, non prevedeva questa possibilità. Credi che le cose siano cambiate oggi, che sia più facile per i giovanissimi esprimersi liberamente?

«Da parte degli adolescenti di oggi c’è maggiore libertà, senz’altro. Quando ero adolescente io, c’era un’assenza totale di rappresentazione per chi non apparteneva alla maggioranza etero. Ma in realtà anche oggi nel nostro Paese tante cose sono cambiate dal punto vista culturale, ma dal punto di vista legale no. Esistono le unioni civili, ma non è possibile adottare né sposarsi se sei omosessuale. E quando certi limiti ti toccano vieni toccano personalmente, non è facile».

Ancora, un passaggio da Ho un fuoco nel cassetto: “Per me, la cosa difficile di sentirmi diversa è stata relativa al fatto che non sapevo perché. Ero bianca, come tutti gli altri intorno a me. Non avevo disabilità, come quasi tutti gli altri intorno a me. Che cos’era che mi faceva sentire una contro il mondo intero?”. Vuoi commentarlo?

«Per tanti anni mi è stato detto che a farmi sentire così era semplicemente il mio carattere difficile. I miei genitori mi dicevano che io davo filo da torcere già all’asilo, quindi il mio sentirmi in un certo modo era attribuito a un carattere ribelle. Credo di avere sempre avuto una tensione verso la libertà che, a un certo punto, si è incrociata con la consapevolezza che, se non avessi combattuto per la mia libertà, mi sarei spenta. Perché certe frasi, certe osservazioni, anche dette in buona fede (“cammini troppo da masculona, fatti crescere i capelli, il fidanzato ce l’hai?”) alla fine creano una pressione continua che non è facile da sostenere. Io ho sempre scelto di non adeguarmi. Ma non tutti abbiamo lo stesso temperamento, non è giusto chiedere alle persone di essere ribelli quanto lo sono stata io. Poi, quello che ho imparato, mantenendo il contatto con i miei genitori e la mia famiglia allargata, anche litigando a volte, è che il coming out di ognuno di noi è un’occasione di crescita non solo per noi stessi ma anche per tutti quelli che ci circondano».

Le Storie della buonanotte per bambine ribelli è stato un grande successo editoriale, nato dall’iniziativa tua e di Elena Favilli, che siete partite con pochissimi mezzi e vi siete finanziate con il crowdfunding. A cosa è dovuto il successo, era il libro giusto al momento giusto?

«Da un lato sì, si era creata la “tempesta perfetta” per il grande successo. Ma non era scontato. Ricordo che, quando lo lanciammo, alcuni dicevano che il titolo avrebbe limitato il pubblico, invece noi decidemmo di andare per la nostra strada e rivendicare che già nel titolo il libro sia per le bambine. I bambini, se lo vogliono leggere, certamente possono farlo, ma che siano ospiti».

È andata benissimo, però all’inizio del tuo libro racconti come, nel giro di poche ore, ti sei trovata fuori dalla tua azienda, senza un lavoro. Come mai hai scelto di raccontare questo questo momento così difficile?

«Chiunque abbia vissuto un po’ sa che questi momenti capitano nella vita: lutti, perdite di lavoro… La vita ci mette davanti a situazioni che richiedono a volte ripensamenti estremi. Io ho avuto la fortuna di immaginare quel momento come una prova e un’opportunità. Mi sono detta: “Voglio uscire da questa situazione restando fedele a me stessa, magari sarà un’esperienza dolorosa ma vediamo che cosa mi può insegnare. Ora sto malissimo ma credo che questa cosa mi sarà utile”. Ecco, questa specie di fede mi ha sostenuto molto nei momenti più difficili. Del resto, vivere nella speranza che non ti capiti mai niente di male, vuol dire vivere pieni di paura. E la vita è troppo breve per vivere a mezzo motore».

Per me la libertà è come il fuoco. Mi fa pensare a tutte le cose che vorrei bruciare, incenerire” scrivi. Da dove nasce la tua rabbia?

«Non sono arrabbiata soltanto per me. Lo sono per le discriminazioni che io ho affrontato e continuo ad affrontare, come donna e come lesbica. Queste barriere mi hanno reso sensibile a quelle che subiscono altri, per cui e con cui ho voglia di combattere. I disabili, per esempio, ai quali ho dedicato una serie di libri illustrati che usciranno in Italia in autunno. E poi, vorrei che il mio libro trasmettesse curiosità verso quello che può accadere nelle nostre vite quando decidiamo di andare oltre la paura».

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