Senza fine di Gabriele Romagnoli

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Un libro che rovescia la prospettiva: non è il primo amore che non si scorda mai, ma l'ultimo, perché è ancora qui, vicino a noi

Non è il primo amore che conta, è l’ultimo. Sul primo si è già scritto tutto, a cominciare dalla sciocchezza secondo cui non si scorderebbe mai. Viviamo sempre più a lungo, ci consegniamo a malattie senili che comportano la perdita della memoria, quel che ci ha segnati a sedici o a vent’anni non ci segna per tutta la vita: spesso si riduce a un nome sulla punta della lingua, una vecchia foto scolorita che ritrae un volto vagamente familiare. A essere indimenticabile, invece, è l’ultimo amore, perché è lì, ancora. Viviamo sempre più a lungo, questo è il punto. L’idea di un amore giovanile che duri per sempre appartiene ad altre generazioni: un’utopia facilitata dagli eventi storici. La durata di una vita media era un tempo assai breve: due si sposavano, lui andava in guerra e spesso non tornava, altrettanto spesso lei ne sposava in seconde nozze un parente, che a sua volta andava in guerra e non tornava, oppure tornava e non la trovava più, vittima della peste, del tifo, di altre malattie che abbiamo debellato”.

Questo è uno strano consiglio di lettura perché in effetti questo ‘libro’ io non lo consiglio. Appartiene a quelli che mi vengono spediti dalle case editrici o dagli autori o dagli uffici stampa: il modo migliore per non essere letti da me, in poche parole. Io consiglio i libri che ho letto, che ho scelto, che acquisto. Nulla contro Gabriele Romagnoli, anzi, è una penna che mi è cara, mi sono cari i suoi sguardi diretti dal Medio Oriente, mi sono care certe incursione nell’io intimo che la Storia non può soffocare nella storiografia scandita da date e nomi e campi di battaglia. Ma d’altra parte nessun editore, soprattutto il blindatissimo Feltrinelli, avrebbe mai preso in considerazione le novanta paginette se a scriverle e proporle fosse stato uno qualunque. Comunque. Torniamo a noi.

Non l’ho letto tutto, mi sono presa un caffè insieme alle prime trenta pagine e il resto in accelerazione da lettura veloce (l’offesa più grande per chi ha scritto qualcosa, lo so), quella che equivale allo sguardo disattento che riservi a un collega di lavoro o a una zia che non puoi sbolognare. Però le cose scritte da qualcuno per i più strani motivi (e mi chiedo quali possano essere stati quelli che hanno spinto Romagnoli) spesso possono stimolare riflessioni utili. Il libro è stato stampato nell’ottobre di due anni fa e nel primo capitolo, New York, Falluja, si leggono le parole i pensieri che ho riportato. Si parla di modalità che sembrano ormai superate, di ‘malattie che abbiamo debellato’, di distanze obbligate. Non è stata una guerra a riportarci prepotentemente al distanziamento ma un virus che non siamo riusciti ancora a dominare, che ha natura e provenienza ancora ignote. Quali conseguenze avrà, questo tempo che si avvicina a compiere il primo anno di vita, sui nuovi incontri, sulle possibilità di nuovi amori, quelli per i quali Romagnoli ha rivoluzionato più volte la sua esistenza? Quanti sguardi non hanno potuto gettare un ponte reale sulla possibilità di un’intesa, di una passione?

Romagnoli chiama in causa storie sue (quella dei suoi genitori) e storie di altri amori, amori arrivati durante il secondo tempo o nei supplementari o ai rigori (quello fra Zygmunt Bauman e Aleksandra, un ballo con un calice di champagne a nove giorni dalla morte del padre della visione liquida della società contemporanea). Ecco. Fermo restando che la meraviglia non è dell’ultimo amore ma di ogni ultimo amore (primo compreso), questa pandemia che ci imprigiona i baci sta uccidendo una infinità di possibili felicità.

Gabriele Romagnoli, Senza fine, Feltrinelli

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