Donne, sul lavoro non occorre essere iene

Mondo

Per le donne far carriera è ancora difficile. E se alcune ci riescono con garbo, altre diventano delle iene. Ma senza fare squadra, sul lavoro non si vince

Il mio primo lavoro: assistente di una simpaticissima giornalista di arredamento che, sin dal primo giorno, mi ha concesso la massima fiducia. Così, senza ancora sapere bene come dovessi muovermi, ho iniziato a girare per showroom alla ricerca di oggetti per la casa che avrebbero completato i suoi set.

Il mio secondo lavoro: assistente di una redattrice di moda ancora più simpatica (se possibile) che per più di un anno mi ha tenuta sempre accanto a sé, insegnandomi generosamente tutti i trucchi del mestiere senza essere mai pedante né autoritaria.

Il mio terzo lavoro: addetta al casting (la scelta delle modelle per i servizi fotografici) in un’importante rivista che metteva in copertina i grandi nomi di allora, da Claudia Schiffer a Christie Turlington a Monica Bellucci (in realtà io mi limitavo a convocarle, visto che la selezione veniva fatta dalla responsabile del settore).

I miei lavori successivi: sempre in redazioni a prevalenza femminile, a partire dalla figura più alta fino all’ultima scagnozza (cioè, io).

Questo curriculum è la conferma del fatto che ho trascorso la vita professionale circondata soprattutto da donne. Alcune assolutamente meravigliose, altre senz’arte né parte, certe delle vere iene in carne e ossa.

Esperienze tanto contrastanti mi hanno insegnato che non sempre Se il capo è lei, la squadra c’è (come recita il titolo di un articolo su Confidenze in edicola adesso). Infatti, una squadra vincente è sempre capitanata da una persona perbene, equilibrata e mai competitiva con il proprio staff. Che, poi, vesta in tailleur o porti i pantaloni è abbastanza indifferente.

Non a caso, gli unici direttori uomini con cui ho lavorato erano entrambi dei miti, capaci di creare un ambiente professionale sereno. Geniali nel tenere a bada le piccole rivalità della ciurma che, smorzate sul nascere, non trovavano terreno per fiorire. E bravissimi nello stimolare l’intera redazione.

E’ vero, questi signori sono stati soltanto due, mentre per contare le direttore sotto le cui grinfie sono passata non mi bastano le dita delle mani. Ma tra queste ci sono state tipette che non augurerei di incontrare neanche al mio peggior nemico. Al punto che, se ripenso a loro, capisco perché i dirigenti italiani di sesso femminile raggiungono solo il 18%.

Per carità, come ogni donna sono convinta che nel mondo del lavoro vadano abbattuti i limiti di genere e che tutti debbano avere le stesse opportunità di carriera. Però, nel corso degli anni mi sono anche resa conto che, piazzato in posizioni di rilievo, spesso il gentil sesso non è per niente gentile, anzi.

Tutto questo a me fa una grande tristezza. E lo considero poco rispettoso nei confronti dei coraggiosi movimenti femministi del passato, che hanno consentito alle generazioni successive di abbandonare i focolari per cercare fuori casa indipendenza economica e realizzazione personale.

Ecco perché, davanti a un’angheria di una capa stronza che non riesce a fare squadra (o, peggio ancora, che non vuole proprio farla), immagino Christine de Pizan rivoltarsi nella tomba.

Vissuta nel ‘400 e considerata la prima femminista della Storia, sicuramente Christine non apprezzerebbe scoprire che La città delle Dame (la sua opera sull’autonomia e la libertà per le donne) è abitata da donzelle con un pelo sullo stomaco folto più di qualsiasi villoso petto maschile.

Allora, faccio un appello ad alcune signore in carriera con atteggiamenti da iena: ben vengano il vostro lavoro e il vostro impegno. Ma ricordate che il percorso rosa verso il successo è (ahinoi) ancora lungo. Quindi, perché non seguirlo facendo davvero squadra almeno tra di noi?

Confidenze