La violenza che trasforma la favola in incubo

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Favole da incubo è il nuovo libro di Roberta Bruzzone ed Emanuela Valente. 10 casi di femminicidio analizzati per scoprirne le cause ed evitarne il ripetersi.

Dal 2000 a oggi sono più di 3.000 le donne assassinate nel nostro Paese: in media ogni due giorni una vita di donna viene spezzata dalla violenza di un uomo, nella maggior parte dei casi il suo uomo.
Questa è un’epidemia da affrontare che, per molti versi, è ben più grave di quella generata dal Covid-19, e la necessità di un vero e proprio vaccino culturale e educativo diventa ogni giorno sempre più drammaticamente evidente. Perché la violenza di genere contamina le generazioni da secoli e secoli”.

Sono le pagine introduttive del libro Favole da Incubo di Roberta Bruzzone ed Emanuela Valente, (De Agostini Novembre 2020, 17,90 euro) che esce per la giornata del 25 novembre per l’eliminazione della violenza contro la donna. Un’emergenza che abbiamo purtroppo sotto gli occhi tutti i giorni, visto quanto sono piene le cronache di casi di donne maltrattate e abusate, se non addirittura uccise.

Ultimo in ordine di tempo quello dell’imprenditore Alberto Genovese, che nel suo attico in pieno centro di Milano, a metà ottobre, ha abusato per 20 ore di una ragazza diciottenne, dopo averla drogata e resa incosciente.
E proprio a 10 fatti di cronaca, si ispira il libro di Roberta Bruzzone, psicologa forense e criminologa, che insieme a Emanuela Valente – blogger e creatrice del sito “In Quanto donne” il primo osservatorio online sul femminicidio in Italia – ha raccolto e analizzato 10 casi di femminicidio tra i più cruenti successi in Italia per mettere in luce gli stereotipi, i pregiudizi e i tabù che spesso condizionano le vittime, gli assassini, ma anche l’opinione pubblica.

Quante volte si sente dire che la vittima “ se l’è cercata” (lo abbiamo sentito anche in questi giorni per la ragazza stuprata da Alberto Genovese) oppure si cercano attenuanti per gli aguzzini mettendo in dubbio la moralità e i comportamenti delle vittime. Sono i cosiddetti stereotipi di genere, i più difficili da abbattere proprio perché inculcati fin da quando eravamo piccoli.
Cresciamo sentendo frasi come: “i maschi sono intelligenti e le femmine sono utili”, o ancora “le donne sono negate per gli studi scientifici”. Oppure “Le donne sono fragili e hanno bisogno di un uomo che si prenda cura di loro”. “Le donne devono concentrarsi sul fare figli e non devono andare a lavorare”.

Per questo scrive l’autrice “Dobbiamo lavorare sul modo in cui le donne considerano se stesse fin da quando sono bambine e dobbiamo cominciare a farlo subito, perché l’educazione alla parità di genere è l’unica arma che abbiamo”.

Confidenze ha chiesto a Roberta Bruzzone di commentare il suo libro a cominciare dal titolo.

Perché Favole da Incubo?
«Sono favole da incubo perché sono tutte relazioni nate come favole a lieto fine, storie d’amore dove lui all’inizio si comporta in modo premuroso, devoto e solo in un secondo tempo mostra il lato peggiore di sé, quello possessivo e violento».

A chi si rivolge il libro?

«Questo libro si rivolge a tutti, anche agli adolescenti e vorremmo che chiunque lo legga arrivasse a capire che nessuno appartiene a nessun altro e nessuno è superiore a nessun altro».

Quali sono gli indizi che devono metterci in allarme, farci capire quando si passa dall’amore al possesso e quando c’è il rischio che si inneschi la violenza ?

«Ogni volta che c’è un tentativo di isolare la vittima dal contesto di riferimento, dai suoi affetti come la famiglia di origine, gli amici, ma anche dai suoi progetti e poi ogni volta che c’è un controllo ossessivo di cellulare e social media, e soprattutto quando c’è un’aggressione all’autostima della vittima, che è il vero marchio di fabbrica degli assassini».

Quanto conta l’autonomia economica della donna come deterrente alla violenza domestica?

«Dalle vicende raccolte emerge anche come l’indipendenza economica, spesso sbandierata come la panacea per non finire nelle maglie della violenza domestica in realtà da sola non basti se non è accompagnata da un’autonomia della persona, da un progetto di indipendenza su se stessi. Lo dimostrano i casi di Barbara e Arianna che pur avendo una loro attività e contribuendo a portare avanti il menage familiare non sono riuscite ad arginare i loro aguzzini che anzi le hanno sfruttate economicamente».

Vi invito a leggere il libro, è un tuffo in una galleria degli orrori, dove ogni personaggio fiabesco incarna una tipologia di donna maltrattata: si va dalla Sirenetta come metafora della donna a cui vengono tagliate le gambe dell’autonomia personale nel caso di Elena Ceste di Castigliole d’Asti, uccisa a 37 anni dal marito, a Cappuccetto Rosso che va incontro ignara al lupo che, nel caso di Guerrina Guerrina Piscaglia, mamma devota e cuoca provetta, veste niente di meno che gli abati talari del vice parroco del paese, l’uomo con cui lei aveva una relazione extraconiugale e che l’ha uccisa il 1 maggio 2014.
10 favole diventate incubo, più uno, il peggiore; quello della violenza assistita, a cui viene dedicato l’ultimo capitolo dove si racconta di un bambino che assiste all’omicidio della mamma.
È anche un lungo viaggio nell’Italia della provincia che non risparmia nessuno: i clan familiari che spesso proteggono gli aguzzini, l’omertà dei vicini che sapevano da tempo ma non intervenivano, non ci sono differenze di razza o di provenienza geografica: da Nord a Sud la violenza è trasversale e capillare in tutte le fasce sociali. Proprio oggi, 25 novembre, altre due donne hanno perso la vita per mano del loro compagno: una in Calabria e l’altra in Veneto.

Confidenze