Oggi l’ictus si previene e si cura

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Il 29 ottobre si celebra la Giornata Mondiale dedicata a questa malattia neurologica. In molti casi, un corretto stile di vita consente di evitarla. Ma è importante anche riconoscere subito i segnali d’allarme

DI PAOLA RINALDI CON LA CONSULENZA DI MASSIMO DEL SETTE (*)

 

#DontBeTheOne. Tradotto: non essere quell’uno. Parla chiaro l’hashtag della Giornata Mondiale contro l’ictus cerebrale, che si celebra il 29 ottobre: l’80% dei casi può essere evitato e, dunque, ciascuno di noi ha l’opportunità di non essere quella persona su quattro che verrà colpita da ictus nel corso della vita. Ma quali sono i numeri nel nostro Paese? Ogni anno, questa malattia neurologica interessa 150.000 italiani e rappresenta una delle prime tre cause di morte, subito dopo le patologie cardiovascolari e i tumori. Per fortuna moltissime persone sopravvivono, con esiti più o meno invalidanti, ma il fenomeno è in crescita soprattutto a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione.

 

  • ATTENZIONE AI SINTOMI

«È importante non sottovalutare i campanelli d’allarme: l’ictus è una patologia dove la tempestività degli interventi rappresenta un elemento cruciale» commenta Massimo Del Sette, presidente di A.L.I.Ce. (Associazione per la lotta all’ictus cerebrale) Liguria e vice presidente della Società italiana di neurologia. «Gli americani utilizzano l’acronimo FAST per invitare a riconoscere i segni di un ictus in modo rapido: F di face, cioè faccia, perché la bocca può apparire storta; A di arms, ovvero braccia, perché può insorgere un deficit di forza in un arto superiore o inferiore; S come speech, linguaggio, perché si possono manifestare difficoltà nel parlare; T come time, tempo, perché se insorge all’improvviso anche solo uno di questi sintomi bisogna chiamare immediatamente i soccorsi». Attenzione, inoltre, se da un momento all’altro non riusciamo a vedere bene metà o una parte degli oggetti, se non siamo più in grado di coordinare i movimenti o di stare in equilibrio, se veniamo colpiti da un violento e molto localizzato mal di testa, diverso dal solito.

 

  • INTERVENTI TEMPESTIVI

Per arrivare a una diagnosi certa, il test standard che viene impiegato è la Tac cerebrale, in grado d’individuare la presenza di eventuali sanguinamenti per differenziare l’ictus emorragico (20% dei casi) da quello ischemico (80%), situazioni che richiedono un diverso approccio clinico. «Mentre per l’emorragia il trattamento varia in base all’estensione e solo in casi selezionati può prevedere un approccio con particolari tecniche chirurgiche, nell’ischemia bisogna intervenire per liberare un vaso sanguigno dall’occlusione che impedisce l’afflusso di sangue al cervello. Per farlo si possono utilizzare farmaci trombolitici, somministrati per via endovenosa, che consentono di dissolvere il trombo e ripristinare il circolo ematico». Questi trattamenti vanno effettuati entro quattro ore e mezza dall’esordio dei sintomi e comunque non sono indicati per tutti i pazienti. Per esempio, non sono adatti alle persone che seguono una terapia anticoagulante. «Inoltre» spiega il dottor Del Sette, «è possibile ricorrere al trattamento endovascolare di trombectomia meccanica. Attraverso un catetere inserito a livello dell’inguine nell’arteria femorale, si risale fino alla circolazione intracranica per disostruire i vasi coinvolti». Questa tecnica avanzata non viene effettuata ovunque sul territorio italiano, ma solo negli ospedali dotati di Stroke Unit di secondo livello, ovvero di unità neurovascolari dedicate alla gestione dei pazienti con ictus acuto. «Esistono poi le unità neurovascolari di primo livello, in cui grazie alla presenza del neurologo e della diagnostica neuroradiologica è possibile praticare la trombolisi endovenosa per poi essere eventualmente avviati alle Stroke Unit di secondo livello, se è indicata la trombectomia». Ma in pratica, come si deve reagire davanti a un sospetto ictus? Ai primi sintomi è bene chiamare il 112 (nelle regioni dove è attivo il numero unico di emergenza) o il 118 perché il personale del centralino e quello dell’ambulanza sono in grado di attivare un particolare protocollo che indirizza velocemente all’ospedale più adeguato per l’inquadramento clinico, diagnostico e terapeutico della malattia.

 

  • UNO SGUARDO AL FUTURO

Ultimamente la ricerca sta lavorando a nuovi farmaci in grado di allargare la finestra terapeutica di tempo utile per intervenire, ma so- prattutto si stanno mettendo a punto nuove tecniche di diagnostica ancora più avanzata. «Per esempio, con l’utilizzo della Tac-perfusione siamo in grado di studiare la condizione circolatoria del cervello colpito da ictus, caratterizzando ogni singolo soggetto e ogni singolo episodio ischemico: con queste tecniche avanzate è quindi possibile, in casi selezionati, intervenire con le terapie più adeguate anche oltre le tradizionali quattro ore e mezza». Nel frattempo, che cosa possiamo fare? Nella fase asintomatica, cioè prima che la malattia si manifesti, si parla di prevenzione primaria: si tratta di adottare un corretto stile di vita, ovvero seguire una dieta ipocalorica, a basso contenuto di sale e ricca di vegetali, astenersi dal fumo di sigaretta, non eccedere con il consumo di alcolici e svolgere una regolare attività fisica. «Ognuno deve confrontarsi con il proprio medico curante per individuare il principale nemico tra i fattori di rischio modificabili» prosegue l’esperto. «Per esempio, una dieta corretta previene contemporaneamente il sovrappeso, l’ipertensione, il diabete e l’ipercolesterolemia, così come non fumare, evitare l’alcol o le sostanze stupefacenti riduce il rischio fino all’80%». E chi, invece, ha già avuto un ictus? In questi casi, bisogna adottare la cosiddetta prevenzione secondaria: alle buone abitudini di vita va aggiunta l’aderenza terapeutica agli eventuali farmaci prescritti per rendere il sangue più fluido o per ridurre il livello di colesterolo. «In alcuni casi c’è anche la possibilità d’intervenire chirurgica- mente, in presenza di una stenosi carotidea, ovvero un restringimento del lume della principale arteria, che rifornisce di sangue il cervello. In conclusione, possiamo affermare che prevenire si può e si deve. A ogni livello» conclude il dottor Del Sette.

 

 

L’elenco delle iniziative previste per la Giornata Mondiale del 29 ottobre, in continuo aggiornamento, è sul sito www.aliceitalia.org.


80% dei casi di ictus (che riguarda 150.000 italiani all’anno) può essere evitato


(*) direttore della Struttura complessa di Neurologia presso l’Ente Ospedaliero Ospedali Galliera di Genova, presidente di A.L.I.Ce. (Associazione per la lotta all’ictus cerebrale) Liguria e vice presidente della Società italiana di neurologia

© Un’immagine di Sharon Stone dal suo profilo Instagram, la star nel 2001 è stata colpita da ictus

Da Confidenze n. 44

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