Un quarto di noi over 60 è sordo come una campana

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Dicono che l'inquinamento acustico sia nemico dei timpani. E io lo confermo, ormai sorda dopo una vita tra traffico, concerti e discoteche

Casa mia affaccia su un viale rumorosissimo. E il fracasso assordante si amplifica all’ennesima potenza tutte le volte che passa il tram. Quindi, appena in tivù sta per essere rivelato l’assassino di un thriller sono obbligata ad alzare il volume a manetta per sentirne il nome.

Ve lo racconto ispirata dall’articolo Parla più forte, non ti sento (su Confidenze in edicola adesso), dedicato al calo dell’udito. Un fastidio che colpisce un quarto della popolazione over 60, dovuto spesso all’inquinamento acustico.

Nel 25% degli umani che rispondono «Eeeeehhhhh?» a ogni domanda ci sono anch’io. D’altronde, ricordo che dopo aver dato un’occhiata alle mie orecchie, tempo fa l’otorino aveva sentenziato: «Sembra che lei sia cresciuta in una zona falciata da bombardamenti quotidiani».

In realtà (e per fortuna) nessun ordigno si è mai abbattuto sul mio condominio. Però, se al traffico aggiungiamo concerti e discoteche che ho frequentato neanche fossi Tony Manero, ammetto che negli anni ho davvero messo i timpani a dura prova.

Morale, oggi sono sorda quasi come una campana. In più, devo fare i conti con due aggravanti: l’acufene e l’otite latente.

Del primo, un ronzio perenne, mi sono accorta una sera spegnendo (appunto) la tivù, perché nelle orecchie continuavo a percepire un sibilo. Con il quale, però, ormai ho imparato a convivere. Tant’è che se dovesse sparire, mi sentirei sola come un cane.

Più ostica, invece, è l’otite, sempre in agguato appena vado al mare. Nella vicina Liguria, ma anche dall’altra parte del mondo. Infatti, nei miei viaggi so che a un certo punto dovrò per forza fare tappa in un pronto soccorso o in un ambulatorio.

Le innumerevoli emergenze mi hanno portata a conoscere una valanga di medici di ogni nazionalità, età, sesso, abilità professionale e comunicativa. Ma quello che non dimenticherò mai è un dottore greco che non parlava nessun’altra lingua a parte la sua. Perciò, dopo la visita ha chiamato una collega pediatra perché mi traducesse la diagnosi.

E sapete com’è andata? Alla domanda: «Per quale motivo sto impazzendo dal dolore?», l’otorino è partito con una spiegazione fiume di almeno venti minuti. Tradotta dalla pediatra con un laconico: «Può succedere».

Per niente soddisfatta e con la sensazione di avere dei tizzoni ardenti nei timpani, quel giorno ho deciso: dovevo assolutamente trovare una strategia per non rovinarmi più le estati. E così è stato.

Grazie alle goccine prescritte dall’ennesimo medico interpellato, da qualche stagione la situazione è sotto controllo. Mentre non ho ancora risolto il problema delle orecchie che si tappano affrontando un semplice dislivello di mezzo centimetro. E neppure quello della sordità incalzante.

Infatti, se parlo con qualcuno a tu per tu riesco abbastanza a sentire cosa mi dice. Mentre nella folla faccio spesso fatica e mi affido al labiale.

La seccatura è che sono poco udente, ma anche poco vedente. Ma se gli occhiali mi hanno permesso di correggere miopia e astigmatismo con un tocco fashion, di certo non riesco a individuare nulla di glam nel cornetto acusto. Al quale ancora mi oppongo con determinazione.

Perciò, se mi incontrate per strada e volete salutarmi, sappiate che per farmi voltare dovete strillare come aquile. E poi, attendere un attimo prima che vi metta a fuoco!

Confidenze