Vecchioni concerti & poesia

Mondo

In occasione dell’uscita in libreria di “Lezioni di volo e di atterraggio”, il nuovo libro di Roberto Vecchioni, ecco le Parole in musica che gli avevamo dedicato su Confidenze

 

Sono andata a sentirlo. Era la sua seconda esibizione dopo l’emergenza sanitaria e come sempre mi ha emozionato. Per il ritmo delle sue canzoni, l’umanità dei suoi testi, la simpatia che incanta anche con addosso la mascherina

DI GIOVANNA SICA

 

“Tutte le volte la stessa storia: arrivo, scendo dal treno, la stazione è quella che è, mica cambia…” (Una notte, un viaggiatore). Parte così L’infinito Tour, il secondo concerto post-pandemia a Ceppaloni (Bn). Roberto Vecchioni, 77 anni, milanese figlio di napoletani: Eva Picardi che “disegnavi sorrisi sui finestrini” e Aldo, commerciante di stoffe, che “scommetto che ti giochi il cielo a dadi anche con Dio”. Sposato con Daria Colombo (scrittrice e delegata alle pari opportunità del sindaco di Milano Beppe Sala). Poeta in musica dal 1966 e professore alle medie e al liceo tre anni dopo. Quattro figli, nove libri, 50 album, “un mare di accendini accesi”.

UN VIAGGIO NEL TEMPO

Sei felice di essere tornato sul palco. Di trascinarci dentro questo viaggio nel tempo. Dentro L’infinito che, forse, “Non è aldilà/ È al di qua della siepe”. Dentro questo incantesimo in cui ogni canzone che intoni, stasera, s’aggancia a quelle che da altre finestre hai già urlato o sussurrato. “Portami via/ Se sbaglio insegnami/ Portami via/ Se cado tienimi”. In ogni brano fantastichi che tutte le poesie d’amore siano state scritte per tua moglie. In Piccolo amore erano le cose quotidiane e straordinarie del vostro matrimonio: “Che bella novità/ la prossima carezza che verrà”. Mentre in Canzoni e cicogne le cantavi: “Sarai la sera quando non mi perderò/ La rabbia vera di un pensiero che non ho/ L’ombra che scende per dimenticare me/ La ninna nanna/ Di un dolore che non c’è”. Con L’amore mio hai provato, invece, a metterti nei panni di Daria e hai sentito la generosità con cui amano le donne: “E solo i sogni tuoi son quelli buoni/ Gli altri, i piccoli, i miei, quelli che vivo/ Sono biglietti sparsi nei tuoi pantaloni”. Il viaggio continua con grandi madri che fanno grandi figli: “Ma no che vi sbagliate sarà un altro/ Vi confondete con un altro nome/ Non Giulio no, che a Giulio tutto il mondo/ Voleva bene…” (Giulio). Immagini la mamma di Regeni che non accetta l’idea che suo figlio non ci sia più. È lo stesso disperato destino di Celia De La Cernia, la madre di Che Guevara: “Fa male al cuore/ avere un figlio straordinario/ a saperti là sono orgogliosa e sola/ ma dimenticarti/ è una parola…”.

CANZONI COME PREGHIERE

Gli amici. Guccini c’è dai tempi del Club Luigi Tenco di Amilcare Rambaldi. L’amico a cui dedicasti Canzone per Francesco, e il nome della tua primogenita: “Perché sei nata il giorno/ Che a lui moriva un sogno” (Figlia). Guccini che ha duettato con te in Ti insegnerò a volare, una ballata per celebrare l’ostinazione di Alex Zanardi nel riscrivere il suo destino. Figlia. Canzone da lontano. Piccolo pisello. Figlio figlio figlio. Quest’uomo. La mia stanza. Un lungo addio. Lettere d’amore. Stasera scegli Le rose blu e la tua voce si fa preghiera. Il giorno che tuo figlio si è ammalato hai proposto un patto a Dio: ti ridò indietro la vita già vissuta, non solo quella ancora da vivere, ma tu devi far star bene il mio ragazzo. In questo testo torna un tema a te molto caro: Nostro Signore, con cui intrattieni dialoghi appassionati. In Blumùn gli hai dato la voce di Gene Gnocchi. Ne La stazione di Zima gli hai chiesto: “Lasciami/ Questo orgoglio smisurato/ Di esser solo un uomo”. In Ho conosciuto il dolore hai affermato: “Dio che  non c’era e giurava di esserci”. Ma poi ne Il miracolo segreto (ispirata all’omonimo racconto di Borges) dici che il Creatore ferma il tempo per tutti pur di dare un anno di vita in più allo scrittore che vuole terminare la sua opera. Non ti capaciti di avere di fronte un pubblico con il viso coperto. «È surreale» affermi, accennando un sorriso che lascia intendere che va bene anche così: cantare con la mascherina, perché ciò che conta è esserci e amare la vita anche quando assomiglia a una nota stonata. Che poi è quello che avevi scritto in La vita che si ama. “La felicità non si definisce, c’è/ C’è sempre, e non solo negli attimi che sconvolgono il cuore/Ma nella consapevolezza sognante e progressiva dell’esserci e non subirla, la vita”. Così come c’è sempre nel tuo repertorio la presenza della Nera Signora. In Mi porterò avevi deciso cosa avresti fatto entrare nella tua valigia emotiva. In Così si va immaginavi il momento della dipartita: “A testa alta e col sorriso/ Di chi ha già visto il paradiso/ in una donna senza età”. Stasera canti La viola d’inverno, nata da una suggestione nata da una bevuta: all’uscita da un locale sentivi un violino. Lo sentivi solo tu ed eri convinto di andare a letto e non svegliarti più. Ci canti il brano, ma prima avverti che è un pezzo pesante perché tu sei un uomo che ama anche ridere e fare ridere. Il viaggio continua con Sogna ragazzo sogna, il testamento ai tuoi studenti, Chiamami ancora amore, Luci a San Siro e Samarcanda. Siamo al capolinea e un brivido mi svela che i punti di luce che compongono L’Infinito erano già sparsi fra le tue liriche. Bastava cucirli con il filo d’argento. Ne viene fuori ancora e sempre una faccia di uomo, di tutti gli uomini che hai raccontato, riscrivendone a volte il destino: il tuo Orfeo che, dopo aver sfidato i dèmoni, decide di voltarsi e dire addio a Euridice. Di Alessandro Magno, grande condottiero ma fragile di sentimenti, che immagini buttarsi nell’oceano seguito dai suoi soldati. Alda Merini che chiusa in manicomio urla: la mia vita vuole vivere! Eccolo, l’Infinito: l’uomo al centro della sua storia. Che ama tutti i suoi giorni, anche quelli sporchi di nostalgia e di sbagli.

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