Anche io ho attraversato la fase, quasi obbligatoria per i giovani single della mia età, delle dating app. Non molto romantica, l’ho sempre pensato, ma pratica e veloce. Qualche swipe nei ritagli di tempo e gli appuntamenti sembravano a portata di mano.
Poi, certo, c’era sempre un buon motivo per dare buca all’ultimo momento. Per prepararmi ai pochi incontri che si spostavano dallo schermo al bar, via con liste di argomenti per non farmi cogliere impreparata e sessioni interminabili davanti all’armadio per scegliere cosa indossare. Il copione era sempre lo stesso, il risultato finale anche: fallimentare.
Tra non detti imbarazzanti e verità non corrispondenti alle premesse, alla fine tutto mi sembrava troppo impegnativo. Così ho cancellato le app e qualcosa è cambiato. Ho scoperto che conoscere qualcuno senza particolari preparazioni è possibile ma soprattutto che, come sono, può persino piacere.
In un mondo che di perfezione ne richiede già tanta, è possibile cambiare le regole; ci si può presentare agli altri senza chili di trucco ed evitare le solite e un po’ noiose chiacchiere di circostanza. La Generazione Z sta abbandonando le app di incontri, ma si allontana anche da quella dimensione costruita che da sempre accompagna le uscite romantiche. Complice la velocità estrema che definisce ormai la nostra quotidianità, non serve più aspettare per far scoprire all’altro chi siamo.
Senza filtri
E oggi questa predisposizione ha un nome. Si chiama “goblintimacy”, una reazione culturale agli standard esasperati imposti dal mondo digitale. Si traduce nella volontà di mostrarsi subito per come si è, presentando la versione non migliore, ma più autentica di se stessi, difetti compresi.
«Dopo anni passati a scegliere la foto giusta e la battuta giusta, oggi vogliamo svincolarci da questa tortura» spiega Gabriele Scapellato, psicologo e psicoterapeuta specializzato in psicoterapia di coppia, «si tratta di un rifiuto estremo di quello che in gergo tecnico definiremmo falso sé, ovvero la nostra versione levigata, spesso costruita a priori, che indossiamo per adattarci alle aspettative altrui».
A confermare questo cambiamento sono in molti. Arianna, 29 anni, racconta: «Ho utilizzato le app di incontri per un breve periodo e ricordo una costante rigidità di fondo. Il meccanismo delle piattaforme ti spinge a costruire una versione idealizzata di te stessa. Prima di ogni incontro sentivo una strana pressione legata al dover rientrare nel personaggio che avevo inconsapevolmente costruito. Più che incontri reali sembravano match fisici tra due profili costruiti a tavolino. A un certo punto mi sono stancata di questa dinamica e ho cancellato tutto. Ho conosciuto il mio attuale compagno in un contesto completamente diverso: niente trucco, nessuna cura dell’immagine, eravamo focalizzati sulla condivisione di una passione comune».
Anche Riccardo, 25 anni, spiega: «A me è sempre piaciuta la spontaneità. Non ho mai usato le app di incontri: l’idea di approcciarsi via social non mi convince. Preferisco le situazioni che nascono naturalmente, senza dover costruire una versione di me preimpostata». Da un lato, quindi, il desiderio che le cose accadono senza forzature, dall’altro quello di scoprire subito le carte. «Non penso che la “goblintimacy” sia un’invenzione delle nuove generazioni. Credo sia un nuovo modo di definire».
Autenticità o copione?
E dare un nome a qualcosa significa renderlo pensabile, condivisibile. Le nuove generazioni posseggono una consapevolezza emotiva più raffinata delle precedenti che però viene esercitata dentro un contenitore sociale in parte costruito per eliminare l’attesa: la richiesta ha una risposta nell’arco di minuti, il match trova un’alternativa in pochi secondi, il rifiuto può essere anticipato e quindi neutralizzato prima ancora che accada.
Non stupisce secondo il dottor Scapellato una generale intolleranza verso le dinamiche performative odierne: «Alla fine una qualche forma di ribellione è una pura reazione fisiologica. Se non abbiamo il tempo di costruirci con calma, l’unica soluzione è il rovesciamento totale: mi mostro come sono, senza filtri».
Ma se il nuovo trend sembra raccontare l’approccio dei giovani ai primi appuntamenti, forse nasconde qualcosa di più profondo. Questa immediata esposizione di sé potrebbe rivelarsi poco efficace se lo scopo è quello di conoscersi davvero. Secondo lo psicologo
l’autenticità non è uno stato che si possiede e si esibisce, ma un processo che si co-costruisce nell’intersoggettività del momento. La “goblintimacy” come fenomeno di massa potrebbe diventare esso stesso un copione
Quando un comportamento diventa tendenza, spesso finisce con il diventare una nuova forma di esibizione performativa e il mostrarsi brutalmente non corrisponde sempre a un atto di fiducia. «È una pura anticipazione difensiva del rifiuto» spiega Scapellato «in pratica, un comportamento di protesta travestito da sicurezza.
L’eros, fatto anche di curiosità, fantasia e incertezza, ha bisogno di spazio, non detti, un margine di mistero tra sé e l’atro». Mostrare subito le proprie fragilità rischia di eliminare scoperta e desiderio, trasformando un appuntamento in una confessione anticipata.
Possiamo così intuire che al centro del fenomeno vi sia un aspetto importante: l’accettazione di sé. Il mettersi a nudo diventa un alibi, una validazione emotiva che passa, ancora una volta, dagli altri.
«Imparare ad amare se stessi significa darsi modo di accogliersi nella propria complessità, offrire a quella parte più intima di noi l’accettazione che altrimenti cercheremmo negli altri» continua l’esperto che, quando si tratta di entrare in contatto con l’altro, spiega: «significa diventare interdipendenti: tollerando che possiamo essere diversi da come vorremmo e da come gli altri vorrebbero che fossimo, pur costruendo relazioni funzionali».
Insomma, il punto è proprio questo: posso presentarmi al primo appuntamento con i tacchi o in pigiama, la differenza, la fa ciò che sta sotto.
Addio app, torno a innamorarmi
Come riporta Adnkronos, se negli ultimi anni le app di dating hanno conquistato anche i più giovani, qualcosa sta cambiando. Secondoun sondaggio di Forbes Health (condotto su mille persone), il 78% degli intervistati ha dichiarato di aver sperimentato un burnout emotivo, mentale o fisico legato alle piattaforme, con la Gen Z che registra il tasso più alto tra tutte le fasce d’età e ne sta riducendo l’utilizzo. Trovare l’amore nell’era digitale sembra dipendere sempre più dall’efficienza degli algoritmi, ma la Gen Z non ci sta: vuole tornare nel mondo reale.
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