Capita di incontrare un libro al momento giusto: una storia che sembra parlare proprio a noi, un personaggio nel quale ci riconosciamo, una frase che ci costringe a guardare le cose da un’altra prospettiva. Questo non significa che leggere possa sostituire uno psicologo o curare una malattia, ci mancherebbe, ma che i libri possano aiutarci a stare meglio, sì. Ed è il presupposto della biblioterapia.
Che cos’è la biblioterapia
Il nome può far pensare a qualcosa di complicato, ma non lo è. «Il potere dei libri è sempre esistito», spiega a Confidenze Marco Dalla Valle, ex infermiere, fondatore dell’Accademia di Biblioterapia e docente del master dedicato all’Università di Verona (la sesta edizione parte a gennaio e ci si può iscrivere fino al 2 novembre). E proprio in occasione della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, dal 2 all’11, torna a Laveno Mombello (Va) la VI edizione del Festival della Biblioterapia. Tra gli ospiti ci sono la poetessa Vivian Lamarque e il sociologo Stefano Laffi. «Ci sono insegnanti illuminati che fanno qualcosa di molto simile senza neppure chiamarlo così». Non solo romanzi è leggere biblioterapia esistono due modelli principali: quella clinica, utilizzata da psicologi e psichiatri all’interno di percorsi rivolti a chi presenta un disturbo diagnosticato; quella di sviluppo incentrata sulla persona, che può essere condotta anche da professionisti con formazione umanistica e lavora con persone sane, per esempio sulle capacità relazionali, sulla consapevolezza o sui momenti di cambiamento.
Non è un club del libro
La differenza è fondamentale. In un gruppo di lettura ci si ritrova perché tutti leggono o hanno letto lo stesso libro e si parla della storia, dei personaggi, di ciò che è piaciuto o meno. «In biblioterapia il protagonista non è il testo, ma l’individuo, mentre il libro è “solo” uno strumento», chiarisce Dalla Valle. Per questo, durante un incontro di biblioterapia si possono utilizzare anche volumi diversi, poesie e/o racconti, per poi partire con domande e discussioni. Altra precisazione importante: non esiste uno scaffale “magico” da cui estrarre titoli capaci di fare bene a chiunque. «Prima è necessario individuare l’obiettivo, poi cercare di capire chi c’è davanti: solo allora il formatore potrà scegliere che cosa proporre».
Per esempio, un gruppo di anziani in una Rsa avrà infatti esigenze diverse dai detenuti di un carcere o dai dipendenti di un’azienda. «Sembra ovvio, eppure è uno dei punti chiave: non devono essere le persone ad adattarsi ai libri, sono i libri che devono raggiungere le persone». Per questo Dalla Valle mette in guardia anche dall’idea che la biblioterapia debba necessariamente passare attraverso grandi romanzi o classici impegnativi (cosa che invece avviene con il metodo Shared Reading promosso dall’associazione The Reader nel Regno Unito e studiato anche dall’Università di Liverpool). «La biblioterapia incentrata sulla persona utilizza anche racconti, poesie, graphic novel e, perfino, audiolibri. Sono una possibilità preziosa per chi per esempio ha una dislessia, incontra difficoltà nella lettura oppure, molto semplicemente, non ha mai divorato romanzi sul comodino».
Non solo romanzi
All’estero, l’intuizione della biblioterapia – chiamata anche libroterapia – è entrata persino nei servizi sanitari. In Inghilterra e Galles esiste Reading Well, un programma di “libri su prescrizione”: medici di famiglia e altri professionisti sanitari e sociali possono consigliare titoli selezionati da esperti, che poi si prendono gratuitamente nelle biblioteche pubbliche. Si tratta perlopiù di volumi di autoaiuto e, secondo i dati diffusi dal programma, il 92% di chi lo ha utilizzato ha trovato i libri utili; l’81% ha dichiarato che lo hanno aiutato a comprendere meglio i propri bisogni di salute. «È un modello molto utile e diffuso, ma rappresenta soltanto una delle possibilità», precisa Dalla Valle.
Molto più spesso, invece, è proprio la narrativa a offrire la distanza necessaria per riuscire a parlare di paure, perdite o della solitudine, attraverso le storie di qualcun altro. Dalla Valle lo ha sperimentato quando lavorava come infermiere, e a questo proposito ricorda un paziente molto grave, in attesa di trapianto, per il quale la lettura era diventata un conforto importante. La moglie gli chiese di trovare qualcuno che potesse leggere per lui nella stanza di isolamento. Furono selezionati quattro volontari. «In quella situazione la semplice lettura gli dava un beneficio enorme. La notte ascoltava anche audiolibri».
Ridateci i classici
Tra chi si avvicina alla biblioterapia prevalgono le donne, ma solo perché gli stereotipi sono duri a morire: «Ci sono tanti uomini che leggono, ma tendono a privilegiare saggi o romanzi storici, perché sopravvive l’idea che una certa narrativa sia solo “da donne”». E poi ci sono i classici, sui quali grava un altro peccato originale: averli fatti conoscere quando si era troppo giovani per apprezzarli (e a scuola, quando si era obbligati a farlo). Eppure, sono proprio loro – i grandi classici della letteratura – a riservare le sorprese maggiori. Dalla Valle dedica laboratori a Jane Austen, Emily Dickinson e “persino” ad Alessandro Manzoni. «Quando cominci a fare amicizia con un autore, anche la sua opera cambia». Riscopriamo così una Austen ironica, capace di battute e doppi sensi, che desiderava guadagnare con la scrittura anche per conquistarsi un’indipendenza economica; oppure un Manzoni molto meno ingessato di quello ritratto sui libri di scuola: «A undici anni, mosso da un impeto di ribellione, si tagliò persino il codino che indicava la sua origine nobiliare, e nella vita soffrì di attacchi di panico».
All’improvviso, insomma, due monumenti della letteratura tornano a essere persone “come noi”. E a parlarci al di là del tempo, dello stile, e dello spazio. Questo, però, non vuol dire che dai libri dobbiamo aspettarci miracoli: a volte un racconto o un romanzo non risolvono nulla. Ma spesso trovano le parole che a noi mancavano. E già questo può essere di grande aiuto.
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