Amici per sempre

Cuore

Rileggi sul blog Amiche per sempre di Roberta Giudetti, pubblicata sul n. 36 di Confidenze, è la storia più apprezzata della settimana sulla pagina Facebook

 

Miriam, fin da ragazzina, era una forza della natura. Vitale, allegra, inarrestabile. Abbiamo fatto gruppo e stretto un’alleanza, io, lei e Beppe. Poi l’amore ha scombinato le carte. E io, per anni, non ho osato fare la domanda più importante  

Storia vera di Susanna M. Raccolta Da Roberta Giudetti

 

La verità? Ho sempre creduto che Beppe fosse innamorato di Miriam. Era così chiaro ed evidente che prima o poi quella tenera e giocosa amicizia sarebbe sfociata in ben altro. Lo vedevo da come lui tratteneva il respiro ogni volta che lei gli appoggiava distrattamente una mano su una spalla. Da come lui sorrideva anche con le unghie appena lei appariva all’orizzonte. Improvvisamente, da pensieroso e assorto, diventava allegro e spensierato. Del resto Miriam sortiva questo effetto su chiunque, anche sulla sottoscritta. Lei era brezza marina nel deserto. Era il carnevale di Rio. Nessuno riusciva a resistere alle sue battute e la sua irrefrenabile gioia di vivere era davvero contagiosa. Adoravo Miriam.

Ma di Giuseppe ero innamorata. La solita storia: lei ama lui che ama la migliore amica. Che poi non era esattamente così perché noi in qualche modo ci amavamo tutti e tre. Ma avevamo stretto un patto solenne: nessuno avrebbe mai fatto piangere uno del trio. Eravamo come i Tre Moschettieri. Come i tre porcellini. Eravamo Susy, Miri e Beppe. C’eravamo conosciuti a Torre Pedrera nell’estate del ’75, in colonia. Io e Miriam avevamo fatto amicizia quasi subito perché avevamo scoperto di arrivare entrambe da Bergamo. Miri già allora era una vera forza della natura: spavalda, intraprendente, sicura di sé e molto intelligente. Aveva dieci anni ma sapeva cosa voleva dalla vita. «Io da grande farò l’attrice. Calcherò i palcoscenici di tutto il mondo: Roma, Londra, Broadway».

Come faceva a essere così in gamba a quell’età? Io passavo ore ad ascoltarla parlare e recitare monologhi da Romeo e Giulietta dove lei interpretava entrambe le parti. Era così buffa, mi faceva sempre ridere. Non era bella, ma aveva un carisma che non ho mai ritrovato in nessun altro. Giuseppe lo abbiamo fatto entrare nel nostro club solo perché ci aveva fatto pena. Se ne stava sempre solo in un angolo del cortile a leggere e quando andavamo tutti al mare con le signorine, lui non si tuffava mai. Rimaneva sotto la tenda, tutto vestito, con un fumetto fra le mani e il suo cappello da pescatore calato in testa. Ma da sotto il berretto continuava a fissarci. Guardava tutti noi giocare nell’acqua con i nostri braccioli colorati e la palla. Osservava e sembrava essere quasi sempre sul punto di piangere. Miri aveva deciso di scoprire cosa avesse “lo strano”, così lo avevano battezzato gli altri bambini. La conoscevo da pochi giorni ma sapevo che ce l’avrebbe fatta, era proprio il tipo di bambina che riusciva in ogni cosa che si metteva in mente.

Non era stato facile far parlare Beppe. Era timido e profondamente triste. Miri ci mise un po’ per farlo sentire a proprio agio ma dopo una settimana Giuseppe era membro del club. Scoprimmo che non sapeva nuotare, non era mai riuscito ad imparare perché era terrorizzato dall’acqua. Suo padre, qualche anno prima, era morto proprio in mare, tuffandosi da uno scoglio. Di lui gli erano rimaste solo alcune Polaroid che Beppe conservava nel suo libro.

«Perché guardi in continuazione quelle foto, così ti fai solo male» lo aveva aggredito Miriam.

«Perché ho paura di scordarmi la sua faccia».

«Sarebbe meglio. Tuo padre purtroppo non tornerà».

«Miri!» l’avevo ripresa.

A Giuseppe si erano riempiti gli occhi di lacrime. Aveva stretto i pugni talmente forte da conficcarsi le unghie nei palmi. Miriam era così, diceva sempre quello che pensava. A volte era davvero scortese, persino brutale. Con gli anni aveva imparato a trattenersi, ma solo un po’. Essere così dannatamente sincera era il suo marchio di fabbrica.

Da quell’estate non ci lasciammo più. Giuseppe viveva a Torino, lo vedevamo solo nel mese di agosto, ma io e lei diventammo inseparabili. Ci incontravamo quasi ogni pomeriggio, dopo la scuola. Dopo le medie, lei si iscrisse a un liceo linguistico, io a ragioneria. Crescendo iniziammo a incontrarci con Beppe anche durante l’inverno. La prima gita Bergamo-Torino fu per noi indimenticabile. Sul treno, un uomo di età indefinibile aveva attaccato a farci volgarissimi complimenti. Io ero nel disagio più totale. Altre volte mi era capitato di incontrare uomini invadenti, che allungavano le mani sul pullman facendomi sentire inerme e impotente. Miriam ovviamente lo aveva affrontato senza battere ciglio. «Sentiamo, cosa vorresti farci? Scommetto che ce l’hai piccolo come una nocciolina, vergognati… potresti essere nostro nonno!».

Avevamo cambiato vagone ridendo come matte mentre quell’uomo ci lanciava dietro insulti inascoltabili. Miri rideva davvero, io fingevo. Ero sconvolta sia dalla volgarità di quell’uomo che dalla sicurezza di Miri. Come faceva a non aver paura di niente?

«Ma come ti è venuto in mente di dirgli quella cosa? Che vergogna!». Ero stramazzata su un sedile, tremavo ancora dall’agitazione. Lei, impassibile, si era accesa una sigaretta. «Da quando fumi?», avevo chiesto, stupita. Miriam mi aveva sbuffato forte addosso e me l’aveva passata. «Dai Su, non è tempo di crescere anche per te? E basta con quest’aria da santarellina!».

Così avevo iniziato a fumare anch’io. Quando arrivammo a Torino, la prima cosa che raccontai a Beppe fu di come Miriam aveva affrontato “il vecchio bavoso”.

Beppe aveva riso a lungo e l’aveva guardata con una tale ammirazione che non avevo mai notato prima. Non ci vedevamo da quasi un anno: era molto cambiato. Si era fatto crescere i capelli, gli stavano bene. Indossava la T-shirt di un gruppo punk e fumava anche lui, e non solo sigarette. Forse quella è stata la prima volta che l’ho guardato con occhi davvero diversi. O forse lo avevo sempre saputo che a me Giuseppe faceva uno strano effetto allo stomaco. Ma noi del club dei “Freaks”, gli strani, come ci aveva ormai definito Miri, ci eravamo promessi di essere amici per sempre. Quel giorno però, me lo ricordo bene, mentre seduti in un parchetto Beppe rollava uno spinello sotto lo sguardo eccitato di Miriam, io sentii che fra noi stava cambiando qualcosa. Che io guardavo Beppe e che lui guardava Miri.

«Cosa facciamo questa estate? Ce li avete due spicci per andare in campeggio? Io ho lavorato in un bar un paio di mesi dopo la scuola. Voglio andare in Calabria. Venite anche voi?».

«Ma io non posso. I miei non mi daranno mai il permesso…».

«Dai Susy, lo troviamo un modo! Diciamo che vieni da me, a casa di mia nonna. Guarda caso ho una nonna che vive proprio a Tropea, non lo sapevi?». E giù a ridere come sempre. Era fatta così: non c’era problema che non fosse risolvibile per Miri.

Partimmo a fine luglio e tornammo dopo Ferragosto. L’estate più bella della nostra vita. L’anno dopo andammo in Sicilia e l’estate dei 18 anni, zaino in spalla e sacco a pelo, girammo tutto il Peloponneso, da Patrasso ad Atene. Arrivati ad Atene, salimmo sull’Acropoli e Miriam, sotto un sole che cuoceva le meningi, ci volle recitare un monologo tratto dall’Antigone di Sofocle. Mi sembrava che Beppe pendesse dalle sue labbra. «Appena terminato il liceo, ve lo dico, mi trasferisco a Roma. Vado a studiare recitazione».

Eravamo certi che Miriam ce l’avrebbe fatta.

«E ci vado con Nic» aveva aggiunto, noncurante.

«Con chi?».

Ovviamente Miriam aveva sempre attorno un sacco di ragazzi, tanto che ne avevamo perso il conto. Non ce ne aveva mai presentato uno, ma di Nic parlava spesso ormai. Beppe abbassò lo sguardo: era l’inizio della fine. Sapevamo che presto tutto sarebbe cambiato. Una volta a Roma, Miriam non avrebbe più avuto tempo per noi. Una telefonata ogni tanto, magari una cartolina con la fontana di Trevi che inneggiava alla dolce vita felliniana. Io e Beppe continuavamo a viaggiare sul regionale mentre lei procedeva diritta alla meta su un intercity.

In realtà non andò esattamente così. Dopo l’esame di maturità, Miriam avrebbe dovuto trasferirsi a Roma, mentre io mi ero iscritta a Scienze politiche e Giuseppe ad Architettura. Quell’estate trascorremmo l’ultima vacanza tutti insieme. Miri ci concesse una sola settimana, a Torre Lapillo, nel Salento. Passavamo notti intere in riva al mare a parlare e bere birra. Beppe aveva imparato a suonare la chitarra e attirava molti ragazzi. Non riuscimmo a rimanere noi tre a lungo, presto al gruppo si unirono volti nuovi. Miriam aveva fatto amicizia con tutti. Avremmo voluto trascorrere quei pochi giorni come facevamo un tempo, solo noi tre, ma Miri era ormai altrove. Quell’estate cambiò tutto fra noi. Una sera Beppe, ubriaco, in preda a un evidente attacco di gelosia, vedendo Miriam allontanarsi per mano con un ragazzo olandese conosciuto poche ore prima, si gettò in mare. Non aveva mai imparato a nuotare bene. Avevamo sempre cercato di convincerlo a prendere lezioni ma lui al massimo entrava con l’acqua fino alle ginocchia e si sedeva. Lo guardai camminare fra le onde, al buio, bofonchiando qualcosa di incomprensibile e iniziai a chiamarlo.

Ma Beppe non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Così lo seguii. Avevo sognato tante di quelle volte di baciarlo, di dormire fra le sue braccia. Di fare l’amore con lui. Se non lo avessi fatto quella notte, se non avessi approfittato del buio, della birra e del mare, non avrei mai più trovato il coraggio.

«Fermati Beppe, dove vai?» continuavo a gridare. Iniziai a correre in acqua, preoccupata. Quando lo raggiunsi, stava piangendo. O per lo meno così a me sembrò. Gli asciugai le lacrime con le mani e accostai le mie labbra alle sue. Beppe non rispose subito al mio bacio, allora iniziai ad abbracciarlo così forte che alla fine anche lui mi baciò. E poi facemmo l’amore. Con le nostre mani impacciate, i nostri nasi che continuavano a scontrarsi. Non avevamo mai avuto alcuna esperienza. Avevamo trascorso settimane, nelle estati precedenti, ad ascoltare i fantasmagorici racconti di Miriam e dei suoi orgasmi multipli, incantati e un po’ invidiosi, ma noi due non sapevamo neanche da dove iniziare. La prima volta fra noi fu davvero terribile. Il giorno seguente, vomitai per ore.

Ero sicura che Giuseppe avesse chiuso gli occhi mentre faceva l’amore con me, per immaginare di farlo con lei. Volevo solo andarmene, tornare a casa. Miriam rimase ancora qualche giorno: si era innamorata perdutamente di René, il giovane olandese con cui era stata la notte precedente. E, a quanto pare, lui di lei. Mentre io e Beppe ce ne tornavamo frastornati e confusi a casa, lei si preparava a partire per Amsterdam, dove il suo nuovo biondissimo ragazzo venticinquenne le avrebbe presentato la famiglia.

«Ma sei impazzita?».

«Probabilmente sì. Ma non mi sono mai sentita così in tutta la mia vita» aveva candidamente risposto lei.

«E Nic? E Roma?» avevamo domandato, increduli.

«Capiranno. Tutti capiranno».

Cosa c’era mai da capire? Miriam in fondo era una ragazza che desiderava solo trovare il grande amore. Alla fine, la più trasgressiva e la più sfrontata di noi, ci lasciò per mettere su famiglia all’età di 19 anni. Non andò più a Roma, se non in viaggio di nozze. Dieci anni più tardi, Miriam aveva già tre figli e viveva felicemente nella sua villetta bifamiliare con René.

Io e Beppe ci sposammo sei anni più tardi. Era stato lui a venire a cercarmi. A volermi stare vicino. La seconda volta fra noi non fu tanto terribile, anzi. Il nostro è stato un matrimonio equilibrato, fatto di dialogo e complicità. Abbiamo avuto due splendidi figli. 

Ho sempre temuto, però, che non fosse davvero innamorato di me, per lo meno non quanto io lo sono di lui, ma siamo sempre stati bene insieme.

Nel 2017 mi sono decisa a cercare Miriam su Facebook, l’ho trovata e così abbiamo ricominciato a scambiarci notizie. Lei, da non crederci, era già diventata nonna. Abbiamo iniziato a scriverci lunghe mail e abbiamo ritrovato l’antica intesa di un tempo. Eppure, quando mi ha chiesto di potere venire a trovare me e Beppe durante l’estate, mi si è gelato il sangue. Ho esitato molto prima di darle una risposta.

E anche quando alla fine ho detto sì, ho avuto molti ripensamenti. Perché ho sempre creduto che Beppe in cuor suo non l’avesse mai dimenticata. Com’era possibile dimenticare una forza della natura simile? Potevo alla mia età vivere ancora in una simile incertezza? Non era certo Miriam e il fantasma della sua travolgente voglia di vivere il problema. E non era nemmeno Beppe. Ero io. Io che in tutti quegli anni non avevo mai avuto il coraggio di chiedere apertamente a mio marito, il mio compagno, il padre dei miei figli, se avesse mai avuto qualche rimpianto per aver sposato me e non la ragazza dei suoi sogni. Quanto male riusciamo a farci sempre noi donne?

Nell’attesa che Miri arrivasse con tutto il suo effervescente bagaglio, non ho fatto altro che prepararmi e sistemare casa. Ero molto agitata. Dopo quasi 40 anni ero ancora lì con le mie insicurezze a chiedermi se per Giuseppe fossi stata solo un ripiego. Se mi avesse mai amata. Come potevo avere ancora tanti dubbi? L’aveva mai cercata? No. Spesso durante quegli anni avevamo parlato di lei, con estrema serenità avevamo ricordato quelle estati insieme. Perché non volevo credere che mio marito semplicemente mi amasse? Non mi sarebbe mai rimasto accanto per tutti quegli anni se non fosse stato così. La risposta era sempre stata lì, a portata di mano. Mi sono guardata a lungo allo specchio e ho capito finalmente che quelle paure erano solo mie. Dovevo solo credere in me stessa e mostrare la Susy che ero diventata.

«Non sei un po’ agitato all’idea di rivederla?», ho chiesto infine a Beppe.

«E perché mai?».

«Ho sempre creduto che un tempo tu fossi innamorato di lei».

«Di Miriam? Non avrei avuto la forza di stare con una pazza come lei» ha risposto tranquillo. Forse avevo sempre visto qualcosa che era solo nella mia testa.

È stata un’estate stupenda. Miriam è sempre la pazza di un tempo solo con qualche ruga in più. È serena e ancora innamorata del suo René. Ancora recita monologhi da Sofocle e Shakespeare, ma Giuseppe non la guarda più con gli occhi di quando avevamo 20 anni.

I suoi occhi sono solo su di me.

Forse lo sono sempre stati.

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