Mancano 20 minuti alla fine delle lezioni. Sono parcheggiato davanti al cancello della scuola.
I genitori “normali” arrivano all’ultimo minuto, parcheggiano in doppia fila con le quattro frecce accese, prendono i bimbi e tornano alle loro vite. Io no: temo che anche un minimo di ritardo mi farebbe crollare. Mi racconto che è per evitare il traffico, ma ormai conosco abbastanza bene le mie bugie da non crederci più.
La verità è che quei minuti di attesa mi piacciono. C’è qualcosa di bello nel sapere che tra poco Francesco uscirà da quella porta.
L’attesa davanti a scuola e una nuova quotidianità
Prima della separazione era tutto diverso. Quando vivi con qualcuno hai la fortuna e la sfortuna di dare per scontata la sua presenza.
Ma per me adesso esistono solo i giorni con e quelli senza Francesco. E quando lui non c’è la mia nuova casa sembra un acquario vuoto.
Ho provato a fare il padre: gli ho comprato le lenzuola dei supereroi, ho sistemato i suoi libri sullo scaffale più basso perché possa prenderli da solo e ho riempito il congelatore di bastoncini di pesce, come se potesse bastare un po’ di merluzzo impanato a convincere un bambino di nove anni che non ha perso un pezzo di mondo.
Dentro di me, c’è ancora una domanda a cui non riesco a dare una risposta: una volta diventato grande che cosa ricorderà Francesco di questo periodo? Le volte in cui sono arrivato davanti alla scuola con 20 minuti di anticipo perché non vedevo l’ora di vederlo oppure i giorni in cui non c’ero? Non ho intenzione di chiederglielo.
Lo zaino e i cracker
Quando il cancello si apre, un’ondata di zaini colorati si riversa sul marciapiede. Francesco trascina i piedi, ha il cappuccio della felpa messo storto e le guance arrossate. Apre la portiera ed entra.
Ciao papà
«Ciao campione. Com’è andata?».
«Bene, però ho fame». Fruga nella tasca dello zaino, tira fuori un pacchetto di cracker iniziato a ricreazione e comincia a mangiarlo. Si arrampica sul sedile posteriore lasciando una scia di briciole sul tappetino.
Un anno fa gli avrei fatto un discorso di dieci minuti sulla pulizia dell’auto.
Oggi mi basta che lui sia qui. Poi, Franci lancia lo zaino sul sedile accanto a lui. Dallo specchietto vedo la cerniera aperta a metà, un quaderno con gli angoli piegati, qualche foglio accartocciato che minaccia di scappare fuori alla prima curva. Quel disordine è l’unica cosa rimasta uguale a prima che tutto andasse in pezzi.
«Guarda che un giorno di questi perdi tutto quello che hai lì dentro».
Lui alza lo sguardo al cielo. Ha gli occhi di sua madre, ma per fortuna non li usa per giudicarmi. Sorride. Gli manca ancora l’incisivo che gli è caduto la settimana scorsa.
«Non perdo mai niente, papà. Andiamo nella casa nuova?».
Un giorno speciale: la fuga al mare
«No. Oggi facciamo una gita al mare».
Si blocca con la cintura in mano. «La mamma ha detto che dobbiamo ripassare la Pianura Padana per la verifica di geografia».
Sua madre. Se scoprisse che lo porto in spiaggia invece che farlo studiare mi manderebbe un vocale di mezz’ora che scotta più dell’acido.
E avrebbe ragione. Sono io quello che ha sfasciato tutto, io quello che costringe nostro figlio a fare i bagagli un fine settimana sì e uno no.
«Ripasserai geografia con lei. Parlo io con la mamma, va bene? Il mare è un segreto tra me e te».
Francesco mi fissa. Studia la mia faccia per capire se sto scherzando.
Alla fine sorride. «Ok. Ma secondo me sei un po’ matto».
Forse ha ragione. Ma per le prossime tre ore non sarò l’uomo che ha fallito in un matrimonio. Sarò solo il padre di Francesco.
Mentre usciamo dal parcheggio, inizia a parlarmi di una discussione avuta con un compagno di classe per una partita di calcio. Non ho idea di quale sia la squadra e chi abbia ragione.
Ci mette quasi l’intero tragitto a spiegare, con la logica implacabile dei suoi nove anni, perché se l’è presa. Lo ascolto senza interromperlo. Annuisco. Sorrido.
Quando era più piccolo avrei pagato per un’ora di silenzio, per un viaggio senza qualcuno che mi chiamasse ogni 30 secondi dal sedile posteriore.
Adesso, mi ritrovo a desiderare la fatica di prima. I figli crescono. Un giorno smettono di chiederti aiuto per allacciare le scarpe, un altro non corrono più nel tuo letto durante i temporali… E tu non te ne accorgi nemmeno, perché sei già occupato a voler bene alla loro versione successiva.
La recita mancata
La voce di Franci riempie l’abitacolo.
Poi, all’improvviso, si interrompe. Come se si fosse ricordato di una nota a margine senza importanza.
«Ah, la recita» dice infine.
Stringo le dita sul volante.
Quale recita?
«Quella di inizio anno scolastico, qualche giorno fa. Avevi detto che saresti venuto».
Deglutisco. «Io…».
Allora Francesco alza le spalle. «Non importa. Tanto facevo il vento». Lo dice come se ci credesse davvero. Come se potesse davvero non essere importante per un bambino “fare il vento” davanti a una platea di genitori che non prevede suo padre.
Un sasso bellissimo
Arriviamo sul lungomare che sono quasi le tre. È la giornata sbagliata per andare in spiaggia. Il cielo è una lastra grigia e c’è tanto vento. Qualsiasi persona normale sarebbe rimasta a casa.
Francesco però scende dall’auto come se fossimo a Malibù. Non ha bisogno di un mondo perfetto per essere felice. Io, invece, ho passato la vita ad aspettare il momento giusto, la casa giusta, il lavoro giusto. Come se la felicità fosse una scadenza da rimandare finché ogni tassello non è al suo posto.
Mio figlio mi sta mostrando che ho sbagliato anche da questo punto di vista.
Camminiamo lungo la riva. Francesco cammina qualche passo avanti a me. Si ferma ogni tanto per aspettarmi. Quel suo cercarmi con gli occhi rivela la domanda più elementare del mondo: sei ancora qui? Vorrei rispondergli che sì, ci sono. Anche quando sbaglio, anche quando non ho la minima idea di che cosa sto facendo.
«Guarda questo, papà. È speciale».
È un sasso grigio, bagnato, assolutamente identico ad altri milioni di sassi.
È bellissimo, Fra
Lui socchiude gli occhi. «Usi la voce da grande».
«La voce da grande?».
«Sì. Quella che usi quando parli al telefono con il meccanico».
Rido. «Mi hai scoperto. E quale sarebbe la voce giusta?».
Ci pensa fissando il sasso. «Non lo so». Poi se lo infila nella tasca del giubbotto. «Lo tengo».
«Per farci cosa?».
Alza le spalle. «Non lo so».
Per lui una cosa è importante semplicemente perché esiste. Non deve servire a qualcosa, non deve dimostrare nulla, non deve meritarsi il diritto di essere conservata.
Mi chiedo in quale momento della mia vita ho smesso di guardare le cose come mio figlio. Alzo gli occhi. Francesco è già avanti, con il vento che gli scompiglia i capelli.
Nessun programma
Lo guardo e spero con tutto me stesso che, nel pacchetto di cose che erediterà da me, non ci sia la mia collezione di difetti: la paura di non essere mai abbastanza, quella convinzione stupida che l’amore sia un premio da vincere e che ogni errore presenti un conto da pagare. Spero che Franci conservi la capacità di trovare un tesoro dentro un sasso qualunque.
Restiamo sulla spiaggia più a lungo del previsto. È la cosa migliore di questi venerdì: non c’è mai un programma.
Credevo che essere un buon padre significasse riempire ogni minuto come un animatore turistico. Invece ho scoperto che i ricordi non li costruisci. Succedono.
Un viaggio in macchina, una battuta, un panino mangiato su una panchina.
Luci al neon e risate in sala giochi
Arriviamo davanti alla vecchia sala giochi quasi senza accorgercene. È identica a come la ricordavo: le insegne al neon scolorite, quel miscuglio di musica e odore di zucchero filato.
Francesco si pianta davanti alla porta a vetri: «Possiamo entrare?».
Sapevo che me l’avresti chiesto
«Quindi avevi già deciso di sì prima che aprissi bocca?».
«Esatto».
«Allora perché ho dovuto chiedertelo?».
«Perché alcune cose sono più belle quando qualcuno te le concede».
Ci riflette un secondo, poi spinge il maniglione: «Sei strano forte, papà».
Cambiamo 10 euro in gettoni. Al simulatore di rally mio figlio mi disintegra.
«Hai vinto perché io ho rallentato» lo provoco.
Mi fissa con una serietà assoluta. «È una scusa da perdenti, papà».
Poi mi fa la linguaccia e io scoppio a ridere. Una risata libera, profonda. Un paio di ragazzini ai flipper ci fanno il verso. Non mi importa.
Fuori il buio viene giù tutto in un colpo.
Il padre del venerdì
Entriamo nell’unico bar aperto, uno di quei posti con le luci troppo bianche che ti fanno sembrare malato e un odore di candeggina e caffè bruciato.
Francesco si siede su una sedia di plastica arancione e dondola le gambe. Si dondola così da quando ha tre anni, solo che adesso le sue gambe sono più lunghe e le scarpe da ginnastica sbattono contro il ferro del tavolo.
Ordiniamo. Quando arriva la sua bibita inizia a bere con avidità. Poi mi sorride.In quel momento lo schermo del mio telefono si illumina. Un messaggio di sua madre: “Spero che geografia sia a posto. Riportalo per le otto e mezza perché deve cenare, domani ha catechismo presto”.
Mando giù un sorso di caffè amaro per sciogliere il nodo che ho in gola.
Sono il padre del venerdì. Quello che porta il figlio al mare anche se c’è un vento pazzesco perché non sa dove sbattere la testa, visto che nel nuovo appartamento non ha ancora la televisione e la cucina puzza di antiruggine. Esito. Le parole giuste non sono mai quelle che mi preparo in testa durante la settimana.
Imparare a essere un buon padre
«A volte mi viene il dubbio di non essere un buon maestro. Ti dico sempre cosa devi fare, le regole, la scuola… E poi sono il primo che fa confusione» dico a Franci mentre guardo le mie dita che tormentano una bustina di zucchero.
Francesco aggrotta la fronte. Poi si pulisce la bocca con la manica del giubbotto: «Secondo me sei più bravo di quello che credi, papà».
La frase arriva pulita, detta con la stessa naturalezza con cui mi chiederebbe un pacchetto di figurine. Ho passato mesi a processarmi da solo, ma in quel tribunale la giuria sono sempre stato solo io.
Per Francesco, invece, non c’è nessuna colpa da espiare. Per lui sono solo suo padre.
Fisso la vetrina del bar per nascondere gli occhi lucidi: «Dici davvero, Fra?».
«Sì» risponde. «Nessun altro papà porta i figli in sala giochi. E poi, la tua casa nuova mi piace. C’è lo scaffale per i miei libri».
Il ritorno a casa e un nuovo inizio
In macchina crolla dopo poco, con la testa appoggiata al finestrino e la mano infilata nella tasca del giubbotto, a stringere il sasso grigio della spiaggia. Dorme per tutto il viaggio di ritorno.
Accosto davanti al mio vecchio condominio. Le luci del secondo piano sono accese. Sua madre è lassù che aspetta. Spengo il motore.
Guardo Francesco che dorme, mi manca già. A sorpresa, provo nostalgia anche per la mia ex. Non la donna delle discussioni in cucina quando Francesco era andato a letto, ma la ragazza di un tempo, quella di quando nostro figlio era solo un pensiero bellissimo e sospeso nei nostri discorsi. Eravamo splendidi, insieme, prima di perderci.
Scendo dall’auto e apro la portiera posteriore.
Gli accarezzo i capelli, piano: «Sveglia, campione. Siamo arrivati».
Apre gli occhi, stordito dal sonno. Scivola fuori dall’auto e s’infila lo zaino su una spalla.
«Ciao, ci vediamo venerdì?».
«Certo». Devo essere leggero. Devo lasciarlo andare su da lei senza pesi.
«Un’ultima cosa. Quando saluti la mamma, dalle un bacio sulla guancia da parte mia. Però di nascosto. Resta un segreto fra noi, va bene?».
Francesco fa sì con la testa e mi regala l’ultimo sorriso. Quando il portone si chiude dietro di lui, fisso il sedile vuoto. C’è ancora qualche briciola di cracker sul tappetino, ma per la prima volta non sembra un fallimento.
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