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Non ci resta che ridere: intervista a Madeline Cash

Trent’anni, un debutto esplosivoe un’ironia che non fa sconti. Madeline Cash è il nuovo nome della narrativa americana da tenere d’occhio. Nel suo romanzo(da leggere!) racconta famiglie complicate, adolescenti in cerca di sé e un’America surreale

la scrittrice americana madeline cash
CREDITS: Nat_Ruiz

Ha solo trent’anni, ma il suo nome è già quello da tenere d’occhio. La (neo) scrittrice americana Madeline Cash ha conquistato critica e lettori con Pecorelle smarrite, il suo primo romanzo, pubblicato in Italia da Feltrinelli Gramma (trovi l’estratto qui). Si tratta di una commedia familiare “scatenata”, che racconta due genitori alle prese con un matrimonio aperto e tre figlie adolescenti che, mentre gli adulti sono distratti dalle proprie crisi, cercano di non sentirsi invisibili. Ciascuna a modo suo. Intorno a loro, un’America assurda ma fin troppo riconoscibile, popolata da miliardari ossessionati dall’eterna giovinezza, estremisti conosciuti online, scuole religiose e programmi di rieducazione. Da poco Cash ha lasciato New York per trasferirsi (temporaneamente) a Londra: una nuova vita che, come ci racconta l’autrice, «si sta rivelando particolarmente impegnativa, ma che cos’è la vita senza una bella sfida?».

A proposito di sfide, Madeline: essere definita “la prossima grande scrittrice americana” lo trovi più emozionante o spaventoso?

«Dipende dal giorno! Scrivere è il mio sogno da quando ho imparato a leggere e sono immensamente grata per ciò che sta accadendo. A volte, però, tutta questa attenzione diventa difficile da gestire: la scrittura è qualcosa di intimo e privato, ed è strano far entrare il mondo esterno dentro al proprio mondo interiore».

Prima di diventare scrittrice a tempo pieno lavoravi come copywriter. Che cosa ti ha insegnato la pubblicità sul potere delle parole?

«Domanda bellissima. Io sono infinitamente affascinata dalla capacità del marketingdi manipolarci e da che cosa significhi scrivereal servizio del capitalismo. Avrei molto dadire sulla propaganda, ma senza lanciarmi in una filippica direi che la penna è uno strumentocome qualunque altro: può essere usata per il bene o per il male, a seconda di chi la impugna.Anche se, nel mio caso, scrivevo soprattutto giochi di parole sugli hamburger».

Oggi possiamo chiedere all’intelligenza artificiale di scrivere un testo, sviluppare una trama o imitare uno stile. La consideri uno strumento utile, una minaccia o una scorciatoia?

«Ormai vedo testi scritti dall’AI ovunque: nelle e-mail, nei biglietti di compleanno, nelle pubblicità. E trovo tutto questo strano e distopico. Temo che stia rendendo più infantile la prossima generazione di lavoratori digitali e che elimini la necessità di apprendere competenze che un tempo erano preziose. Detto questo, dipende da noi decidere che cosa fare del tempo che ci ritroveremo a disposizione quando i computer si occuperanno di tutto il lavoro noioso. Potremmo realizzare qualcosa di grande. O non fare assolutamente nulla».

Durante la pandemia hai fondato la rivista letteraria indipendente Forever, un progetto quasi controcorrente nell’epoca di Bookstagram e TikTok. Com’era nata l’idea e qual è oggi il tuo rapporto con i social?

«Forever è nata nel 2020, un periodo in cui attribuivamo ancora valore agli oggetti materiali e in cui i social ci aiutavano a entrare in contatto con lettori di tutto il mondo, trovare materiali e raggiungere le librerie. Adesso mi sembrano più sinistri e sorvegliati. Il mio rapporto con loro è piuttosto comune: passo troppo tempo a invidiare la vita di persone che non conosco, mando contenuti agli amici, leggo i titoli delle notizie, pubblico aggiornamenti sulla mia vita e sui posti in cui mi trovo e, ogni tanto, compro qualcosa di cui non avevo davvero bisogno».

Sei figlia unica cresciuta con una madre single, ma nel tuo primo romanzo hai inventato una famiglia numerosa e caotica. Scrivere dei Flynn è stato un modo per immaginare la famiglia che non hai avuto?

«La mia cerchia di parenti di sangue è piuttosto piccola, ma mia madre ha creato intorno a meuna grande famiglia allargata, fatta di personeche abbiamo scelto; perciò, non mi sonomai mancati né l’affetto né le relazioni. I Flynnsono semplicemente un’invenzione, l’ombradel sogno americano».

Il romanzo parla di solitudine, depressione, adescamento online e violenza, eppure fa molto ridere. L’umorismo è il tuo modo naturale di guardare il mondo o anche una difesa?

«Credo che l’ironia e la comicità siano strumenti potentissimi. La cosa più difficile, però, è mettere l’umorismo al servizio della sincerità, invece di usarlo per evitarla. Spero che il mio umorismo serva a sfiorare verità più grandi e difficili da digerire».

Quali scrittori hanno influenzato maggiormente il tuo stile e il tuo senso dell’umorismo?

«Donald Barthelme, per cominciare. E poi Georges Perec, Don DeLillo e Philip Roth. Credo che la commedia sia sempre stata considerata una forma d’arte inferiore».

Non temi che oggi ci prendiamo troppo sul serio?

«E sì, collettivamente siamo diventati più seri, ma forse abbiamo delle buone ragioni per esserlo: il futuro oggi appare più cupo di quanto non sembrasse un tempo».

Lena Dunham sta lavorando all’adattamento televisivo del romanzo. Lei con Girls ha raccontato le inquietudini delle Millennial: che cosa è cambiato per le ragazze della tua generazione?

«Accidenti, non lo so davvero! So che ogni generazione ama riconoscersi in una serie di mezz’ora: prima di Girls c’era Sex and the City, per esempio. Ma non penso che, in fondo, sia cambiato poi così tanto. Certo, ci sono le app di incontri, i cambiamenti nella moda, una maggiore consapevolezza riguardo al consenso. Eppure, riesco a ritrovare altrettante somiglianze in Clarissa Dalloway o Anna Karenina quante ne vedo in Carrie Bradshaw o Hannah Horvath».

Hai raccontato di aver revisionato il romanzo in Italia, in una residenza per scrittori vicino a Roma. Che ricordo conservi di quel periodo?

«È stato magnifico. Alloggiavamo in un piccolo castello, mangiavamo pasta fresca, raccoglievamo funghi e, alla fine, abbiamo anche tenuto una lettura in città. Dopo la residenza ho viaggiato per l’Italia con il mio compagno e conservo in particolare un ricordo: prenotammo il volo di ritorno da “Florence, North Carolina”, invece cheda Firenze, in Italia. Ce ne rendemmo conto soltanto una volta arrivati in aeroporto. Non fu esattamente un risveglio piacevole…».

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