Il ritaglio del parco, uno spicchio di cielo, la parabola del sole di giorno e di notte l’alone della luna, un cerchio sfumato che si addensa come succo di limone. Matematica e geometria e un po’ di botanica emergono dal riquadro di vetro, l’unico occhio che si posa su un mondo fermo e silenzioso.
Nella casa di fronte vive un camionista. Parte all’alba e fanno rumore il rimbombo roco del motore e il ruggito della marcia. Prima di andarsene percorre il perimetro del parco due volte, poi il suono del clacson in cui starnazza un’oca è il suo saluto alla moglie che dorme. Giro, perimetro, oca: di nuovo la geometria e un po’ di biologia.
Il resto sono solo ombre, passaggi leggeri e momentanei, istantanee che faticano a fissarsi nella mia testa, alle quali non riesco a dare importanza se non si iscrivono nelle regole minime di un teorema dimostrabile. Non so cosa ci faccio qui né come ci sono arrivata, ma so che detesto il grigio e amo i colori.
La giovane donna in rosso
Con quel vestito rosso a balze, che il pancione solleva davanti a scoprirle le ginocchia, la moglie del camionista sembra una bambina. Ha un ventre tondo, è come un piccolo melone. Da quassù l’ho visto allargare il suo diametro e le gambe restare secche come fusti di sedano.
Sedano, melone, diametro. Geometria e botanica. Eccole che tornano, un puntello ai miei ragionamenti mentre il tempo scorre.Questa realtà mi sfugge. Mi spiazza ogni mattina quando si fa di nuovo giorno e mi dico che è stato solo un sogno. E invece no. Così cerco certezze nel sedano e nel melone, perfino nell’idea che da quella pancia commovente fra poco sboccerà un bambino.
Devono essere svegli. Gli avvolgibili sono saliti lentamente e lei si è sporta dalla finestra. Lui le sta alle spalle, la sovrasta di quasi mezzo metro: è un omone, torreggia su di lei. C’è qualcosa che stride in quell’insieme tenero, lei tanto minuta e lui così corpulento. Non è solo alto, è anche villoso, e pensare che è poco più di un ragazzo.
Due case uguali, due mondi diversi
Dalla mia guardiola, questo vetro che affaccia sul cortile, controllo un mondo piccolo come il gheriglio di una noce. Dalla mia casa alla loro sono meno di 100 metri in linea d’aria, niente di più. Il cortiletto con il ghiaino ancora immacolato, i posti auto divisi da nette strisce bianche.
Gli ingressi delle nostre villette sono speculari, portoni, citofoni, gli scalini di accesso e tutto il resto. Una casa di qua e una di là, perfettamente uguali. Quel che non è uguale è la vita, che dal lato opposto a questo esplode. Là colore e suoni, qui grigiore e silenzio.
Non riesco a staccare lo sguardo da loro. Immagino il fiato caldo dell’uomo posarsi sul collo esile di lei, che insacca la testa nelle spalle forse a tradire un brivido. Riesco quasi a sentirlo. Adesso lei sorride, i suoi occhi si girano a cercarlo. Il suo respiro accelerato attraversa l’aria che ci separa, mi porta le parole che le sono rimaste sulla punta della lingua.
«No, cosa fai… dài… sì, ma piano… con questo pancione non riesco… ecco, così…».
Non conoscono pudore. Sono giovani, forse me ne fregherei anch’io al loro posto. Nelle orecchie, sulla pelle, nel centro del petto che si infiamma sento tutto. Sento i loro abbracci. Li sento perché li desidero anch’io.
Una presenza senza corpo
Un’improvvisa folata mi sbatte all’esterno. Avverto la forza di quest’aria e non mi posso opporre. Cerco un appiglio, le mie unghie annaspano nel vuoto senza raggiungere l’infisso. Non precipito, ma la sorpresa dura solo un istante. Non potrei mai, io non ho peso. Non ho massa, sono eterea, trasparente.
Non so quando sia accaduto. A un certo punto mi sono ritrovata sprovvista di un corpo. Il tempo è diventato una strana gimkana che getta frammenti di ricordi qua e là, li spezzetta e li frantuma e io non mi raccapezzo. C’è un prima, questo è chiaro, ma quando sia stato mi è ignoto, così come non ricordo chi fossi, anche se ho questa necessità di riferirmi al femminile.
Sospinta da un vento leggero approdo sul davanzale da cui sono appena stata scalzata. Ondeggio nel pulviscolo in una danza che non mi appartiene. Uno due tre, uno due tre. Non ricordo di aver mai saputo ballare, ma il ritmo mi acquieta. È un valzer, credo, un due tre, un due tre. I numeri mi vengono in soccorso e respiro di sollievo.
In attesa di capire chi sono
Incauta mi sporgo in questo etere capriccioso e raddrizzo questa consistenza invisibile che sono io proprio mentre un raggio di sole l’attraversa. Mi proietto all’indietro, finendo seduta sull’infisso. Un salto e sono dentro. Sono fluida e agile come il pensiero, anche se preda delle correnti.
Qui dentro non vive nessuno tranne me, che sto appollaiata sul davanzale, il rotolante sceso a metà e lunghi vasi di giacinti e tulipani che ormai sono solo lunghe foglie secche e tristi, anche se nella terra il tubero riposa. È qui che resto, in attesa di capire quale sarà la prossima tappa del mio viaggio, e intanto seguo la vita scorrere nella casa di fronte, la vita quella vera.
Da quando mi trovo qui il sole ha percorso il suo arco molte volte, dipingendo il cielo di rosa e arancione, eppure non conosco l’inizio, l’alfa di questo mio stare. Chi sono? È una domanda oziosa a cui non so rispondere.
Un piccolo cuore e la musica delle voci
L’alba infrange il velo scuro della notte. Un pensiero poetico che non mi dà la felicità dei numeri. Uno più uno non fa due, non nella villetta di fronte. Un nuovo, piccolo cuore è iscritto nella circonferenza di quel ventre che cresce e le braccia di suo padre sono tangenti che non vogliono lasciare il nido che lo contiene.
Simboli e formule vorticano in quello che un tempo chiamavo cervello e oggi è solo memoria. È bizzarra, umorale. Il cielo e la terra come ascisse e ordinate, mi guardo intorno in cerca di parabole. L’incognita sarà tale solo per un altro po’, quando lunghi nastri di fiocco dondoleranno sulla porta d’ingresso.
Mi scappa un sospiro, si spalanca in quell’area che occupava la gola. Possibile che io senta dolore? Un pungolo sottile come da uno spillo rovente che ustiona la materia di cui non sono più fatta. Sono un ectoplasma, eppure provo sensazioni così intense che giurerei di avere ancora carne e sangue a scorrere nelle vene.
Li sento chiacchierare di là della strada, i due della villetta di fronte. Le loro voci arrivano fino al mio davanzale come note di un pentagramma che cresce e decresce, inframmezzato da piccole pause gioiose. Il riso della giovane è come un la diesis, mi tocca in modo strano, mi solleva dei brividi. Dove, non so. Ha una risata argentina, contagiosa. Quel gorgoglio dei bambini, che risucchia un po’ d’aria. Il suo uomo, invece, ride in bemolle, ma quando stanno insieme salgono e scendono le righe di uno spartito allegro con fuoco.
Un sorriso verso il davanzale
Cosa c’è che mi attrae tanto in quella piccola figura sbilanciata in avanti? Oggi ha sollevato lo sguardo verso di me. Ha sorriso, ma non può avermi vista: io sono invisibile. Aveva il viso stanco, si è portata una mano sotto la pancia e l’altra sulla schiena. Il suo melone deve pesare parecchio, ma non è ancora maturo.
Matematica, geometria, botanica. Un cerchio iscritto in un altro. Le ruote del camion di lui, il giovane villoso che sta per diventare padre, macinano chilometri per tornare da lei ogni sera. Velocità e distanza sono altri puntelli ai quali aggrapparsi, anche se non mi appartengono più.
Non compio gesti, i fantasmi non lo fanno, ma quello che si forma nella mia mente è qualcosa che ci somiglia, quasi la scelta di fissare un punto, toccare un fiore, ascoltare la conversazione della giovane in rosso con il suo ventre sempre più gravido di vita.
Il profumo di un ricordo
I numeri sono affidabili, ma spigolosi. L’ho scoperto tanto tempo fa e me l’ero dimenticato. Mi è tornato in mente proprio ora, guardandola vezzeggiare una tutina come se dentro ci fosse un neonato. Ho avvertito salire verso di me il profumo di talco. Lo conoscevo, una volta. Mi ha spiazzata a tal punto da farmi precipitare di sotto nel tentativo di afferrarlo.
È un odore intenso e dolcissimo. Qualcosa che puoi seguire con il naso per molti metri, che si deposita nelle narici e non lo mandi via più. Non c’è matematica che tenga, né la geometria di un’ampolla di vetro. Non c’è chimica né alchimia. Non ricordo perché le sappia, queste cose, ma le so. Come so che non c’è nulla di certo come quest’odore.
Una partenza nella notte
Nella casa di fronte c’è trambusto. Non sento il rumore, lo percepisco nell’aria. L’elettricità attraversa me per prima, mi spinge all’esterno sebbene non ci sia vento. È una notte limpida, si è fatta la luna. La piccola automobile familiare spalanca i suoi fari. Il giovane uomo sistema qualcosa sul sedile posteriore, poi rientra.
Escono insieme, lui torreggia su di lei con sollecitudine, sembra volerla sollevare da terra. Lei rifiuta il suo aiuto, lo scosta con grazia. Tenendo le mani sulle reni si accomoda come può sul sedile del passeggero. Lui le sistema le gambe, poi reclina il sedile. Partono.
Una forza improvvisa mi scaglia di sotto, atterro con violenza sul selciato e li vedo. Finalmente me li trovo davanti, questa piccola donna con il corpo sformato dalla gravidanza, le ossa minute, il viso sofferente.
Il viaggio verso una nuova vita
Ed è allora che accade. Sono un proiettile di atomi compressi che schizza verso un punto luminoso. Un’esplosione mi incendia e mi spinge ancora e ancora. È come un soffio prolungato e incandescente, un’aria così calda che mi sento svenire, trascinata dentro un fiume.
Annaspo nell’acqua tiepida e vorrei solo gridare, ma non riesco. Tutto il mio essere sta combattendo per seguire la corrente che mi spinge con forza verso la foce. Dov’è finita la matematica? Dov’è la geometria? Non ci sono più regole!
Mi muovo, con ritmo. Trattengo-allungo, trattengo-allungo, trattengo- allungo. uno-due, uno-due, uno-due. Spalanco gli occhi sul buio. Avverto la costrizione a procedere sempre più veloce, sempre più avanti. A tratti mi impongo una sosta, poi riprendo il mio viaggio. Non so dove sono diretta, ma non posso sottrarmi.
Un liquido dolce si ferma sulle mie labbra per un istante, poi anche il fiume si prosciuga mentre in distanza l’oscurità si sta dissipando in un fioco bagliore. Grido.
Il ricordo dell’insegnante di matematica
La carrozzina scivola sull’asfalto lucido.
«Abitava qui, sai?» dice Lisa, la giovane mamma.
Il ragazzo la guarda perplesso. «Di chi stai parlando?».
«Non ricordi? L’insegnante di matematica del liceo, Amalia Guerzoni».
«Ah. E stava qui, nel nostro quartiere?».
«Sì, nella villetta di fronte».
Lui sembra non capire, lei continua.
«Ero davvero una testona in matematica, ma con lei tutto diventava facile…».
«Ma come hai scoperto che abitava qui?».
La giovane sospira. Un vagito sale dalla carrozzina, lei la scuote un po’ e il pianto si spegne, piano piano.
«L’ho saputo troppo tardi… ho visto il carro funebre una mattina e…».
Le lacrime la sorprendono all’improvviso.
«Ah, questi ormoni pazzerelli…».
Lui l’abbraccia, la stringe come un gigante buono.
«Vedi? Stava lassù!» aggiunge tirando su il naso.
Indica la macchia di colore sul davanzale, dove fra il verde lunghe pannocchie bianche e azzurre hanno infranto il rigore dell’inverno.
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