A 34 anni Cinzia aveva raggiunto una convinzione: gli uomini adulti non esistono. Esistono uomini di una certa età, quello sì. Uomini con la barba brizzolata, un mutuo, un lavoro rispettabile. Uomini che, almeno sulla carta, possono mantenere un certo aplomb in ogni situazione. Ma uomini adulti, nel senso profondo del termine, no. Non ne aveva ancora incontrato uno e la cosa non la turbava.
Aveva Mattia. Mattia occupava lo spazio emotivo, mentale e persino gastronomico che avrebbe potuto essere destinato a un eventuale compagno. Aveva 15 anni, un metabolismo da gigante in un corpo da creatura mutevole in crescita e la capacità di produrre montagne ciclopiche di vestiti sporchi. Era un ragazzo allegro, rumoroso, curioso e dotato di quella forma di intelligenza che ti impedisce di capire se ti sta prendendo in giro o se, invece, sei tu a non aver capito niente.
Cinzia lo guardava e pensava che, dopotutto, forse l’adolescenza era stata inventata per aiutare le madri a tornare con i piedi per terra. Aveva avuto Mattia troppo giovane, per la precisione a 19 anni. Quando lei e Massimo si erano conosciuti, sui banchi di scuola, erano poco più che ragazzini. Si erano innamorati come ci si innamora a 17, 18 anni: senza prudenza, senza alcuna capacità di distinguere una certezza da un entusiasmo.
Un amore giovane, un matrimonio e una separazione
Massimo era intelligente. Molto. Aveva sempre un libro in mano, anche quando non leggeva. Lo teneva sotto il braccio sull’autobus, sul muretto davanti a scuola, persino alle feste, dove avrebbe dovuto occuparsi di cose più adatte all’età. Cinzia lo trovava irresistibile. Non perché fosse bello nel modo semplice in cui lo erano certi ragazzi. Massimo era bello quando parlava di qualcosa che gli interessava. Gli cambiava la faccia.
Quella era stata la prima cosa che aveva notato. La seconda era stata che lui, quando lei parlava, ascoltava davvero. La terza era stata che, una sera di dicembre, le aveva prestato un romanzo perché secondo lui “avrebbe potuto piacerle”. Lei aveva passato la notte a leggerlo.
Il giorno dopo glielo aveva restituito: «Fa schifo».
Massimo era rimasto impietrito. Poi aveva sorriso.
«Non ti è piaciuto».
«No».
«E hai dormito?».
«Poco».
«Perché?».
«Per finirlo».
Lui aveva riso e lei aveva capito di essere innamorata.
Diventare genitori a 19 anni
Alla maturità Cinzia sapeva già di essere incinta. Aveva passato gli ultimi mesi con una mano sulla pancia e l’altra sugli appunti di filosofia, mentre Massimo alternava espressioni terrorizzate a dichiarazioni di assoluta fiducia nel futuro.
«Ce la faremo» diceva.
«A fare che cosa?».
«Tutto».
E quella era una parola che a 19 anni sembrava ragionevole. In quel “tutto” Cinzia e Massimo erano convinti di tenere il bambino e guardavano gli occhi arrossati della madre di lei con un misto di senso di colpa e incredulità.
Quando Cinzia ripensava al dopo, però, chiudeva gli occhi d’istinto, come di fronte a un film che faceva paura.
Matrimonio lampo. Famiglie sconvolte. Un appartamento piccolo. Un bambino. Pannolini. Notti senza dormire. Esami universitari rimandati. Soldi che non bastavano. Discussioni per il dentifricio finito. Discussioni perché lui comprava il latte sbagliato. E poi lentamente discussioni senza più un motivo.
Un giorno Cinzia era andata a prendere il marito a sorpresa in facoltà e si era trovata a girare il passeggino perché Mattia non vedesse suo padre a braccetto con una biondina che lo guardava adorante. Si lasciarono.
Genitori separati, tra quotidianità e vecchie abitudini
All’inizio Cinzia pensò che sarebbe morta. Poi scoprì che non si moriva. Si soffriva, si piangeva, si faceva la spesa, si trovava un lavoro, si accompagnava il bambino dal pediatra. E un giorno ci si accorgeva che erano passati tre mesi. Poi un anno. Poi dieci.
Massimo rimase il padre di Mattia. Nient’altro. O quasi. Il loro rapporto diventò una specie di trattato internazionale: civile, prudente, fondato su comunicazioni essenziali.
«Sabato lo porto io».
«Va bene».
«Ha dimenticato la felpa. Domenica c’è la partita».
«Lo so».
Poi c’erano le scarpe da calcio: il loro unico argomento veramente inesauribile.
«Le ha rotte».
«Come le ha rotte?».
«Ha fatto una scivolata».
«Su che cosa?».
«Sul campo».
«Certo che sul campo».
«Erano nuove».
«Quanto nuove?».
«Due settimane».
«Massimo, due settimane non sono nuove».
«Per me sì».
«Quanto sono costate?».
Silenzio.
«Massimo».
«Non tanto: 90».
«90 euro?!».
«Erano in offerta».
«In offerta a 90 euro?».
«Prima costavano 120».
Cinzia aveva imparato a respirare lentamente.
La nuova passione di Massimo
Poi, un pomeriggio di ottobre, mentre Mattia stava facendo merenda direttamente dal frigorifero, disse: «Papà è diventato matto».
Cinzia stava lavorando al computer. «Perché?».
«Legge sempre».
Lei alzò appena gli occhi. «Tuo padre leggeva sempre anche prima».
«No, adesso legge gialli».
«E allora?».
«È fissato. Perché quando gli parlo lui risponde, però continua a leggere».
«Lo fai anche tu».
«Io sono giovane».
«Ah, scusa».
«Comunque gli piacciono questi gialli strani. C’è una scrittrice che ha scritto tipo sette libri con un nome da maschio».
Un libro riapre il dialogo
Cinzia fece per tornare al computer. Poi si fermò.
«Come si chiama?».
Mattia glielo disse. Un nome qualunque, ma qualcosa le si mosse dentro. Vide improvvisamente Massimo a 18 anni, seduto sul muretto davanti alla scuola, con un libro aperto sulle ginocchia. Il ragazzo tormentato. Quello che leggeva tutto.
Quella sera Cinzia cercò il titolo del romanzo. Lo fece quasi per curiosità scientifica. O almeno questa fu la versione che decise di raccontarsi. Lo trovò e, potenza della vendita online, due giorni dopo lo ricevette a casa.
Lesse le prime pagine. Poi altre. Alle 11 avrebbe dovuto andare a dormire. A mezzanotte era ancora sveglia. Alle due e 20 finì il libro. Rimase qualche minuto con il volume appoggiato sul viso.
Non era soltanto avvincente. Era esattamente il libro perfetto per Massimo. C’era quell’intelligenza sottile che lui cercava nelle storie. Quei personaggi che non erano mai completamente buoni o cattivi. Quel modo di raccontare le persone senza retorica. Cinzia si accorse di una cosa che non le piacque affatto: aveva voglia di parlarne con lui.
Una conversazione diversa dal solito
Il giorno dopo, quando Massimo venne a prendere Mattia, lei rimase qualche secondo sulla porta.
«Hai finito quel libro?».
Massimo si voltò e lei pronunciò il titolo con un velo di imbarazzo. Lui sembrò sorpreso.
«Sì» rispose cauto.
«Ti è piaciuto?».
«Molto».
«Anche a me».
Silenzio.
Mattia, alle loro spalle, fece una faccia disgustata.
«Oddio» disse. «Parlate di libri. È inquietante».
Massimo rise. Una risata breve, quella che lei conosceva bene. Cinzia si accorse che il cuore le aveva fatto una cosa ridicola. Una cosa che non faceva da anni. Aveva accelerato.
«C’è un dettaglio che non ho capito» disse per coprire l’emozione.
Massimo si appoggiò alla porta. Oddio era diventato più figo negli ultimi anni?
«Che cosa?» chiese e lei si ritrovò a cogliere un’interessante nota roca nella voce di lui.
Poi cominciarono a parlare. Non di Mattia. Non della scuola. Non delle scarpe. Del libro. Discussero del finale per quasi 20 minuti. Massimo sosteneva che l’assassino fosse intuibile. Cinzia gli disse che era impossibile. Lui le ricordò una frase a pagina 127. Cinzia protestò: non poteva aspettarsi che lei ricordasse pagina 127. Corse a guardare.
Ritrovare l’uomo che aveva amato
Per la prima volta dopo 15 anni, Cinzia pensò che forse quella cosa lì, che lei aveva amato tanto, era ancora dentro di lui. Non era sparita. Era stata coperta. Dal matrimonio. Dalla stanchezza. Dalle responsabilità. Dalle scarpe da calcio. Ma era ancora lì.
Massimo prese un altro libro dalla borsa con la quale andava a scuola. Era un professore e, confessò, aveva passato gli esami per diventare preside. Cinzia rimase colpita dalla notizia.
«Sto leggendo questo adesso» aggiunse lui per sviare l’attenzione.
Cinzia prese il libro: «Poi me lo presti?».
Lui le disse di tenerlo, millantando di averne due copie, e Mattia, incredulo, sbuffò: «Ma voi due vi state frequentando?».
«Mattia!» tentarono di metterlo a tacere all’unisono.
«Perché se vi mettete insieme mi tocca essere felice» aggiunse il ragazzino, provocatorio.
Ritrovarsi tra le pagine
Massimo scoppiò a ridere. Cinzia invece gli lanciò uno sguardo omicida. Il giorno dopo cominciò a leggere il nuovo libro. Massimo, evidentemente, fece lo stesso. Fu così che cominciò. Non con un bacio. Non con una cena. Con un libro.
Dopo qualche giorno Massimo le scrisse: “Ho capito chi è”.
Cinzia rispose nonostante l’ora: “Anch’io”.
“A pagina 89”.
“No, a pagina 76”.
“A 76 non potevi capirlo” scrisse lui, piccato.
“Io sì”.
“Impossibile”.
“Sei tu che sei lento”.
Lui rispose dopo qualche minuto: “Sei sempre stata l’insopportabile prima della classe”. Cinzia fissò lo schermo. Poi sorrise: “E tu l’odioso che prendeva dieci senza il minimo sforzo”.
Cominciarono a scambiarsi libri. Uno alla settimana. Poi due.
“Questo capitolo. Leggilo”.
“Sono a metà”.
“Non fidarti di lui”.
“Perché?”.
“Leggi”.
Era una cosa semplice. Eppure con quei libri si stavano dicendo cose che non riuscivano a dirsi direttamente.
Massimo le consigliò un romanzo su una donna che aveva passato metà della vita a occuparsi degli altri e che, improvvisamente, si accorgeva di non sapere più cosa desiderasse. Cinzia lo lesse in due giorni.
Poi gli scrisse: “Provochi?”.
“No”.
“Sicuro?”.
“Forse un pochino”.
Lei rise.
Un’altra volta fu Cinzia a prestargli un libro su un uomo incapace di chiedere scusa.
Massimo glielo restituì con un biglietto: “Messaggio ricevuto”.
Lei gli rispose: “Era solo un libro”.
“Certo”
Andò così. Un passo dopo l’altro. Una battuta.
Una cena e le scuse attese
Una cena perché Mattia all’ultimo aveva chiesto di fermarsi da un amico e Massimo non aveva letto il messaggio.
«Hai mangiato?» chiese lui.
«No».
«Nemmeno io».
«Potremmo…».
«Mangiare?».
Andarono in una trattoria. Parlarono per ore. Scoprirono di essere cambiati. E scoprirono anche di non essere cambiati affatto. Massimo aveva ancora l’abitudine d’interrompersi a metà frase quando cercava la parola giusta. Cinzia di dire “non importa” quando invece importava molto. Lui era diventato più paziente. Lei più esigente. Lui aveva imparato a stare da solo e lei a non temere una relazione.
Poi Massimo disse: «Mi dispiace».
«Per che cosa?».
«Per tante cose e per una in particolare». Abbassò gli occhi un istante: «Per averti lasciata sola quando non eri sola per niente».
La paura di tornare insieme
Cinzia sentì un nodo alla gola.
«Eravamo due ragazzi. Non sapevamo fare i genitori».
«Se devo essere sincero io arranco ancora».
«Non sapevamo nemmeno come amare».
Massimo sorrise. «Quello lo sapevamo fare benissimo».
Cinzia rise. «È vero».
Restarono in silenzio. Poi lui disse: «Ti amavo».
«Lo so».
«E non mi è mai passata».
Lei non rispose. Non perché non provasse niente, ma perché provava troppo. Non poteva permettersi di tornare indietro. Non voleva rivivere quel dolore. Non voleva confondere la nostalgia con l’amore. E soprattutto non voleva che Mattia pensasse che i genitori potessero tornare insieme come si riattacca un bottone.
Per qualche settimana prese le distanze. Continuò a leggere da sola. Massimo non insistette. Quella fu forse la cosa che la convinse più di tutto. Un tempo avrebbe voluto una risposta immediata. Adesso le lasciò spazio.
Un giorno Mattia entrò in cucina mentre Cinzia preparava la cena: «Mamma».
«Figlio».
«Posso chiederti una cosa? Tu sei innamorata di papà?».
Cinzia posò il coltello. «Perché me lo chiedi?».
«Perché quando leggi i suoi libri sorridi».
«Non sono i suoi libri».
«Sono quelli che ti dà lui».
«Non è la stessa cosa».
«È praticamente la stessa cosa».
Cinzia sospirò e confidò a suo figlio di essere confusa. Mattia annuì. Poi prese una mela: «Secondo me sì» disse poi uscendo dalla stanza. Lei rimase in cucina a sorridere.
Quella sera prese il libro che Massimo le aveva lasciato. Dentro trovò un foglietto: “Volevo solo che leggessi questo”. Cinzia lesse. Era una storia d’amore imperfetta, di due che si erano persi e ritrovati.
Quando arrivò alla fine, chiuse il libro. Poi prese il telefono: “Hai barato”.
La risposta arrivò quasi subito: “Perché?”.
“Hai scelto apposta questo libro”.
“Sì”.
“Sei scorretto”.
“Lo so”.
Cinzia sorrise. “Domani sei libero?”.
Il coraggio di voltare pagina insieme
Passarono 30 secondi.
“Sì” rispose.
“Cena?”.
“Sì”. Poi aggiunse: “Cinzia? Sono molto emozionato”.
Lei rimase a fissare le parole di Massimo.
“Anch’io” scrisse.
Si videro il giorno dopo. Poi ancora. E ancora. Non tornarono insieme immediatamente. Quella sarebbe stata una bella storia, ma probabilmente una pessima idea. Cominciarono invece a frequentarsi. A conoscersi di nuovo.
Mattia osservava tutto con l’assenza di discrezione di chi ha 15 anni. Una sera, mentre erano tutti e tre a tavola, disse: «Quindi adesso siete fidanzati?».
Cinzia e Massimo si guardarono.
«Non lo sappiamo».
«Ma vi baciate?».
«Mattia!».
«È una domanda normale».
«Al momento non abbiamo dichiarazioni da fare al riguardo» rispose Massimo, formale.
Mattia tornò a mangiare e dopo qualche secondo aggiunse: «Basta che non ricominciate a litigare per il dentifricio».
Cinzia guardò Massimo: «Litigavamo per il dentifricio? Non me lo ricordavo».
«Io sì».
«Perché?».
«Perché avevi ragione tu».
Lei rimase immobile: «Ripetilo».
«Non esagerare».
«Dillo».
«Avevi ragione».
Mattia sbuffò: «Ecco. È ricominciata».
Risero tutti e tre.
Una seconda possibilità per Cinzia e Massimo
Qualche mese dopo, Cinzia trovò Massimo seduto sul divano di casa sua con un libro in mano.
Lui alzò gli occhi: «Ho trovato una cosa che devi leggere. Una storia d’amore. Parla di due persone che si sono amate quando erano troppo giovani».
«E poi?».
«Poi si sono ritrovate».
«E vissero felici e contenti?».
«Non lo so. Sono a metà».
Lei prese il libro: «Allora leggiamo».
Massimo le passò un braccio intorno alle spalle. Cinzia si appoggiò a lui. La vita non era diventata improvvisamente semplice. Non avevano cancellato gli errori. Avevano fatto qualcosa di più difficile. Avevano imparato a conoscersi di nuovo. E forse era proprio questo l’amore adulto: non credere più che basti essere innamorati.
«Però mi ami almeno un po’?» le chiese Massimo e Cinzia sorrise. Lui la baciò. E lei pensò che, a volte, nella vita non servono grandi gesti. A volte basta un libro. Una frase e il coraggio, dopo anni, di voltare pagina insieme.
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